San Vito Lo Capo: Pietro Grasso presenta "U Maxi. Dentro il processo a Cosa nostra"
Che cosa resta di un processo quarant’anni dopo? Restano i numeri, le sentenze, i nomi. Restano le immagini che hanno attraversato la storia: Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Tommaso Buscetta, le gabbie degli imputati, l’aula bunker di Palermo. Ma restano anche le storie che, con il tempo, rischiano di sbiadire. È da questa esigenza che nasce “’U Maxi. Dentro il processo a Cosa Nostra”, il libro di Pietro Grasso presentato nei giardini di Palazzo La Porta, a San Vito Lo Capo, nell’ambito della rassegna “Libri, autori e buganvillee”, curata da Giacomo Pilati.
Pietro Grasso, 43 anni in magistratura, ex presidente del Senato e oggi impegnato nella formazione alla legalità attraverso la Fondazione Scintille di futuro, torna dentro quelle pagine non per riscrivere una storia già conosciuta, ma per restituirle una dimensione umana.
Dentro l’aula bunker
Il Maxiprocesso è entrato nella memoria collettiva per frammenti. Ma, racconta Grasso, mancava spesso la storia che teneva insieme quegli spezzoni.
Ventuno mesi di processo. 475 imputati, poi scesi a 460 nel corso del dibattimento. Una quantità enorme di carte, testimonianze, difese, udienze. E dentro quella macchina giudiziaria una moltitudine di persone, paure, tensioni, momenti drammatici e persino episodi di ironia.
Il libro diventa così una sorta di porta d’ingresso nell’aula bunker di Palermo. Non più osservatori distanti, ma dentro un processo che Grasso definisce una “svolta di civiltà”.
Una svolta alla quale parteciparono tutte le componenti dello Stato, ma anche una parte della società civile. I cittadini che assistevano alle udienze, le parti civili, i testimoni che avevano trovato il coraggio di parlare. E soprattutto gli studenti, che si schierarono apertamente a sostegno di quel processo quando ancora non era affatto scontato che l’opinione pubblica fosse dalla sua parte.
Per capire la portata del Maxiprocesso bisogna tornare a una Palermo che viveva una contraddizione profonda.
Da una parte c’erano Falcone, Borsellino e i magistrati che cercavano di costruire un processo capace di dimostrare giudiziariamente l’esistenza e la struttura di Cosa Nostra. Dall’altra c’era una città attraversata da enormi difficoltà sociali, dalla disoccupazione e dalla cassa integrazione.
In quella Palermo si poteva arrivare a dire: “Vogliamo la mafia che dà lavoro, vogliamo Ciancimino”.
Anche la costruzione dell’aula bunker veniva contestata. Perché spendere denaro per un processo quando quei soldi avrebbero potuto creare posti di lavoro?
Era questo il clima nel quale il Maxiprocesso si trovò a muoversi. Un processo che, prima ancora di arrivare alle sentenze, doveva affrontare un’altra domanda. Da che parte si sarebbe schierata la città?
Borsellino raccontava che, incontrando la gente, sentiva incoraggiamento, che molti gli dicevano di andare avanti e che facevano il tifo per loro. Falcone, però, osservava quella stessa realtà con maggiore cautela. Era come assistere a una corrida senza sapere se il pubblico stesse tifando per il toro o per il torero.
Quando rallentare significava vincere
Il processo doveva correre contro il tempo. Con 475 imputati e altrettanti passaggi processuali, ogni rinvio poteva diventare un’arma. Gli imputati e i loro difensori cercavano di allungare i tempi, mentre i giudici dovevano trovare il modo di accelerare senza sacrificare le garanzie della difesa.
C’erano le chiamate all’appello, gli avvocati da nominare, le procedure da rispettare. E anche tentativi più singolari di fermare le udienze. Grasso racconta, nel libro, episodi al limite del surreale, come quello di chi arrivò a scaldare una moneta con un accendino per provocarsi un attacco epilettico e bloccare il processo.
È uno degli aspetti che Grasso ha voluto recuperare. Il Maxiprocesso non fu una macchina perfetta e astratta. Fu un gigantesco caleidoscopio umano, dove accanto alla tragedia comparivano anche momenti quasi grotteschi.
Il silenzio quando entra Buscetta
Poi arrivò Tommaso Buscetta.
Nell’aula, al suo ingresso, calò il silenzio. Le sue dichiarazioni rappresentavano qualcosa di nuovo. La mafia era conosciuta, raccontata, temuta. Ma per la prima volta un uomo dall’interno dell’organizzazione iniziava a svelarne la struttura.
I mandamenti, la Cupola, la Commissione, le famiglie. I traffici di droga e tabacchi. La guerra di mafia tra il 1981 e il 1983 e la conquista di Palermo da parte dei corleonesi. I rapporti con la politica.
Buscetta aveva parlato per centinaia di ore con Giovanni Falcone. Ma le sue dichiarazioni, da sole, non bastavano. Dovevano essere riscontrate.
Ed è qui che il lavoro di Falcone diventa quasi una ricerca investigativa minuziosa. Buscetta racconta, per esempio, una villa dei fratelli Salvo. Ne descrive i particolari. Falcone chiede a Ninni Cassarà di verificarli. Un dettaglio non torna: il caminetto. Poi si scopre che quel caminetto è stato murato. La villa, nel frattempo, era stata modificata proprio per mettere in discussione la credibilità del collaboratore di giustizia.
Il confronto con Calò
Tra i momenti più intensi ci fu il confronto tra Buscetta e Pippo Calò. Grasso lo ricorda quasi come un pezzo di teatro.
Il confronto diventò uno dei momenti decisivi del processo. Dopo quel passaggio, gli altri imputati preferirono non affrontare a loro volta Buscetta.
Era un segnale. Il processo stava andando nella direzione giusta.
Diverso fu l’ingresso in aula di Salvatore Contorno, altro collaboratore di giustizia, insultato dagli uomini di Cosa Nostra rinchiusi all’interno delle grandi gabbie metalliche. Contorno parlava velocemente, in dialetto, e non tutti gli avvocati riuscivano a seguirlo. Quando gli chiedevano di parlare in italiano, rispondeva che parlava come mamma lo aveva fatto. Ogni tanto concedeva qualche parola in italiano “per far contento” il presidente del tribunale.
Anche questo è il Maxiprocesso raccontato da Grasso. Quello delle testimonianze decisive, ma anche delle incomprensioni, dei momenti di ilarità, delle persone che si muovevano dentro un processo senza precedenti.
La paura comincia a perdere terreno
I siciliani cominciavano a non avere più paura di testimoniare contro i mafiosi. Alcuni si costituivano parte civile. Altri entravano in aula e parlavano direttamente ai propri accusatori senza abbassare lo sguardo.
Dentro quelle testimonianze c’era anche il dolore. Quello dei parenti delle vittime, quello delle persone che avevano conosciuto la violenza mafiosa. C’era la storia del professore Giaccone, quella della camera di tortura di Sant’Erasmo e di una lunga scia di omicidi che aveva attraversato Palermo.
Per Grasso, raccontare tutto questo significa lasciare una memoria che non sia fatta soltanto di sentenze. La vita, anche dentro un processo così rivoluzionario, è fatta di momenti diversi, come il dolore e la tensione, ma anche l’ironia, gli episodi inattesi, le persone.
Trentacinque giorni in clausura
E poi ci sono i 35 giorni della camera di consiglio.
I giudici erano praticamente in clausura. C’era il rischio di condizionamenti, persino quello dell’avvelenamento. Il cuoco preparava i pasti all’interno della struttura. La biancheria veniva lavata lì. Il campanello annunciava che era arrivato il momento di mangiare, ma i giudici non potevano avere contatti con chi lavorava per loro.
Mentre fuori il Paese aspettava, dentro bisognava decidere.
Poi la sentenza arrivò e segnò la storia giudiziaria italiana. Il 16 dicembre 1987, dopo 35 giorni di camera di consiglio, la Corte d’assise pronunciò 346 condanne e 114 assoluzioni, con 19 ergastoli e complessivamente 2.665 anni di carcere.
Anche Leonardo Sciascia, inizialmente critico nei confronti dei maxiprocessi e preoccupato per le garanzie degli imputati, dopo la sentenza riconobbe alcuni elementi positivi nella decisione della Corte, pur senza rinunciare alle proprie riserve sul modello dei maxiprocessi.
La mafia non è scomparsa
Quarant’anni dopo, però, la domanda cambia. Che cos’è oggi la mafia?
Per Grasso la risposta non è quella di una mafia scomparsa. È quella di una mafia che ha cambiato volto e strategia.
Meno sangue, più silenzio. Più capacità di infiltrarsi nell’economia, di utilizzare la tecnologia, di sfruttare nuovi strumenti per le estorsioni e per il controllo. Anche il dark web entra nei nuovi territori della criminalità organizzata.
Ed è proprio per questo che, secondo Grasso, oggi diventa ancora più importante la collaborazione dei cittadini. Perché la risposta non può essere affidata soltanto alla magistratura o alle forze dell’ordine. Serve il coraggio di scegliere da che parte stare.
Le scintille di Falcone
Dopo 43 anni in magistratura e dopo la parentesi politica che lo ha portato alla presidenza del Senato, Grasso parla oggi di quella che definisce una sua terza vita, quella dedicata ai giovani e all’educazione alla legalità attraverso la Fondazione Scintille di futuro.
Il nome della Fondazione nasce da un ricordo personale.
Su un aereo da Roma a Palermo, poco prima della strage di Capaci, Falcone gli diede in custodia il suo accendino, perché aveva deciso di smettere di fumare. Era circa due settimane prima della strage. Il 23 maggio 1992 Falcone sarebbe stato ucciso.
Quell’accendino Grasso lo porta ancora con sé. È diventato il simbolo di quelle scintille che oggi vorrebbe trasformare in fiaccole per i ragazzi. Giovani capaci di camminare sulle proprie gambe, di essere cittadini attivi e responsabili, protagonisti del proprio tempo e non semplici spettatori.
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