Da una parte i comunicati che raccontano uve sane, qualità elevata e una vendemmia partita sotto buoni auspici. Dall’altra i produttori che fanno i conti con caldo, rese ridotte, difficoltà irrigue, cantine ancora cariche di vino e prezzi sotto pressione. I Guardiani del Territorio contestano il racconto ottimistico sulla vendemmia siciliana 2026 e chiedono alla Regione un monitoraggio indipendente nei vigneti della Sicilia occidentale.
La vendemmia siciliana del 2026 sarà davvero una “grande annata”? Dipende da dove la si guarda.
Se si leggono molti dei comunicati diffusi nelle ultime settimane dal mondo del vino, il quadro appare incoraggiante: uve sane, buone condizioni fitosanitarie, qualità attesa elevata e una Sicilia pronta ad affrontare una delle vendemmie più lunghe d'Italia.
Se invece si entra nei vigneti della Sicilia occidentale, sostiene l'associazione I Guardiani del Territorio, il racconto cambia parecchio.
E non riguarda soltanto la qualità dell'uva.
Riguarda quanta uva c'è. Quanto costa produrla. Quanta acqua riesce realmente ad arrivare alle aziende. Quanto vino è rimasto nelle cantine. E, soprattutto, quanto sarà pagato il raccolto ai viticoltori.
È su questa distanza tra il racconto promozionale e i conti delle aziende agricole che interviene l'associazione.
«La favola della grande annata si scioglie al sole d'agosto»
Il titolo scelto dai Guardiani non lascia molto spazio alle interpretazioni: «Vendemmia 2026: la favola della grande annata si scioglie al sole d'agosto».
Nel mirino finiscono le valutazioni positive diffuse in queste settimane da organizzazioni e realtà del comparto vitivinicolo.
«Da settimane le associazioni di categoria si rincorrono in comunicati trionfali», scrivono i Guardiani, citando espressioni come “annata sotto i migliori auspici”, “grappoli sani ed equilibrati” e “vendemmia di elevata qualità”.
Va detto che il quadro delle organizzazioni agricole non è completamente uniforme. Se il Consorzio Doc Sicilia ha effettivamente presentato l'avvio della vendemmia parlando di buone prospettive qualitative, la stessa Coldiretti nelle ultime settimane ha lanciato pesanti allarmi sugli effetti della siccità sulle produzioni agricole del Mezzogiorno, Sicilia compresa.
Il punto sollevato dai Guardiani è però un altro: anche un'uva qualitativamente buona può diventare economicamente disastrosa se ce n'è poca, costa troppo produrla e viene pagata troppo poco.
Ed è questa distinzione che spesso si perde quando si parla semplicemente di “buona vendemmia”.
Il caldo e le rese: «Nei campi si raccoglie molto meno»
Secondo l'associazione, le temperature elevate che hanno caratterizzato l'estate siciliana stanno lasciando un segno evidente nei vigneti.
«Da luglio la nostra regione è sotto una cappa di calore che non si è mai davvero allentata», sostengono i Guardiani, secondo i quali il caldo avrebbe ridotto ulteriormente le rese in diverse zone della Sicilia occidentale.
Il ragionamento è semplice.
Un conto è dire che il grappolo arrivato in cantina presenta una buona qualità.
Altro conto è stabilire quanti grappoli sono arrivati alla raccolta.
In agricoltura qualità e quantità possono andare in direzioni opposte. Una produzione ridotta può avere anche caratteristiche qualitative eccellenti, ma per il viticoltore che vive dei quintali conferiti la diminuzione della resa significa innanzitutto meno ricavi.
E se contemporaneamente scende anche il prezzo riconosciuto per ogni quintale di uva, il conto diventa rapidamente insostenibile.
La grande questione dell'acqua
Poi c'è il tema che accompagna ormai ogni estate siciliana: l'acqua.
I Guardiani del Territorio denunciano una situazione paradossale: disponibilità d'acqua negli invasi e difficoltà, invece, a farla arrivare concretamente nei campi attraverso reti e canali irrigui.
«Un invaso pieno che non irriga è un invaso inutile», sintetizza l'associazione, che punta il dito contro perdite nelle reti, manutenzioni insufficienti, problemi nelle condotte e competenze frammentate tra diversi enti.
Qui, però, serve una precisazione.
Dire genericamente che gli invasi siciliani siano “pieni” non restituisce l'intera fotografia regionale. Gli ultimi dati dell'Autorità di bacino disponibili all'inizio di agosto indicavano nelle 30 dighe siciliane considerate funzionanti, sulle 45 complessive, 566,78 milioni di metri cubi d'acqua al primo luglio, contro 607,49 milioni del primo giugno: oltre 40 milioni di metri cubi in meno in appena un mese.
Il problema denunciato dai Guardiani resta però centrale: non basta che l'acqua sia presente da qualche parte nel sistema. Deve poter arrivare al vigneto quando serve.
Ed è proprio sull'efficienza delle reti irrigue che da anni si misura una delle più evidenti fragilità dell'agricoltura siciliana.
Il vero macigno sono le cantine ancora piene
Ma il caldo e l'acqua spiegano soltanto una parte della crisi.
L'altra è dentro i serbatoi.
Come abbiamo raccontato su Tp24, la vendemmia 2026 è cominciata con una quantità ancora molto elevata di vino della precedente campagna nelle cantine.
Al 31 luglio risultavano in Sicilia 2.690.094 ettolitri di vino in giacenza.
Il dato più significativo riguarda proprio la provincia di Trapani: 1.406.607 ettolitri, oltre il 52% delle giacenze siciliane.
È qui che la crisi agronomica incontra quella commerciale.
Le cantine devono ricevere l'uva nuova mentre hanno ancora parte del vino vecchio da vendere. Lo spazio si riduce, la liquidità manca e aumenta la pressione per contenere il prezzo della materia prima.
Alla fine il conto arriva al vigneto.
La contraddizione del 2026: poca uva e troppo vino
Ed è forse questa la fotografia più efficace della vendemmia siciliana di quest'anno.
Nei vigneti potrebbe esserci meno uva. Nelle cantine, contemporaneamente, c'è troppo vino.
Sembra una contraddizione, ma non lo è.
Una vendemmia quantitativamente più ridotta non cancella infatti le eccedenze accumulate negli anni precedenti. Se il mercato non riesce ad assorbire la produzione esistente, anche un raccolto più scarso può arrivare dentro una filiera già congestionata.
A pesare sono il rallentamento dei consumi, la difficoltà di alcuni mercati esteri, soprattutto per determinate tipologie di vino, e il progressivo indebolimento della domanda dei rossi.
Il risultato è che una parte dei produttori potrebbe trovarsi nella situazione peggiore possibile: raccogliere meno uva e venderla a meno.
E la crisi scende fino ai lavoratori
Non è soltanto un problema dei proprietari dei vigneti.
La riduzione della redditività si sta riflettendo anche sulla manodopera.
In questi giorni sui social del Trapanese si è acceso un dibattito sulle paghe offerte per la vendemmia manuale. C'è chi racconta proposte da 50 euro per una giornata di lavoro e chi risponde che per trascorrere ore sotto il sole, tra cassette e filari, oggi servirebbero almeno 70, 80 o 90 euro.
Anche qui il meccanismo è evidente.
Il viticoltore sostiene che, con l'uva pagata poco e i costi aumentati, non riesce a sostenere salari più alti.
Il lavoratore ribatte che non può essere lui a pagare la crisi delle cantine.
E così diventa sempre più difficile trovare manodopera per la vendemmia manuale, mentre dove le caratteristiche del vigneto lo consentono cresce il ricorso alle macchine.
La crisi parte dal mercato del vino e, anello dopo anello, arriva fino a chi materialmente taglia il grappolo dalla vite.
I Guardiani chiedono alla Regione dati indipendenti
È proprio per uscire dalla guerra delle narrazioni che I Guardiani del Territorio avanzano una richiesta precisa al Governo regionale.
L'associazione chiede all'Assessorato all'Agricoltura e al Dipartimento regionale di avviare «un monitoraggio costante e indipendente della reale situazione nei vigneti della Sicilia occidentale».
Tre i dati che, secondo i Guardiani, dovrebbero essere verificati direttamente:
rese effettive della vendemmia, situazione idrica delle aziende e giacenze delle cantine.
In altre parole: meno aggettivi, più numeri.
Perché solo quando la vendemmia sarà conclusa sarà possibile capire davvero quanto vino è stato prodotto nel 2026 e con quali rese.
Non a caso quest'anno anche a livello nazionale Assoenologi, Ismea e Unione Italiana Vini hanno deciso di rinviare la tradizionale presentazione delle previsioni vendemmiali, scegliendo di attendere dati più solidi a raccolta conclusa.
Una scelta che dice qualcosa: fare previsioni sulla vendemmia, con un clima sempre più instabile, è diventato molto più complicato.
Distillare il vino non basta
Intanto la Regione ha promesso tra 20 e 25 milioni di euro per la distillazione di crisi, misura richiesta dalle centrali cooperative per alleggerire le cantine dalle eccedenze.
Può servire.
Ma, come abbiamo scritto nei giorni scorsi, non può diventare l'unica politica per il vino siciliano.
Prima si finanzia la produzione, poi si finanzia la vendemmia verde per non raccogliere l'uva e infine si finanzia la distillazione per eliminare il vino che il mercato non riesce ad assorbire.
A un certo punto qualche domanda sul funzionamento complessivo del sistema bisognerà pur farsela.
I Guardiani chiedono anche sostegni al reddito, interventi immediati sulle infrastrutture irrigue e misure in grado di accompagnare le aziende durante quella che definiscono «una delle stagioni più difficili degli ultimi anni».
Una buona uva non basta a fare una buona vendemmia
Ed è probabilmente questa la distinzione da tenere presente quando si parla della vendemmia 2026.
Un grappolo può essere sano.
Un vino può venire benissimo.
Ma una vendemmia non è davvero buona se chi produce perde denaro.
Per stabilire se il 2026 sarà stato un anno positivo bisognerà conoscere le rese reali, il prezzo dell'uva, il vino effettivamente venduto, i costi sostenuti dalle aziende e il reddito rimasto ai produttori.
Il resto sono fotografie scattate mentre la vendemmia è ancora in corso.
E forse è proprio questo il messaggio più interessante lanciato dai Guardiani del Territorio: prima di dichiarare grande un'annata sarebbe opportuno aspettare che siano i conti dei viticoltori, e non soltanto i comunicati stampa, a dirlo.