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27/08/2026 06:00:00

Furto degli Antonello, i custodi erano tutti al museo. Resta il giallo dell'allarme

Erano tutti dentro. Nessuno dei quattro custodi avrebbe lasciato il Museo regionale di Messina per andare a seguire la Vara. Le immagini della videosorveglianza smentirebbero così una delle voci più insistenti circolate dopo il furto degli Antonello. Ma la nuova certezza, anziché risolvere il caso, rende ancora più difficile spiegare quello che accadde la sera di Ferragosto.

Perché se i quattro addetti erano regolarmente al loro posto, e se è confermato che l’allarme scattò durante l’intrusione, rimane la domanda che accompagna questa storia dal primo giorno: come hanno fatto i ladri a entrare, raggiungere le opere, staccarle e fuggire senza che nessuno riuscisse a fermarli?

La novità emerge oggi, 26 agosto, da quanto apprende l’ANSA.

 

Tutti e quattro i custodi erano dentro il MuMe

 

Le registrazioni dell’impianto di videosorveglianza confermerebbero la presenza dei quattro custodi all’interno del Museo regionale “Maria Accascina” durante il colpo.

Viene quindi smentita l’indiscrezione secondo la quale almeno uno degli addetti si sarebbe allontanato dal posto di lavoro per assistere alla processione della Vara, che proprio il 15 agosto richiama migliaia di persone nel centro di Messina.

Quella voce aveva inevitabilmente alimentato polemiche e sospetti.

Le immagini, invece, direbbero altro: il personale era al museo.

Ed è un elemento importante anche per valutare correttamente le responsabilità individuali, sulle quali sono in corso sia gli accertamenti della Procura sia quelli amministrativi della Regione.

 

L’allarme scattò. E venne disattivato

 

Viene però confermato anche il particolare più delicato.

Il sistema d’allarme entrò regolarmente in funzione durante l’intrusione dei ladri.

Uno dei custodi lo avrebbe disattivato, ritenendo che si trattasse di un falso contatto, come lo stesso addetto avrebbe poi riferito agli investigatori.

Un episodio che avevamo già raccontato e che adesso acquista ancora maggiore peso.

Perché non siamo più davanti all’ipotesi di personale assente dal museo.

Al contrario: i custodi erano presenti, l’allarme funzionava, e tuttavia il furto andò avanti.

 

Il primo custode indagato

 

Nel frattempo l’inchiesta della Procura di Messina ha registrato nei giorni scorsi una prima svolta.

Uno dei quattro custodi è stato iscritto nel registro degli indagati per l’ipotesi di false dichiarazioni al pubblico ministero.

L’addetto era stato convocato insieme ai colleghi come persona informata sui fatti. Durante l’interrogatorio, però, i magistrati avrebbero rilevato alcune contraddizioni rispetto alle versioni fornite dagli altri dipendenti e avrebbero interrotto l’audizione.

È importante ribadirlo: il custode non risulta indagato per avere partecipato al furto né per concorso con i ladri.

L’ipotesi contestata riguarda ciò che avrebbe dichiarato ai magistrati.

Resta però aperto il fronte delle possibili complicità interne, sul quale gli investigatori continuano a lavorare.

 

Le quattro domande che restano

 

La nuova ricostruzione sgombra quindi il campo da una voce, quella dei custodi alla Vara, ma lascia intatte quasi tutte le altre anomalie.

La prima riguarda proprio l’allarme: perché fu considerato un falso segnale?

La seconda: qualcuno controllò immediatamente le telecamere?

Le immagini avrebbero mostrato i ladri, con abiti scuri e caschi integrali, muoversi all’interno della struttura.

La terza: dopo l’attivazione del sensore, qualcuno andò fisicamente a verificare cosa stesse succedendo nella sala di Antonello?

E infine la quarta, forse la più clamorosa: perché la prima segnalazione alle forze dell’ordine non arrivò dal museo?

 

A chiamare il 112 fu una passante

 

Alle 21.02 del 15 agosto una donna che transitava lungo viale dell’Annunziata vide due tavole appoggiate a un muretto davanti alla recinzione del MuMe.

Era l’insegnante messinese Elisabetta Bonfato.

Le riconobbe come possibili opere del museo e chiamò il numero unico di emergenza.

Erano due pannelli del Polittico di San Gregorio che i ladri avevano abbandonato durante la fuga.

Quella telefonata rimane uno dei passaggi più paradossali dell’intera vicenda: mentre quattro custodi erano all’interno e l’allarme era scattato, a mettere in moto l’intervento della Polizia fu una cittadina che trovò due Antonello per strada.

 

I ladri andarono dritti alle opere

 

Le immagini acquisite dagli investigatori ricostruiscono intanto un’azione estremamente rapida.

I ladri sarebbero entrati da un accesso laterale dopo avere superato la recinzione nella parte posteriore del museo.

Una volta all’interno, avrebbero raggiunto direttamente le opere.

Sono state rimosse le cinque tavole superstiti del Polittico di San Gregorio e la preziosa tavoletta bifronte, protetta da una teca.

Due pannelli del Polittico sono stati poi lasciati durante la fuga.

Restano da ritrovare tre tavole del Polittico e la tavoletta bifronte: quattro opere di Antonello da Messina.

La rapidità dell’azione continua a far ipotizzare sopralluoghi precedenti o informazioni precise sulla struttura.

 

Resta la caccia alla possibile “talpa”

 

Squadra mobile e Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale, coordinati dalla Procura guidata da Antonio D’Amato, stanno cercando di capire quanto i ladri conoscessero il museo prima del colpo. Ingressi. Percorsi. Posizione esatta delle opere. Sistemi di sicurezza. Turni e abitudini del personale.

Da qui nasce l’ipotesi di un possibile basista, che però rimane allo stato una pista investigativa.

Il fatto che i quattro custodi fossero presenti all’interno del museo non esclude né conferma eventuali complicità. Serve invece a definire meglio cosa è realmente accaduto durante quei minuti.

 

I custodi trasferiti

 

I quattro addetti — due dipendenti regionali e due lavoratori Asu — sono stati collocati in ferie forzate dopo il furto.

Al rientro saranno trasferiti in altri siti dei Beni culturali.

Il provvedimento è di natura amministrativa e non equivale all’attribuzione di responsabilità nel colpo.

Parallelamente è previsto il procedimento disciplinare, che dovrà stabilire se siano state violate le procedure di vigilanza e con quali responsabilità.

Il nodo, adesso, è quasi più semplice da formulare.

Non bisogna più chiedersi se i custodi fossero al museo.

C’erano.

Bisogna capire cosa fecero quando l’allarme suonò.

 

E mentre quattro Antonello mancano, un altro torna in Sicilia

 

La storia regala intanto un contrasto quasi perfetto.

Mentre a Messina si cercano disperatamente quattro opere scomparse, a circa 160 chilometri di distanza un altro Antonello da Messina è appena tornato in Sicilia.

Al Museo Mandralisca di Cefalù è esposto fino al 4 novembre il “Ritratto Trivulzio”, firmato e datato 1476 e normalmente conservato a Palazzo Madama, a Torino.

Per la prima volta in Sicilia viene messo a confronto con il celebre “Ritratto d’uomo” del Mandralisca, nell’ambito della mostra L’enigma del sorriso. Antonello da Messina tra Cefalù e Torino.

Due Antonello che si ritrovano.

Quattro che continuano a essere cercati.

E a Messina rimane aperto un mistero che, dopo l’ultima novità, appare perfino più netto: quella sera il museo non era vuoto. I custodi erano lì, le telecamere registravano e l’allarme suonò. Eppure gli Antonello uscirono lo stesso.