La Villa della Legalità, verso la revoca del bene confiscato. Maniaci: "Siamo tranquilli, non abbiamo problemi"
Quella che era stata presentata come una delle esperienze simboliche del riutilizzo sociale dei beni confiscati alla mafia in Sicilia rischia oggi di trasformarsi in un caso emblematico di fallimento, tra polemiche, inchieste giornalistiche e un procedimento amministrativo destinato a segnare un punto di svolta. Il Comune di Borgetto ha avviato ufficialmente la revoca dell’assegnazione della cosiddetta “Villa della Legalità”, affidata all’associazione Telejato ETS, legata alla figura di Pino Maniaci. Una decisione che arriva al termine di mesi di verifiche e che si fonda su contestazioni pesanti: irregolarità amministrative, gestione opaca delle attività e presunte violazioni della finalità sociale del bene. Al centro della vicenda c’è la figura di Pino Maniaci, ma ciò che sta emergendo va oltre la storia personale: riguarda il funzionamento di un sistema, il rapporto tra comunicazione e legalità e, soprattutto, il destino di un bene pubblico.
La villa, bene confiscato alla mafia situato in contrada Annunziata, era stata assegnata nel 2023 a Telejato ETS, associazione fondata nel 2022 e rappresentata formalmente da Letizia Maniaci. Il progetto presentato prevedeva la creazione di una scuola di giornalismo e di un centro di documentazione sul fenomeno mafioso.
L’inaugurazione, avvenuta il 30 aprile 2025 alla presenza delle istituzioni, aveva consacrato la struttura come un presidio di legalità. Ma, a meno di un anno di distanza, quello stesso progetto è oggi al centro di un procedimento di revoca.
“Una legalità smarrita”
Ad accendere i riflettori sulla Villa della Legalità è una inchiesta di Daniele Viola, giornalista di Partinico che ricostruisce un vero e proprio paradosso: una struttura nata per rappresentare la “frontiera del giornalismo contro i boss” che oggi viene contestata proprio sul terreno della legalità.
Il procedimento avviato dal Comune di Borgetto – guidato dal sindaco Roberto Davì – si basa su una serie di rilievi pesanti, che l’inchiesta ha contribuito a portare alla luce attraverso accessi agli atti e segnalazioni formali. Non solo una denuncia giornalistica, dunque, ma un’azione che ha avuto effetti concreti sul piano amministrativo.
Viola insiste su un punto centrale: la distanza tra la narrazione pubblica della Villa della Legalità e la realtà documentale emersa. Una distanza che riguarda sia l’organizzazione interna sia l’utilizzo del bene confiscato.
Particolarmente rilevante, nel suo racconto, è il tema degli stage e delle attività formative. Il progetto originario prevedeva percorsi strutturati, ma secondo quanto emerso questi non sarebbero mai stati attivati nei termini previsti. Al contrario, si sarebbe sviluppato un sistema basato su collaborazioni informali, senza riconoscimenti ufficiali né tutele per i giovani coinvolti.

Il nodo degli stagisti e della “scuola fantasma”
Uno dei passaggi più delicati dell’inchiesta riguarda proprio la gestione dei giovani aspiranti giornalisti. Secondo Viola sarebbero stati reclutati ragazzi da tutta Italia attraverso i social, offrendo un’esperienza formativa all’interno della struttura. Tuttavia, tali percorsi sarebbero risultati privi di validità legale: né l’Università di Palermo né l’Ordine dei Giornalisti avrebbero riconosciuto convenzioni o piani formativi.
Il quadro delineato è quello di una “scuola di giornalismo” rimasta sulla carta, mentre nella pratica i partecipanti venivano impiegati in attività redazionali a pieno ritmo, senza retribuzione, coperture assicurative o garanzie previdenziali.
Dentro Telejato: il racconto di Disma e Cozzi
Uno degli elementi più rilevanti di questa vicenda è il lavoro giornalistico firmato da Roberto Disma e Sara Cozzi.
Il loro punto di partenza è netto: separare i fatti personali da quelli di interesse pubblico. Ma è proprio dalla loro esperienza diretta – un anno di lavoro non riconosciuto – che prende forma un’inchiesta che solleva questioni ben più ampie.
Secondo quanto scrivono, il problema non è solo il mancato riconoscimento del lavoro svolto, ma il funzionamento stesso dell’emittente e della struttura che gestisce il bene confiscato. Telejato risponderebbe editorialmente a un soggetto – l’Associazione Culturale Marconi – che non risula nei registri ufficiali, né al ROC. A questo si aggiunge un altro elemento: la distanza tra la direzione formale e quella reale. Il direttore responsabile, Riccardo Orioles, figura storica legata all’esperienza de I Siciliani, non avrebbe avuto un ruolo operativo nella gestione quotidiana della redazione, trasferita interamente all’interno del bene confiscato.
La “scuola di giornalismo” che non c’è
La ricostruzione di Disma e Cozzi riguarda però il progetto che ha giustificato l’assegnazione del bene: una scuola di giornalismo e centro di documentazione sul fenomeno mafioso. Sulla carta, il progetto prevedeva un’organizzazione strutturata: un comitato tecnico-scientifico; lezioni settimanali; un percorso biennale alternato tra teoria e pratica; il coinvolgimento di professionisti di alto profilo. Nella realtà, secondo quanto documentato, nulla di tutto questo sarebbe stato realizzato.
Non risultano lezioni, né attività didattiche organizzate. Al loro posto, una pratica continua e intensiva: produzione giornalistica quotidiana, servizi televisivi, gestione del telegiornale. La “scuola”, insomma, esiste nella narrazione, ma non nella pratica.
Stage, promesse e lavoro gratuito
Un altro nodo centrale è quello degli stage. Telejato ha continuato negli anni a promuovere esperienze di “giornalismo di frontiera”, offrendo vitto e alloggio a giovani provenienti da tutta Italia. Una formula che richiama esperienze storiche del giornalismo militante, ma che oggi si scontra con normative e aspettative completamente diverse. Secondo Disma e Cozzi, questi percorsi si traducevano spesso in lavoro gratuito, senza tutele, senza contratti e senza reali prospettive di riconoscimento professionale. Per alcuni, la promessa era quella di arrivare all’iscrizione all’albo dei pubblicisti. Ma anche questo percorso, raccontano, sarebbe rimasto incompiuto, senza che venissero rispettate le condizioni minime necessarie. Il risultato è una zona grigia tra formazione e sfruttamento, che diventa ancora più problematica quando si svolge all’interno di un bene confiscato, cioè di uno spazio che dovrebbe rappresentare un modello di legalità.
Le irregolarità contestate: uso del bene e violazioni amministrative
Le contestazioni mosse dal Comune di Borgetto emergono come un quadro articolato di irregolarità considerate, in larga parte, “insanabili”, portate alla luce grazie ad accessi agli atti e segnalazioni che hanno condotto all’avvio della procedura di revoca. Si evidenziano criticità rilevanti sia sul piano amministrativo sia sull’utilizzo concreto del bene confiscato: dalla presenza non autorizzata dell’Associazione Culturale Marconi, collegata all’emittente Telejato, all’impiego della villa per attività televisive e produzione di telegiornali ritenute incompatibili con la destinazione sociale prevista. A ciò si aggiungono l’uso degli spazi come dormitorio per stagisti e per lo stesso Maniaci, problematiche strutturali come l’approvvigionamento idrico tramite un pozzo non dichiarato, e irregolarità fiscali legate a mancati pagamenti della TARI e incongruenze sull’IMU. Secondo il Comune, tali elementi configurano non solo un’inadempienza contrattuale, ma anche un possibile danno erariale. Nel complesso, emerge l’immagine di una gestione definita “personalistica”, distante dai principi che regolano il riutilizzo sociale dei beni confiscati: mancanza di una reale attività formativa coerente con il progetto, presenza di soggetti non autorizzati e utilizzi impropri della struttura rafforzano, l’idea di una “legalità smarrita”, in cui un bene simbolo della lotta alla criminalità finisce al centro di contestazioni proprio per il mancato rispetto delle regole.
Telejato e il sistema delle assegnazioni
Un altro aspetto che emerge riguarda la complessa rete di soggetti collegati a Telejato. Nel tempo, tra associazioni, enti culturali e soggetti giuridici differenti, si sarebbe creata una sovrapposizione di ruoli e funzioni che solleva interrogativi sulla trasparenza della gestione. In particolare, viene evidenziato il rapporto tra Telejato ETS e l’Associazione Culturale Marconi, oltre alla presenza di affidamenti economici da parte di enti locali attraverso procedure dirette e sottosoglia. Un contesto che alimenta dubbi non solo sulla gestione della Villa della Legalità, ma più in generale sul modello organizzativo che ha sostenuto l’attività dell’emittente negli ultimi anni.
Pino Maniaci: "Siamo tranquilli, questa minaccia di revoca rientrerà"
Al centro della vicenda resta la figura di Pino Maniaci (qui l'articolo sulla sua assoluzione per estorsione e condanna per diffamazione), per anni considerato un simbolo del giornalismo antimafia indipendente. Una figura costruita anche attraverso una forte esposizione mediatica e una narrazione personale potente, che lo ha reso un punto di riferimento per molti giovani e attivisti. Proprio questa dimensione simbolica, però, rende oggi ancora più dirompente la crisi in atto. Perché il caso della Villa della Legalità non riguarda solo una gestione amministrativa, ma mette in discussione un’intera rappresentazione dell’antimafia. Noi lo abbiamo sentito, non ha voluto entrare nel merito ma ci ha voluto rilasciare questa dichiarazione: "Le persone che ci stanno accusando sono state querelate, qualcuno è stato querelato oltre che per diffamazione anche per stalking. E’ tutto in mano ai legali, abbiamo avuto una svista rispetto ad una richiesta di documenti da parte del Comune, perché in quel periodo mia figlia ha partorito, e adesso stiamo inviando i documenti. Questa eventuale di minaccia di revoca rientrerà, siamo tranquilli, non abbiamo problemi.”
L’intervento della politica: “fine delle ambiguità”
La vicenda ha già prodotto reazioni politiche significative. Il sindaco di Partinico, Pietro Rao, ha parlato apertamente della necessità di superare anni di silenzi e ambiguità: “La legalità non è uno slogan da urlare davanti a una telecamera. È coerenza quotidiana, rispetto delle regole, trasparenza.”
Un intervento che amplia il perimetro del caso, chiamando in causa responsabilità diffuse e interrogativi sul ruolo delle istituzioni e di chi, nel tempo, ha sostenuto o tollerato determinate dinamiche. "Per anni attorno alla figura di Pino Maniaci si è costruita una narrazione comoda: quella del paladino, del simbolo, dell’uomo solo contro tutto e tutti. Una narrazione che in molti hanno alimentato, difeso, coperto. Oggi però emergono atti ufficiali che raccontano un quadro completamente diverso. E allora la domanda non è più solo cosa sia accaduto. La domanda è: chi ha chiuso gli occhi? Chi ha fatto finta di non vedere? Perché quando si parla di beni confiscati, di giovani coinvolti, di legalità, non esistono zone grigie.O si sta dalla parte delle regole, oppure si costruisce un sistema che delle regole si serve solo quando fa comodo".
Verso la revoca: una partita ancora aperta
Telejato ETS ha ora quindici giorni per presentare le proprie controdeduzioni. Se non saranno ritenute valide, la Villa della Legalità tornerà al Comune di Borgetto, chiudendo formalmente un’esperienza che avrebbe dovuto rappresentare un modello di riutilizzo sociale dei beni confiscati. Ma il caso, ormai, va oltre la singola vicenda amministrativa. Riguarda il rapporto tra antimafia e credibilità, tra racconto e realtà, tra simboli e regole. E pone una domanda difficile da evitare: cosa succede quando chi si presenta come presidio di legalità viene messo in discussione proprio sul terreno della legalità?
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