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31/03/2025 06:00:00

L’arresto di uno scrittore ingenuo. Boualem Sansal condannato a cinque anni di carcere

 di Marco Marino -

L’arresto - e la condanna a cinque anni di carcere - dello scrittore algerino Boualem Sansal, settantacinquenne, malato di tumore alla prostata, ci spinge con particolare urgenza a meditare su alcuni temi difficili eppure necessari, in questo tempo in cui si parla più di riarmo che di pace. E sembra normale che vada così, ci sembra inevitabile.

Li riassumo in tre brevi domande: la prima, la pace è un sentimento ingenuo?; la seconda, la lettura letterale è pericolosa?; la terza, come può uno scrittore fare paura?

Cominciamo con ordine.

La pace è un sentimento ingenuo?

In francese naïf significa ingenuo, spontaneo, candido. Con questo aggettivo lo scrittore israeliano David Grossman si riferiva a sé stesso e a Boualem Sansal quando nell’ottobre del 2012, a Strasburgo, i due presentarono l’idea di una «Unione mondiale degli scrittori per la pace». Si erano conosciuti pochi mesi prima a Gerusalemme; a Sansal quel viaggio costò la vittoria di un prestigiosissimo premio arabo e una fatwa di Hamas, ma questo non l’aveva demoralizzato. Anzi, era stato un pungolo per rivendicare con maggiore forza quell’incontro tra le anime israeliane e quelle arabe, un sogno «ingenuo» di convivenza. Queste le parole di David Grossman: «Certo che siamo naïf, siamo naïf consapevoli, per scelta. Non so se riuscirò a cambiare il mondo, ma di sicuro il mondo non riuscirà a cambiare me: alla guerra non mi rassegno». (1)

Ecco che la consapevole ingenuità, come dice Grossman, diventa il meccanismo indispensabile per vivere questo nostro presente. Che ci permette di credere ancora in uno spazio giusto, che non si rassegna alla guerra, ma crede alla pace. Crede a un’umanità di pace, a una comunità di persone che coopera per uno spazio senza violenza, senza sopraffazione e senza armi.

Se manca quell’ingenuità, se dobbiamo affidarci solo al gelido realismo (o cinismo), che propone di «fare la guerra per preparare la pace», cambiare il mondo è davvero un’utopia irrealizzabile.

La lettura letterale è pericolosa?

Nel 2016 Boualem Sansal aveva partecipato in Italia al Salone del Libro di Torino in occasione della traduzione del suo romanzo 2084 per Neri Pozza (2).  In quell’occasione, intervistato dal giornalista Cesare Martinetti, era tornato a parlare di ingenuità, di naïveté, dell’essere naif. In questo caso, però, l’accezione era negativa, ingenuo era stato il popolo occidentale che non era riuscito leggere la complessità delle cosiddette «Primavere Arabe», ma soprattutto non aveva compreso le diverse istanze che fratturano la cultura islamica: da una parte, c’è chi impone una lettura letterale del Corano, senza interpretazioni né ricerca, costruendo teocrazie e disseminando la paura e l’orrore del terrorismo; dall’altra, c’è chi desidera ritornare all’universalità della parola coranica, che libera piuttosto che imprigionare, che interroga la spiritualità di ciascuno e non incoraggia progetti di morte. In 2084 si legge in esergo: «Forse la religione fa amare Dio, ma niente è più efficace per far detestare l’uomo e odiare l’umanità». E questo vale tanto per i cristiani, quanto per gli islamici, e così per gli israeliani.

Adesso, al di là della questione islamica, centrale per l’opera dell’autore algerino e causa della sua carcerazione, mi sembra che le posizioni di Sansal possano essere colte in una visione più vasta. E ancora una volta ingenua, se non banale. E la riflessione è questa: il mondo è complesso ed è impossibile ridurlo, abbozzarlo, sminuirlo, coglierlo tutto in un solo sguardo, tradurlo in pochi semplici sempre slogan. Perché la lettura del mondo è come la lettura di un testo: non si ferma alla superficie delle sue pagine, alla misura dei caratteri, al tipo di font. Un testo è uno spazio libero, in cui tutti possono entrare, farsi interrogare, provare a capire. Un testo è uno spazio che non finisce mai. Andando in profondità, ci accorgiamo che è infinito. Come il mondo. Il mondo non finisce mai. E quelli che lo vogliono perimetrare, chiudere, sono gli stessi che pensano che la guerra sia indispensabile, necessaria, inevitabile.

Come può uno scrittore fare paura?

È assurdo, eppure resta un’evidenza. Gli scrittori continuano a fare paura. Nell’agosto del 2022 ce lo aveva ricordato – se mai ce ne fossimo dimenticati – l’attentato a Salman Rushdie, dopo il quale l’autore dei Versetti satanici ha perduto l’uso di un occhio e di una mano. Tre anni dopo, con il caso di Boualem Sansal, siamo di nuovo qui a parlare di nuovi martiri della letteratura.

Secondo il giornalista del Foglio Mauro Zannon (3), il rilascio di Sansal sarebbe imminente, la condanna sarebbe addirittura una prova dell’accelerazione del rilascio, attraverso la grazia del presidente algerino.

Resta, ad ogni modo, la paura. Gli scrittori fanno paura al potere. In un mondo che immaginiamo sempre più ignorante, sempre più lontano dalla lettura e dai libri, quelle letture e quei libri continuano a destabilizzare il potere, a smuovere le coscienze. Mi piace pensarla in questo modo, forse un po’ ingenuamente.

Ma saremo ingenui noi, che crediamo nella letteratura e continuiamo a pensarla così, o loro, che credono nel potere e si chiudono nel loro terrore?

 

Riferimenti

(1) https://www.corriere.it/cultura/12_ottobre_09/montefiori-quando-pace-sogna-due_515508c6-1217-11e2-919a-606647d2c25a.shtml

(2) https://www.youtube.com/watch?v=VS5_eBowjM0

(3) https://www.ilfoglio.it/esteri/2025/03/29/news/la-diplomazia-francese-si-muove-con-algeri-per-liberare-sansal-7568107/



Cultura | 2025-04-03 07:00:00
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