Il Festino di San Vito 2026 a Mazara del Vallo è finito, ma il bilancio che prova a tracciare la Chiesa mazarese va ben oltre processioni, luminarie e fuochi d'artificio. L'obiettivo, spiega don Giuseppe Alcamo, era più ambizioso: fare della festa patronale un luogo di incontro tra fede, cultura, arte, associazionismo e città.
E qualche numero aiuta a capire le dimensioni della macchina messa in moto: 250 cittadini coinvolti nella sfilata a quadri viventi, decine di associazioni, artisti, cori e scuole e circa cento contratti di lavoro stipulati per servizi tecnici, artistici, professionali e organizzativi.
Insomma, San Vito non soltanto come santo da portare in processione. Ma come occasione per provare, almeno per qualche giorno, a far lavorare insieme una città.
“In riva al mare cerchiamo la pace”
Uno degli inni prodotti per questa edizione contiene il verso che meglio riassume il tema scelto:
“In riva al mare cerchiamo la pace… Vito, sei stato, e ancora sei, la mia luce… Vito tu sei la luce più bella”.
Ed è proprio attorno alle parole luce e pace che, secondo don Alcamo, è stato costruito il Festino.
L'intenzione era quella di mettere “in sinergia le intelligenze e le realtà più dinamiche presenti in città”, cercando percorsi comuni da offrire a chi vuole contribuire alla costruzione del futuro di Mazara.
In questo percorso le comunità parrocchiali, guidate dal vescovo Angelo Giurdanella, hanno avuto un ruolo centrale, definito da Alcamo come quello della “locomotiva di un treno in corsa”.
Una festa che vuole anche educare
Il Festino, nella lettura proposta dalla Chiesa mazarese, è stato innanzitutto un evento educativo.
Una festa religiosa, cioè, che prova a far vivere la fede anche attraverso la bellezza, le arti, la musica, la danza e il recupero delle tradizioni cittadine.
Alla base rimane la devozione popolare per San Vito, Modesto e Crescenza e per la Madonna del Paradiso, ma con uno sguardo che prova ad andare oltre la semplice ripetizione dei riti.
La tradizione marinara, la dimensione familiare della festa e la spiritualità diventano così strumenti per parlare alla città contemporanea.
Non solo reliquie e processioni
Il punto sottolineato da don Alcamo è proprio questo: il Festino non vuole limitarsi “allo scampanio dei sacri bronzi, alle reliquie e alle processioni”.
Durante i giorni della manifestazione sono stati proposti momenti di riflessione sul martirio cristiano, sulle virtù teologali e cardinali, sulla pace, sulla comunione e sulla corresponsabilità.
La festa patronale diventa così, almeno nelle intenzioni, anche un luogo nel quale discutere del presente.
Un tentativo della comunità ecclesiale di dialogare con tutti, credenti e non credenti, prendendo come punto di partenza la testimonianza di Vito, Modesto e Crescenza.
Una lunga lista di collaborazioni
Il Festino 2026 è stato realizzato attraverso la collaborazione tra Diocesi, Forania e Amministrazione comunale, ma la rete costruita attorno alla manifestazione è stata molto più ampia.
Sono state coinvolte associazioni e realtà cittadine come i Marinai d'Italia, la Croce Rossa, Morgana, i Vigili del Fuoco in congedo, il gruppo dei pescatori portatori e custodi della statua di San Vito, le scuole di danza e i cori scolastici.
Sono stati valorizzati inoltre la Banda musicale della città, la banda barocca, il coro interparrocchiale, il coro della scuola Pirandello, gli Artisti Art Factory, insieme a estetisti, musicisti, cantanti e professionisti che hanno lavorato dietro le quinte.
E poi ci sono i circa 250 cittadini che hanno preso parte alla grande sfilata a quadri viventi.
Una partecipazione che trasforma inevitabilmente una festa osservata in una festa costruita insieme.
Circa cento contratti di lavoro
C'è poi un aspetto meno spirituale, ma molto concreto.
La direzione artistica guidata da Carla Favata, evidenzia don Alcamo, ha stipulato circa cento contratti con aziende e professionisti per i servizi tecnici, artistici, professionali, logistici e organizzativi necessari alla realizzazione degli eventi.
Il Festino, dunque, ha prodotto anche lavoro e movimento economico.
È un elemento interessante perché racconta quanto una grande manifestazione religiosa e culturale possa diventare anche un piccolo sistema produttivo temporaneo, coinvolgendo competenze e imprese.
“Aiutare tutti a crescere in umanità e fede”
Secondo don Giuseppe Alcamo, tutto questo rappresenta soltanto la parte “documentabile” di ciò che il Festino ha messo in movimento.
Il resto è più difficile da mettere in una tabella: la partecipazione, l'entusiasmo, la presenza dei turisti, i momenti di spiritualità e il coinvolgimento popolare.
È questa, in fondo, la scommessa che Chiesa di Mazara del Vallo e Amministrazione comunale dichiarano di voler portare avanti: una festa del Santo Patrono che non serva soltanto a celebrare ciò che Mazara è stata, ma anche a discutere di ciò che potrebbe diventare.
Una festa capace, scrive Alcamo, di confrontarsi “con intelligenza e audacia” sui valori evangelici e di aiutare credenti e non credenti a “crescere in umanità e fede”.
Perché i fuochi durano pochi minuti. Se un Festino vuole lasciare davvero qualcosa, il lavoro comincia quando il cielo torna buio.
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Una riflessione sul Festino di San Vito di Mauro Andrea Di Salvo
Per una sera è bastato chiudere una strada, mettere alcune file di sedie e stendere una moquette blu. Poi ci si è accorti che il teatro era già lì.
La scalinata di piazza Mokarta, il mare sullo sfondo, l'arco normanno, la fontana di Pietro Consagra. Mazara aveva già la scenografia. Bisognava soltanto cambiare il modo di guardarla.
È una delle immagini più efficaci della lunga riflessione con cui Mauro Andrea Di Salvo, architetto, docente di storia dell'arte e presidente della Compagnia internazionale di danza storica Harmonia Suave, racconta ciò che resta del Festino di San Vito 2026, concluso domenica 23 agosto con l'imbarco del simulacro e i fuochi di mezzanotte.
Non una semplice cronaca della festa – Di Salvo precisa di aver partecipato direttamente alla sua realizzazione – ma una domanda molto più interessante: che cosa ha scoperto Mazara di sé in questi otto giorni?
San Vito torna sul mare
L'ultima giornata ha riportato il simulacro verso il mare.
Il corteo è uscito dalla Cattedrale nel tardo pomeriggio, preceduto dall'annuncio barocco e dalle bandiere delle quattro contrade storiche della città.
Alla Lega Navale il simulacro è stato imbarcato. Al largo, nei pressi del Cristo sommerso, il vescovo ha benedetto il mare ed è stata deposta una corona in memoria dei marinai dispersi.
Dietro San Vito, decine di barche.
Una scena che, nella lettura di Di Salvo, rovescia simbolicamente la storia del giovane Vito: il ragazzo che secondo la tradizione lasciò Mazara per mare torna ogni anno nella città dalla quale era fuggito.
E dice, idealmente, che quella è ancora casa sua.
Piazza Mokarta trasformata in un teatro
Ma è soprattutto quanto accaduto sabato sera a offrire all'autore l'immagine più potente del Festino.
Il tratto di lungomare davanti a piazza Mokarta è stato chiuso al traffico. Le sedie sono state disposte su tre lati, la scalinata trasformata in cavea, il mare utilizzato come fondale naturale dello spettacolo.
L'idea della direttrice artistica Carla Favata è stata semplice dal punto di vista tecnico e molto meno semplice da quello culturale: utilizzare ciò che Mazara possiede già e mostrarlo sotto una luce differente.
Il mare, i ruderi del castello normanno, la fontana di Consagra.
Tutto era sempre stato lì.
È forse questa una delle lezioni più interessanti del Festino: non sempre per inventare qualcosa serve costruire qualcosa. Talvolta basta finalmente accorgersi di ciò che esiste.
I quattro uomini di Consagra
Alle spalle del pubblico, quasi fuori dalla scena, rimaneva proprio la scultura-fontana realizzata da Pietro Consagra e donata alla città nel 1964.
Quattro figure che, ricorda Di Salvo, rappresentano uomini provenienti dal mare che provano a reggersi sulla terra.
Un'immagine che inevitabilmente dialoga con una città portuale, mediterranea, costruita nei secoli da partenze e arrivi.
E dialoga anche con il presente di Mazara.
San Vito parte. I migranti arrivano. I ragazzi mazaresi partono ancora, questa volta per studiare o lavorare.
Una città di mare continua così a fare i conti con una domanda antica: chi parte torna? E chi arriva può diventare parte della città?
La festa come cittadinanza attiva
Nel racconto di Di Salvo il Festino diventa interessante soprattutto quando si guarda a chi lo costruisce.
Una docente che prova per mesi insieme agli studenti. Un pescatore che porta un carro alle tre del mattino. Centinaia di cittadini dentro i costumi. Ragazzi che attraversano una piazza davanti a migliaia di persone.
E poi Rosalba D'Annibale, 82 anni, che negli anni ha cucito gran parte dei costumi utilizzati dalla manifestazione.
Qui emerge anche un problema molto concreto: quel sapere artigianale rischia di andare perduto se nessuno lo raccoglie e lo impara.
È una delle questioni lasciate aperte dal Festino: una tradizione può anche essere splendida, ma per sopravvivere ha bisogno di qualcuno al quale essere consegnata.
Dal successo all'istituzione
Quella del 2026 è stata la seconda edizione diretta da Carla Favata.
Ed è proprio la capacità di ripetere e ampliare quanto realizzato l'anno precedente che, secondo Di Salvo, segna il passaggio più importante.
Quest'anno sono arrivati nuovi quadri della sfilata, uno spettacolo dedicato alla storia della Sicilia, la mostra dei costumi al Seminario e momenti di confronto sull'educazione e sul futuro dei giovani.
Da qui l'idea: il Festino potrebbe smettere di essere semplicemente un evento e cominciare a diventare un'istituzione culturale della città.
Non nel senso burocratico del termine – di quelle Mazara, come tutte le città italiane, ne possiede già abbastanza – ma come appuntamento stabile attraverso il quale una comunità racconta se stessa.
Il presidente musulmano di un Festino cattolico
C'è poi un elemento simbolico che Di Salvo mette in evidenza: il presidente dell'associazione che ha organizzato il Festino cattolico è Amir Boubaker, musulmano.
Per l'autore è il segno concreto di quell'identità mediterranea che Mazara spesso racconta e che, in questo caso, è diventata pratica.
Non soltanto la Casbah da mostrare ai turisti, dunque, ma persone di culture e religioni differenti chiamate a costruire insieme una festa profondamente legata alla tradizione cattolica della città.
È probabilmente una delle immagini più coerenti con il tema scelto per il 2026: “Un cammino di pace”.
Quello che manca ancora
Il bilancio di Di Salvo non è però soltanto celebrativo.
Ci sono anche cose da migliorare.
Una è la misurazione dell'impatto della manifestazione: presenze, flussi economici, incassi, ricadute sulle attività commerciali.
Senza numeri, osserva, il successo continuerà a essere raccontato soprattutto da chi il Festino lo organizza.
C'è poi il tema degli sponsor: secondo Di Salvo, tra quelli dell'edizione 2026 non compare un'azienda mazarese.
E ancora: le date del 2027 dovrebbero essere comunicate molto prima, soprattutto a chi lavora nel turismo e vende viaggi con molti mesi di anticipo.
Infine c'è il patrimonio umano: trovare qualcuno che impari il mestiere di chi oggi custodisce saperi che nessun archivio può conservare da solo.
Una città che per otto giorni si mette in scena
Il punto più interessante della riflessione, alla fine, è forse questo.
Per otto giorni Mazara si rappresenta e contemporaneamente si osserva.
Mette insieme il santo patrono e il mare, il barocco e la cultura araba, i pescatori e gli studenti, la danza e la devozione, il passato e la paura – molto contemporanea – di perdere i propri giovani.
Il Festino finisce. I costumi vengono riposti, le sedie spariscono, il traffico torna sul lungomare.
Rimane allora la domanda che Di Salvo consegna alla città: che cosa fare, durante gli altri 357 giorni dell'anno, di quello che si è visto?
Perché una festa può illuminare una città per una settimana.
Ma accorgersi della luce, e soprattutto decidere cosa farsene, è un lavoro che dura molto di più.