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10/09/2026 06:00:00

Vendemmia 2026, il paradosso siciliano: nei vigneti manca l'uva, nelle cantine avanza il vino  

La “tempesta perfetta” denunciata nei giorni scorsi dai Guardiani del Territorio comincia ad avere numeri, territori e volti molto concreti. Ad Alcamo la produzione di uva è crollata del 30-40 per cento e ci sono vigneti dove, semplicemente, non c’è quasi nulla da raccogliere. Ma contemporaneamente nelle cantine siciliane resta ancora una montagna di vino della precedente campagna.

È questo il grande paradosso della vendemmia 2026: poca uva nei campi e troppo vino nei serbatoi. Due problemi che, messi insieme, non si compensano affatto. Al contrario, rischiano di moltiplicarsi.

Perché il viticoltore raccoglie meno e quindi incassa meno. La cantina lavora meno prodotto, ma continua ad avere quasi gli stessi costi fissi. E intanto deve vendere il vino che aveva già prima dell’arrivo della nuova vendemmia.

È il meccanismo che Tp24 aveva raccontato già nelle scorse settimane e che adesso, con la raccolta ormai molto avanti nella Sicilia occidentale, appare ancora più evidente. Al 31 luglio nelle cantine siciliane risultavano 2.690.094 ettolitri di vino, di cui ben 1.406.607 ettolitri nella sola provincia di Trapani: oltre la metà delle giacenze dell’intera Isola.

 

Ad Alcamo produzione giù del 30-40 per cento

L’ultimo segnale arriva da Alcamo, uno dei territori storicamente più importanti della viticoltura trapanese.

Qui il bilancio della vendemmia parla di una riduzione generalizzata della produzione tra il 30 e il 40 per cento. E il dato medio nasconde situazioni ancora più pesanti: nei vigneti maggiormente esposti al sole e alle alte temperature il raccolto si è praticamente azzerato.

Il confronto con l’anno scorso dà la dimensione del problema.

Nel 2025 le tre cantine sociali alcamesi avevano ricevuto complessivamente circa 430 mila quintali di uva. Quest’anno quel livello resterà molto lontano.

La sola Fiumefreddo, la maggiore cooperativa della zona con circa 800 soci, nelle annate normali può arrivare a lavorare fino a 250 mila quintali. Poi ci sono la Sant’Antonio, con circa 300 soci, e la San Francesco di Paola, che ne conta circa 500.

La qualità, almeno, viene descritta come buona. Ma è una consolazione relativa: un quintale eccellente che non esiste continua a valere zero.

 

Il vigneto cambia anche a distanza di pochi metri

Quella del 2026 è inoltre una vendemmia molto irregolare.

Ci sono appezzamenti nei quali le rese hanno tenuto meglio e altri, anche poco distanti, dove caldo e stress idrico hanno lasciato pochissimi grappoli. Esposizione, disponibilità d’acqua e caratteristiche dei terreni hanno fatto una differenza enorme.

È esattamente uno dei fenomeni che si registra anche a livello nazionale. Siccità e alte temperature hanno ridotto il peso degli acini e dei grappoli in diverse zone d’Italia e la situazione è talmente differenziata che Unione Italiana Vini, Assoenologi e Ismea hanno scelto quest’anno di non presentare la tradizionale previsione quantitativa nazionale, rinviando il conto definitivo alla conclusione della raccolta.

Insomma, meglio diffidare delle classifiche sulla “vendemmia eccezionale” quando le forbici sono ancora al lavoro.

 

Ma il vero problema è ciò che c’era già prima della vendemmia

La scarsità dell’uva potrebbe far pensare, secondo la più elementare legge della domanda e dell’offerta, a una conseguenza positiva sui prezzi.

Non è così semplice.

La vendemmia 2026 è arrivata infatti con cantine già molto cariche. In tutta Italia, al 31 luglio, erano presenti 42,6 milioni di ettolitri di vino, il 6,9 per cento in più rispetto allo stesso periodo del 2025, ai quali si aggiungevano oltre 3 milioni di ettolitri di mosti.

In Sicilia il fenomeno assume una dimensione particolare proprio nel Trapanese.

Come abbiamo già raccontato, gli oltre 1,4 milioni di ettolitri presenti negli stabilimenti della provincia di Trapani corrispondono, con tutte le cautele del caso, a circa due terzi della produzione media annuale provinciale. Giacenza, va sempre ricordato, non significa necessariamente vino invenduto: ci sono partite già acquistate, prodotti in affinamento o vini destinati all’imbottigliamento. Ma una quantità così elevata pesa comunque sulla liquidità e sulla capacità commerciale delle aziende.

Anche ad Alcamo una parte del vino della precedente campagna è ancora nei magazzini. Si tratta in alcuni casi di prodotto già venduto e perfino pagato da operatori del Nord Italia ma non ancora ritirato, anche per gli elevati costi di trasporto.

Le cooperative alcamesi assicurano che non ci sono, al momento, problemi di spazio per accogliere il nuovo prodotto.

Il problema, però, non è soltanto trovare una cisterna vuota. È vendere con margini sufficienti quello che la cisterna contiene.

 

E i prezzi del vino stanno scendendo

Qui il quadro nazionale torna ad incrociarsi con quello siciliano.

Nei primi cinque mesi del 2026 i prezzi hanno registrato, secondo i dati dell’Osservatorio di Unione Italiana Vini riportati nell’analisi nazionale sulla vendemmia, una flessione del 6 per cento per i vini Dop, del 7 per cento per gli Igp e del 14,4 per cento per i vini comuni.

Ed è proprio quest’ultima fascia a interessare maggiormente quei territori nei quali una parte consistente della produzione continua ad essere commercializzata come vino sfuso o destinata ad altri imbottigliatori.

Ad Alcamo gran parte del bianco prende la strada del Nord Italia, dove viene utilizzato anche per assemblaggi. La San Francesco di Paola lavora Catarratto, Grillo, Nero d’Avola, Grecanico e Inzolia, oltre ai vitigni internazionali, e sta sperimentando produzioni a minore gradazione alcolica per intercettare l’evoluzione dei consumi.

È un dettaglio che dettaglio non è.

 

Il vino si beve meno, e diversamente

La vera crisi, infatti, non nasce soltanto dalla siccità.

Se fosse solo un problema climatico, una produzione ridotta potrebbe persino contribuire a riequilibrare il mercato. Ma il mercato stesso sta cambiando.

I consumatori bevono mediamente meno vino, scelgono in maniera diversa e aumenta l’attenzione al prezzo. Contemporaneamente l’export italiano ha rallentato: nei primi quattro mesi del 2026 le esportazioni di vino sono diminuite del 6,8 per cento in valore e del 3,7 per cento in volume rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Negli Stati Uniti, principale mercato estero del vino italiano, il valore risultava in calo del 15,4 per cento.

La vecchia equazione “più uva uguale più reddito”, insomma, non funziona più.

Ma nemmeno la nuova equazione “meno uva uguale prezzi più alti” sembra funzionare.

 

La “tempesta perfetta” dei Guardiani del Territorio

È qui che torna l’allarme lanciato nei giorni scorsi dall’associazione I Guardiani del Territorio. L’associazione aveva messo insieme i pezzi: diminuzione delle rese, costi fissi delle cantine che restano elevati, crisi del sistema irriguo, indebitamento delle cooperative, mercati più difficili e riduzione strutturale dei consumi.

Adesso il caso di Alcamo aggiunge un altro elemento molto concreto.

Se una cantina riceve il 30 o il 40 per cento di uva in meno, i suoi costi per personale, impianti, manutenzione, ammortamenti ed energia non diminuiscono automaticamente nella stessa proporzione.

Significa che ogni quintale conferito deve sopportare una quota maggiore di costi fissi.

Ed è alla fine il socio viticoltore a rischiare di pagarne il prezzo.

Le tre cantine alcamesi dovranno riunirsi per stabilire le anticipazioni da riconoscere ai soci. L’orientamento sarebbe quello di mantenere i valori dello scorso anno, intorno ai 40 centesimi al chilogrammo a grado base 20. Ma con il 30 o 40 per cento di raccolto in meno, anche un prezzo invariato significa comunque un reddito complessivo molto più basso.

 

La distillazione serve. Ma non basta

I Guardiani chiedono alla Regione di accelerare sulla distillazione di crisi, così da sottrarre al mercato parte delle eccedenze precedenti.

È una misura che può servire nell’immediato: alleggerisce i magazzini, restituisce liquidità e può ridurre la pressione sui prezzi.

Ma sarebbe un errore pensare che basti.

Perché il problema della Sicilia vitivinicola ormai non riguarda soltanto questa vendemmia. Riguarda che cosa produrre, per chi produrlo e a quale valore venderlo.

Lo stesso dibattito nazionale si sta spostando dalla quantità al valore: marchi più forti, imbottigliamento, export diversificato, vendita diretta, enoturismo e maggiore capacità commerciale. Il rischio, altrimenti, è che il vino resti una commodity agricola sulla quale la competizione si fa essenzialmente sul prezzo.

È la stessa direzione indicata dai Guardiani del Territorio quando chiedono un piano per portare progressivamente le cantine sociali fuori dalla dipendenza dallo sfuso e verso una maggiore quota di prodotto imbottigliato.

 

Il conto finale non è soltanto economico

C’è infine una conseguenza che arriva dopo tutte le altre.

Quando per più anni coltivare un vigneto non garantisce un reddito adeguato, prima si risparmia sulla manutenzione. Poi si rinviano gli investimenti. Alla fine il vigneto viene abbandonato.

Ed è forse questo il rischio più serio della crisi attuale. Anche l’analisi nazionale sulla vendemmia individua nella perdita di redditività una delle principali minacce per la tenuta dei vigneti e dei territori rurali.

Ad Alcamo già cambiano le campagne: i braccianti sono sempre più difficili da trovare e la vendemmia meccanica avanza, con costi indicati tra 350 e 400 euro ad ettaro. Cambiano le tecniche, cambiano i consumatori, cambia il clima.

Quello che non può più restare fermo è il modello economico.

Perché la fotografia della vendemmia 2026, almeno nella Sicilia occidentale, è ormai piuttosto nitida: i grappoli diminuiscono, il vino nei serbatoi resta, i prezzi faticano e i costi corrono.

La “tempesta perfetta” evocata qualche giorno fa non sembra più soltanto un allarme. Sta diventando il bilancio della vendemmia.