Calatafimi, il Crocifisso tra fede e varchi: quando la festa diventa “blindata”
Senza dubbio, le disfunzioni – chiamiamole così – che affliggono le feste siciliane nell’epoca della postmodernità appaiono numerose e variegate, ma che proprio quella del Crocifisso a Calatafimi dovesse trasformarsi in modello di criticità morale, soprattutto, appare come una scommessa persa.
L’affermazione è espressa con autentico rammarico e, se per supportarla ci si permette di tirare in ballo archetipi appresi da studi e osservazioni ad ampio raggio, non è tanto per uno sfoggio di dubbio gusto quanto per necessità.
Tanto per cominciare, il dato generale ce lo forniscono gli antropologi tutte le volte in cui propugnano all’unisono la netta diversità di due mondi opposti: il quotidiano e la festa; il tempo profano e il tempo sacro. Quest’ultimo, in poche parole, deve rimanere in una dimensione totalmente a parte, non essendo ad esso applicabili gli stessi ingranaggi della vita di ogni giorno.
Ma cos’è veramente una festa? Senza tante alchimie, la risposta è una definizione universale: la festa è l’interruzione dei giorni comuni. Tutto qua. È una necessità atavica, spirituale, catartica.
“Senza senso di festività non v’è festa”, afferma, per esempio, Karoly Kerény: essa è spensieratezza, è il mettere da parte abitudini, lavoro, orari del dormire e del mangiare. È aggregazione e gioco, è una parentesi in cui diventa assioma il precludere drasticamente l’ingresso alla burocrazia, alle coercizioni, agli schematismi, alle ottemperanze, alle ansie.
Quando si decide di far festa non è possibile quindi soffocarla in convinzioni e metodi assolutamente personali. Certe anomalie, perciò, è necessario coglierle. Primo, perché una festa non è un evento ma una celebrazione. E dentro il suo universo chiunque ne fa parte a pieno titolo: tanto chi organizza quanto chi assiste. Le barriere, le distanze, le apprensioni spaccano e dissolvono quell’universo.
Bene, o forse male, potrebbe dirsi, a proposito della festa grande calatafimese che ritorna dopo quattordici anni. Quasi un cambio generazionale: i vecchi sono morti e gli anziani sono diventati vecchi.
E perciò, appresa con gioia la notizia, ecco che impertinente sbuca l’apprensione. Il pensiero vola alle sorti del passaggio del testimone, al rispetto dei codici festivi, al rinnovo della tradizione, cose che inevitabilmente si scontrano con un lasso di tempo interminabile.
Già nel 2012, l’ultima fino ad ora, qualche anomalia vi fu. Piccole cose, peccatucci veniali: carri e figuranti forse in eccessivo aumento, tanto per dirne una. Con i Burgisi che riproposero l’allegoria della mietitura innanzi alla suggestiva cravacata (cavalcata), che pertanto, analogamente al 2004, fu nuovamente adombrata da carri che la precedettero. Niente di irreparabile, ma erano trascorsi otto anni, che dalla precedente solennità parvero già tanti.
Fu comunque una gran festa. Anzi, una vera festa, quella che quando c’è le surclassa tutte, le altre feste siciliane.
Poi però può accadere che si faccia confusione. Che i punti fermi, le fondamenta dei nobilissimi concetti espressi in quella tediosa premessa si scardinino al cospetto di pagamenti (peraltro esosi) di ticket d’ingresso, braccialetti per forestieri e paesani, perfino, e – come se non bastasse – controlli e sanzioni.
Ecco a voi la festa blindata. Così il nuovo lessico definisce il relativamente nuovo problema.
Su tale inaspettata irreggimentazione – come altro chiamarla? – circola un grafico molto chiaro. Davvero esaustivo, non c’è che dire. Senza conoscenze e soprattutto senza vergogna, gli ingranaggi del mondo sono stati innestati in un tempo che doveva essere speciale, praticamente magico. Che possa ancora esserlo, nessun etnologo, nessuno studioso o semplice appassionato potrà a questo punto affermarlo, rammentando semmai – per evitare inutili ricerche di attenuanti – quanto 1 e 2 maggio, ossia i giorni a pagamento, siano a pieno titolo segmenti della stessa celebrazione.
Sarà ora difficile trovarsi nel suggestivo intreccio urbano di Calatafimi pensando di stare in uno spazio cerimoniale quando tutto è stato concepito sul modello delle caserme.
Il biglietto d’ingresso (con fastidiosi annessi e connessi) sancisce già in partenza la linea di demarcazione: noi proponiamo le sfilate dei ceti, della maestranza e tutto il resto; voi guardate. Lungi dall’idea che la festa non si guarda ma si vive.
Una partenza con il piede sbagliato che, tra “varchi” e “timbrature”, annuncia espedienti di chi forse si è lasciato inebriare dal troppo clamore. Ci verrà detto che anche in molte sfilate carnevalesche si fa così. Certo, ed è altrettanto aberrante, poiché pure i carnevali, sebbene ormai sintetici, apparterrebbero alla gente che non dovrebbe guardarli ma viverli. Sempre la stessa storia, insomma, identica e capovolta.
E pensare che il piccolo centro in cui si fece l’Italia pareva davvero uno zoccolo duro, una specie di oasi nell’ampio contesto tradizionale-festivo isolano depauperato ed equivocato.
Il 2012 conserva perciò l’epopea lontana della festa che fu, vera nella sua essenza, abbagliante e ammaliante nella sua forma.
Chissà quanti penseranno che ci si poteva fermare anche lì, vivendo cioè di un bellissimo ricordo piuttosto che di un triste presente.
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