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09/04/2026 07:00:00

Una perizia medica per l'ex avvocato Messina. E' ritenuto il "Solimano" di Messina Denaro

Un accertamento medico, chiesto dalla difesa dell’imputato e accordato dal Tribunale di Marsala, dovrà stabilire se l’80enne ex avvocato di Campobello di Mazara Antonio Messina è in grado di partecipare coscientemente al processo a suo carico. 

 

Ad inizio udienza, infatti, l’avvocato Paolo Paladino, difensore di Messina - che secondo i magistrati della Dda di Palermo avrebbe gestito una parte della cassa in cui sarebbero transitati i flussi di denaro della famiglia mafiosa capeggiata dal defunto boss Matteo Messina Denaro – ha affermato che l’imputato “è in precarissime condizioni di salute” e, producendo una relazione medica che attesta le patologie dell’imputato, ha chiesto al collegio giudicante presieduto da Vito Marcello Saladino di disporre una perizia al fine di accertare se l’ex avvocato Antonio Messina è in grado di stare in aula comprendendo le fasi del dibattimento. E se così non fosse, disporre la sospensione del processo. Alla perizia si è opposto il pm della dda Vincenzo Amico, ma il tribunale, dopo una camera di consiglio, ha evidenziato che “il giudice non può negare un’indagine peritale se non fornendo idonee motivazioni”. Il medico che dovrà valutare le condizioni dell’imputato verrà nominato dal tribunale di Marsala mercoledì prossimo. Per gli investigatori, Antonio Messina, che in passato è stato condannato per traffico di droga e concorso esterno in associazione mafiosa (e per questo radiato dall’ordine degli avvocati), avrebbe gestito per anni le risorse economiche e gli affari della famiglia mafiosa di Campobello di Mazara, garantendo anche il sostentamento a Messina Denaro durante la sua lunga latitanza. L’imputato, oltre che da Paolo Paladino, è difeso anche dall’avvocato Biagio Di Maria. Nel processo sono parti civili i comuni di Castelvetrano e Campobello di Mazara (avvocati Francesco Vasile, Maika Giacalone e Katya Ziletti) e le associazioni “Caponnetto” e “Pio La Torre”.

 

 Per Messina - massone “in sonno” del Grande Oriente d’Italia, con alle spalle pesanti condanne per concorso esterno in associazione mafiosa e traffico di droga tra gli anni ’70 e ’90, e per questo radiato dall’ordine degli avvocati – nei suoi pizzini Messina Denaro avrebbe coniato e utilizzato il nome in codice “Solimano”. L’ex avvocato sarebbe stato uno degli uomini chiave della rete del boss. Un profilo da “colletto bianco” che, per gli inquirenti, si incastra perfettamente negli equilibri di Cosa nostra. A indicarlo apertamente come “Solimano” è stata Laura Bonafede, la maestra amante del boss castelvetranese durante il suo processo. Antonio Messina, tra l’altro, è zio di Salvatore Gentile, genero dello storico capomafia campobellese Leonardo Bonafede, nonché marito di Laura Bonafede. Arrestato il 29 aprile 2025 dal ros dei carabinieri, all’anziano ex legale sono stati, poi, concessi i domiciliari, anche in ragione della sua età. 

 

Secondo la Dda, però, resta un soggetto pericoloso: capace di muoversi tra relazioni, affari e ambienti diversi con estrema disinvoltura. Ma nei pizzini sequestrati emergono anche le tensioni interne al clan, il ritratto non è quello di un uomo intoccabile. Anzi. I rapporti tra Messina, il boss e la Bonafede appaiono logorati. “Ci ha distrutti” scrive la donna. E ancora: accuse di avidità, di aver rotto equilibri, di essersi spinto troppo oltre. Ma non solo tensioni, anche minacce nemmeno troppo velate. Segno che il ruolo di Messina era centrale, ma tutt’altro che stabile. Nel 1992, Messina viene condannato a sette anni per traffico di droga. I giudici lo definiscono figura di spicco nel narcotraffico internazionale, capace di gestire importazioni di centinaia di chili di stupefacenti. Nel 1997 è nuovamente condannato. In questo caso, insieme a boss come Francesco Messina Denaro e Franco Luppino, per traffico internazionale di morfina, eroina e cocaina. Sarebbe lui ad organizzare e dirigere il traffico, mettendo a disposizione documenti falsi e risorse per agire anche all’estero. La sentenza del 2001 conferma il suo ruolo direttivo in un’associazione per delinquere, in grado di importare droga dall’Asia e distribuirla in Europa. Viene condannato a 23 anni per concorso esterno e narcotraffico.