Non si ferma con il carcere l’attività dei clan mafiosi della zona orientale di Palermo. Dopo aver scontato le condanne, alcuni esponenti storici dei mandamenti di Brancaccio e Corso dei Mille sono tornati a gestire affari illeciti, finendo al centro di una vasta operazione che ha portato al fermo di 32 persone.
L’inchiesta, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia e condotta da carabinieri e polizia, fotografa un sistema ben organizzato, in cui i boss – una volta tornati in libertà – hanno ripreso il controllo del territorio, rilanciando attività tradizionali come estorsioni e traffico di droga, ma anche puntando su nuovi canali di investimento.
Tra questi, un ruolo centrale è emerso nella gestione delle aste giudiziarie, considerate un’opportunità per acquisire immobili a basso costo e reinserire capitali di provenienza illecita.
Il ruolo del consulente “insospettabile”
A supportare le operazioni dei clan ci sarebbe stato un consulente fiscale e finanziario, Giuseppe Vulcano, finito anch’egli in manette con l’accusa di associazione mafiosa. Pur non essendo iscritto ad alcun albo professionale, l’uomo si presentava come esperto in contenziosi bancari, mutui e aste immobiliari.
Secondo gli inquirenti, avrebbe fornito un contributo decisivo: dalla creazione di documenti falsi all’individuazione di prestanome, fino al pilotaggio delle aste per favorire l’acquisizione di immobili da parte delle organizzazioni criminali.
Non solo. L’indagine ha fatto emergere anche un sistema illecito legato all’appropriazione di beni intestati a persone decedute senza eredi, attraverso la falsificazione di testamenti e atti.
Estorsioni diffuse e clima di paura
Parallelamente, i clan avrebbero rafforzato il controllo del territorio attraverso una rete capillare di estorsioni. Le intercettazioni hanno documentato almeno 18 episodi, con richieste che variavano da poche centinaia di euro al mese fino a somme molto più consistenti su base annuale.
Commercianti e imprenditori sarebbero stati costretti a pagare per evitare ritorsioni. Solo uno di loro ha trovato il coraggio di denunciare, subendo però minacce e intimidazioni, tra cui aggressioni e danneggiamenti alle proprie attività.
Una struttura mafiosa ancora radicata
Le indagini delineano una struttura criminale ancora solida e gerarchica, guidata da figure di riferimento tornate operative dopo la detenzione e affiancate da collaboratori fidati, spesso legati anche da vincoli familiari.
Accanto agli arresti, sono state denunciate altre 35 persone. Tra queste figura anche un dipendente dell’Agenzia delle Entrate, ritenuto dagli investigatori un ulteriore ingranaggio del sistema: avrebbe fornito accesso a dati riservati e contribuito alla falsificazione di documentazione fiscale e immobiliare, facilitando operazioni apparentemente regolari ma in realtà illecite.
L’operazione conferma come le organizzazioni mafiose continuino ad adattarsi, affiancando ai metodi tradizionali nuove strategie economiche per consolidare il proprio potere.