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22/04/2026 06:00:00

La Sicilia che brucia/3. Chi sono i piromani? Il caso Bosco Scorace

In Sicilia, ogni anno, si contano centinaia di incendi. E quasi sempre, anche quando si sospetta il dolo, le indagini restano a carico di ignoti. I piromani restano a piede libero, pronti a colpire ad ogni giornata di scirocco. Chi c’è dietro i roghi? La mafia dei pascoli? Interessi economici? Fanatici del fuoco? Allevatori o agricoltori sprovveduti? O ancora, Forestali “dispettosi”?. 
 

L’incendio nei pressi di Bosco Scorace, la cui anatomia abbiamo raccontato ieri, è uno dei pochi casi in cui, secondo chi indaga, si è riusciti a ricostruire nel dettaglio cosa è successo. Una ricostruzione che oggi è ancora al vaglio della giustizia e che ha portato all’arresto (e poi al rilascio) del presunto piromane.

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Dopo l’incendio del 20 agosto 2025 c’è la conta dei danni, oltre 80 ettari. Poi arrivano le domande e le indagini.
Gli investigatori mettono insieme immagini, telefonate, messaggi, spostamenti. Provano a ricostruire quelle ore in cui l’incendio è già in corso e  si accendono nuovi focolai lungo il bosco.
È da lì che prende forma l’inchiesta.

 

L’arresto
A un certo punto compare un nome: Mariano Maiorana. 
Ha 52 anni, vive a Buseto Palizzolo ed è un operaio forestale stagionale. Quel 20 agosto non dovrebbe lavorare. È in turno di riposo. Ma è lì, nei pressi del Bosco d’Alcamo, dove ci sono le fiamme.
Secondo l’accusa, sarebbe stato lui ad accendere alcuni dei focolai mentre l’incendio era già in corso, contribuendo ad allargarlo.
Per questo viene indagato per incendio boschivo.
Il giudice dispone per lui gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico. La notizia dell’arresto, avvenuto a febbraio, fa il giro d’Italia. I tg nazionali aprono con la storia dell’operaio forestale siciliano che anziché domare gli incendi li provocava. Nelle carte si parla di una condotta ritenuta pericolosa, soprattutto perché avvenuta in una giornata di scirocco, quando il fuoco può sfuggire di mano in pochi minuti.

 

 

Le immagini, i messaggi, gli oggetti
Gli elementi raccolti dagli investigatori sono diversi.
Ci sono le telecamere. Secondo l’accusa, riprendono Maiorana mentre arriva nella zona e, poco dopo, mentre appicca il fuoco in più punti lungo una strada che costeggia il bosco.
In un altro momento, sempre secondo la ricostruzione investigativa, si vede mentre si nasconde tra la vegetazione, proprio mentre un elicottero passa sopra la zona.
Poi ci sono gli oggetti trovati durante la perquisizione: un accendino e una bottiglia con tracce di liquido infiammabile.
E ci sono i messaggi. Durante l’incendio scrive a un collega:
“Parafuoco fatto”
“Il Direttore può fare sogni tranquilli”
Frasi che, per chi indaga, servono a giustificare quello che sta facendo.

 

Le intercettazioni
Le telefonate e i dialoghi registrati aggiungono altri pezzi.
Da una parte, Maiorana continua a dire di aver agito per aiutare. Parla di controfuoco, sostiene che qualcuno gli abbia dato indicazioni e racconta di essere intervenuto perché gli altri, a suo dire, non stavano facendo abbastanza.
Dall’altra, però, emerge anche la preoccupazione.
In alcune conversazioni teme di essere stato ripreso dall’elicottero o da qualcuno presente sul posto. In altre si lamenta di essere finito lui sotto indagine mentre altri sarebbero rimasti fuori.
Tra colleghi e familiari si parla delle prove, delle immagini, di cosa dire agli investigatori. In alcuni passaggi si prova anche a mettere insieme una versione comune dei fatti.
Sono elementi che, secondo chi indaga, rafforzano il quadro accusatorio. Ma che, naturalmente, dovranno essere valutati in un eventuale processo.

La versione di Maiorana
La difesa racconta una storia diversa.
Maiorana -assistito dall’avvocato Mauro Sammartano - sostiene di non aver appiccato incendi per distruggere, ma per fermare il fuoco.
E’ la tecnica del controfuoco. Dice di aver acceso piccoli fuochi controllati per togliere terreno all’incendio principale e proteggere il Bosco Scorace.
Aggiunge un altro dettaglio: sostiene di aver ricevuto indicazioni via radio dal direttore delle operazioni di spegnimento.
E poi spiega perché era lì: non era in servizio, è vero. Ma dice di essere andato comunque sul posto, inizialmente per curiosità, e poi di aver deciso di dare una mano vedendo i colleghi in difficoltà.
Secondo la sua versione, quindi, non un gesto doloso, ma un intervento.
Anche gli altri elementi, per la difesa, hanno una spiegazione diversa. La bottiglia trovata in auto sarebbe legata al carburante. I movimenti ripresi dalle telecamere sarebbero semplici spostamenti sul terreno.

Dove le versioni non coincidono
È qui che il racconto si divide.
Secondo gli investigatori, quella spiegazione non regge. Il direttore delle operazioni di spegnimento nega di aver dato ordini. E il controfuoco, spiegano, è una tecnica che si usa solo in condizioni precise, con personale formato e attrezzature adeguate. Non solo.


Le modalità documentate — più focolai accesi in pochi minuti, il tentativo di non farsi vedere — vengono considerate incompatibili con un intervento autorizzato.
Per questo, nelle carte, si parla di una condotta ritenuta volontaria.
La difesa, però, insiste su una versione opposta. E fa ricorso al Riesame che decide di revocare la misura cautelare.
Maiorana torna in libertà.
Non significa che l’indagine sia finita. Significa che la vicenda resta aperta e dovrà essere chiarita nel processo.


Una storia che resta sospesa.
In Sicilia, ogni estate, il problema torna. Non è solo chi accende il fuoco. È tutto quello che succede prima.
E tutto quello che non viene fatto, prima che accada il dramma. 


-FINE- 
 



Native | 21/04/2026
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