Quando arrivò al manicomio di Volterra il 2 settembre 1958, Fernando Nannetti aveva già trascorso due anni nel manicomio di Roma. I medici parlarono di “lucida loquacità, presunti deliri di grandezza e l’ambizione di ritenersi indispensabile”.
Nato nel 1927 da una madre giovanissima, studiò fino alla quinta elementare prima di essere inserito in un istituto per minorati. E non era indispensabile nemmeno per i suoi parenti, che non vennero mai a trovarlo.
Nof4, così si faceva chiamare (dove la “O” stava per Oreste, nome che si era aggiunto lui stesso, “per sembrare più importante”), fu recluso nella sezione giudiziaria del padiglione Ferri, forse per aver dato un pugno ad un carabiniere. E lì avrebbe voluto scrivere e disegnare, ma fogli e matite erano vietati. E così, Nannetti la sua unica possibilità di riscatto la trovò nell'intonaco grezzo dell’istituto, lungo un muro del cortile scoperto del padiglione.
Impugnando la fibbia metallica del suo panciotto, iniziò a graffiare la parete giorno dopo giorno. Ostinatamente. Prima incideva dei rettangoli, come fossero fogli. E poi li riempiva di simboli, formule, onde radio, stelle, razzi, città, nomi… storie. A guidarlo, diceva, era il suo sistema telepatico astrale, seguendo un flusso creativo che non ammetteva pause né interruzioni.
Un giorno, lungo quel percorso di intonaco grezzo, la sua traiettoria incontrò l'immobilità di tre compagni di pena. Tre pazienti catatonici, seduti l'uno accanto all'altro su una panchina in pietra addossata al muro. Muti e immobili nella calura del cortile. Qualsiasi altro si sarebbe fermato o avrebbe aggirato l'ostacolo. Nannetti no. Senza spezzare il tratto, salì sulla panchina posizionando i piedi ai lati dei loro corpi e, con la punta di ferro, iniziò a scalfire la pietra contornando con precisione il profilo delle loro teste.
Poi, proprio sopra le sagome di quei volti assenti, incise sulla parete la figura di una farfalla e una frase: “Come una farfalla libera son io, tutto il mondo è mio e tutti fo sognare”.
Era come se avesse trasformato il bozzolo chiuso e pesante del catatonico in una creatura leggera, in grado di volare oltre le recinzioni e i cancelli del manicomio. Con quel gesto, non li aveva semplicemente scavalcati per continuare ad incidere, ignorando la loro presenza, ma li aveva avvolti nella sua stessa idea di riscatto e di libertà.
Negli anni del ricovero il “libro” raggiunse la lunghezza di centottanta metri e ventidue centimetri.
Dopo il trasferimento nel padiglione civile Charcot, in una delle poche lettere mai recapitate, scrisse alla cugina: “Pasqua 1965: cara cugina vengo a scrivervi questa cartolina per farvi avere mie notizie. Di salute mi trovo bene solo che cercano di narcotizzarmi […] spero che presto sarò in uscita così verrò a farvi una visita”.
Non uscì mai. Anche se un primo varco verso l'esterno si aprì il 21 marzo del 1968. In quel primo giorno di primavera, dopo dodici anni di permanenza forzata, gli fu concessa una libera passeggiata vigilata verso il vicino parco del quartiere San Lazzaro, ai confini della struttura ospedaliera.
Era un'area verde con un bar dove i pazienti considerati tranquilli potevano fermarsi a prendere un caffè. Per anni, Nannetti se l’era immaginata nei modi più fantastici ed era arrivato finalmente il momento di scoprirla veramente.
Gli infermieri del reparto gli procurarono un paio di scarpe nuove e abiti puliti e lui si incamminò.
Sul suo volto brillava la felicità pura e incontaminata d'un bambino, come se stesse riscoprendo il mondo per la prima volta. Il tempo pareva dilatarsi. il rumore dei rami mossi dal vento di marzo erano accompagnati dallo scricchiolio delle sue scarpe lucenti che segnavano il passaggio dal cortile recintato verso la libertà vigilata del borgo di San Lazzaro.
Di cosa abbia detto in quei minuti, dopo dodici anni di silenzio forzato senza che nessun parente venisse mai a trovarlo, non resta alcuna traccia scritta.
Persino i medici, di fronte a tanta commozione, decisero di posare la penna e di sospendere il rigido registro diagnostico, annotando con pudore (e chissà, forse anche con un qualche senso di colpa) sulla sua cartella clinica: “Si preferisce non trascrivere ciò che un malato mentale può dire dopo dodici anni di permanenza in reparto, senza una visita di amici o familiari”.
Dopo la legge Basaglia del 1978 e la conseguente apertura dell'ospedale alle visite dall’esterno, fu rivelata al mondo la grandezza di quella pagina graffiata.
E il recluso invisibile divenne un riconosciuto maestro dell'art brut.
Fu un tripudio di pubblicazioni, libri, cataloghi d'arte… Le foto dei suoi graffiti vennero pubblicate nel 1985, in un libro dal titolo “NOF4 il libro della vita”. Per i diritti d’autore, gli venne riconosciuto un compenso di due milioni di lire. Ma lui fu indifferente a quel denaro, rimanendo invece colpito da un articolo su l’Espresso di Antonio Tabucchi, “Caro muro ti scrivo”, che lo aveva riconosciuto come un vero e proprio autore letterario. E, cosa per lui più importante, aveva considerato il graffito monumentale del manicomio di Volterra non un delirio clinico, ma una pagina bianca cosmica attraverso cui l'autore ha trasformato il simbolo della propria prigionia in uno strumento di comunicazione con l'universo.
Un giorno gli mostrarono il “suo” libro. Nannetti lo sfogliò distrattamente, lo richiuse e lo restituì ai presenti, dicendo: “Questa è una cosa vostra, la mia opera sta lassù al Ferri”.
Morì nel 1994. E vent’anni dopo il Comune di Volterra gli conferì la civica benemerenza.
Oggi, mentre un calco del graffito attrae migliaia di visitatori alla Collection de l'Art Brut di Losanna, l'imponente affresco originale rimane lassù al Ferri, divorato dal degrado e dalle intemperie.
Cantava Guccini: “Siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno”.
Egidio Morici