L’Etna, almeno per il momento, ha concesso una tregua. L’emergenza aeroportuale che per giorni ha sconvolto i collegamenti della Sicilia può considerarsi cessata, e adesso è il momento dei bilanci. E il bilancio racconta due storie molto diverse.
La prima è quella di un sistema che, sotto pressione, è riuscito comunque a reagire: Protezione civile, lavoratori degli aeroporti, compagnie, forze dell’ordine, autobus e treni straordinari. E soprattutto gli aeroporti di Palermo e Trapani, chiamati ad assorbire una mole eccezionale di traffico proveniente da Catania.
La seconda storia è meno rassicurante. Migliaia di passeggeri hanno trascorso ore cercando un autobus, un treno, un taxi. Alcuni hanno dormito negli aeroporti. Altri hanno pagato centinaia di euro per attraversare la Sicilia. E ancora una volta si è scoperto che far atterrare un aereo è relativamente semplice: il problema comincia quando bisogna spostare i suoi passeggeri da una parte all’altra dell’Isola.
L’Etna si ferma, resta il conto dell’emergenza
Per diversi giorni l’attività dell’Etna, con emissione di cenere vulcanica, ha costretto l’aeroporto di Catania-Fontanarossa a operare a singhiozzo, fino alla sospensione degli arrivi e, nelle fasi più critiche, delle operazioni.
Per alcune ore si è fermato anche Comiso.
A quel punto il traffico della Sicilia orientale si è riversato soprattutto su Palermo Punta Raisi e Trapani Birgi, trasformati di fatto negli aeroporti di emergenza dell’intera regione.
Le conseguenze sono state pesanti: voli cancellati o dirottati, migliaia di persone lontane centinaia di chilometri dalla destinazione prevista e una gigantesca operazione di trasferimento terrestre.
Birgi, quasi 15 mila passeggeri in più
In questo quadro l’aeroporto di Trapani ha svolto un ruolo che merita di essere sottolineato.
Dal 7 al 13 agosto il Vincenzo Florio ha gestito 170 movimenti aggiuntivi e 14.957 passeggeri in più rispetto all’attività ordinaria.
Si è passati dai sei voli supplementari del 7 agosto al picco del 10 e dell’11, quando Birgi ha gestito tra 40 e 42 movimenti aggiuntivi al giorno.
Numeri enormi per uno scalo delle dimensioni di Trapani, soprattutto in piena stagione estiva e mentre continuava la normale programmazione.
Airgest ha rafforzato i turni, anche durante la notte. Hanno lavorato insieme personale aeroportuale, handler GH, Protezione civile, volontari, Aeronautica Militare e Polizia di Frontiera.
Dal 12 agosto, inoltre, Ryanair ha riprogrammato su Trapani diversi collegamenti originariamente previsti su Catania, consentendo una gestione meno emergenziale dei voli.
Quella notte con i passeggeri per terra
Non tutto, però, ha funzionato.
Tp24 lo ha raccontato fin dalle prime ore dell’emergenza. In una delle notti più difficili, centinaia di passeggeri dirottati a Birgi hanno atteso per ore i trasferimenti verso Catania.
C’era chi dormiva sulle sedie, chi sul pavimento, chi avvolto nelle coperte termiche distribuite dalla Protezione civile. Acqua, ambulanze per le persone con necessità sanitarie e personale dello scalo impegnato a gestire una situazione che, in alcuni momenti, è diventata tesissima.
Gli autobus promessi sono arrivati in parte soltanto alle prime luci dell’alba.
Ed è qui che emerge la contraddizione di questa emergenza: gli aeroporti occidentali hanno retto, ma la rete dei collegamenti tra gli aeroporti siciliani molto meno.
CNA Trapani: «Passeggeri lasciati soli»
È proprio questo il punto sollevato dalla CNA di Trapani, che parla di una situazione «inammissibile».
Il segretario Francesco Cicala e il presidente Giuseppe Orlando denunciano collegamenti ferroviari insufficienti e un numero di autobus incapace, soprattutto nelle fasi iniziali, di assorbire la domanda improvvisa.
Secondo le segnalazioni raccolte dall’associazione, alcuni passeggeri sono stati costretti a utilizzare taxi e NCC spendendo diverse centinaia di euro per raggiungere la propria destinazione.
In alcuni casi il trasferimento terrestre sarebbe costato quattro o cinque volte il biglietto aereo.
E qui il paradosso siciliano diventa quasi perfetto: si può volare da una capitale europea a Trapani con poche decine di euro e poi rischiare di spenderne alcune centinaia per arrivare a Catania.
Il vero problema è attraversare la Sicilia
CNA mette il dito nella piaga: l’emergenza Etna ha semplicemente reso evidente un problema che esiste tutti i giorni.
Gli aeroporti siciliani non sono collegati tra loro da una rete di trasporto terrestre adeguata.
Non esiste un collegamento ferroviario rapido Trapani-Catania. Non esiste un sistema capace di trasferire automaticamente migliaia di persone da uno scalo all’altro quando scatta un’emergenza. E le distanze, su una rete ferroviaria lenta e con autostrade spesso problematiche, diventano enormi.
«Come può la politica affermare di puntare sul turismo in Sicilia, se poi sono queste le condizioni?», chiedono Cicala e Orlando.
La domanda è tutt’altro che retorica.
Dipasquale attacca Schifani: «Il governo batta un colpo»
Sul fronte politico è arrivato l’attacco del deputato regionale del Pd Nello Dipasquale.
Per Dipasquale l’emergenza ha restituito «un quadro sconfortante rispetto alla capacità di reazione e di intervento del governo regionale».
Il parlamentare riconosce il lavoro della Protezione civile, ma sostiene che non sia sufficiente rispondere con «brandine ed acqua» e con qualche corsa aggiuntiva di autobus e treni.
La sua contestazione riguarda soprattutto il danno economico subito dal turismo della Sicilia orientale.
Disdette, vacanze cancellate, difficoltà nel raggiungere alberghi e strutture ricettive: secondo Dipasquale sarebbe servita una risposta politica ed economica, con l’apertura di una discussione sui possibili ristori agli operatori danneggiati.
La Regione rivendica invece la macchina dell’emergenza
La lettura del governo regionale, durante la crisi, è stata opposta.
Il presidente Renato Schifani ha parlato di un «eccezionale sforzo organizzativo», rivendicando il coordinamento della Protezione civile regionale con assessorato alle Infrastrutture, Ingv, prefetture, forze dell’ordine, gestori aeroportuali e aziende di trasporto.
Durante una precedente fase dell’emergenza la Regione aveva indicato circa 40 mila passeggeri assistiti, con un centinaio di volontari impegnati nei terminal, migliaia di bottigliette d’acqua distribuite, bus e treni straordinari.
Dunque due letture: per il governo una macchina che ha saputo reagire a un evento eccezionale; per opposizioni e associazioni di categoria, una risposta che ha tamponato l’emergenza senza risolvere il problema strutturale.
Le due cose, peraltro, possono essere entrambe vere.
L’aeroporto di Trapani esce rafforzato
Dentro questa vicenda Birgi esce certamente con un peso diverso.
Per anni l’aeroporto trapanese è stato raccontato soprattutto attraverso la crisi dei voli, i conti, il rapporto con Ryanair e la necessità di convincere la Sicilia occidentale della sua stessa utilità.
L’emergenza Etna ha mostrato invece qualcosa di molto concreto: quando uno dei grandi aeroporti siciliani entra in crisi, Birgi è una infrastruttura strategica per l’intera regione.
Quasi quindicimila passeggeri straordinari in sette giorni non sono una teoria.
E arrivano proprio mentre il presidente di Airgest Salvatore Ombra celebra i sette anni dal suo ritorno alla guida della società, iniziato nell’agosto del 2019.
Ombra: «Sette anni, ma non è un punto di arrivo»
Ombra ricorda un percorso cominciato in condizioni molto diverse da quelle attuali.
In mezzo ci sono stati la pandemia, anni difficili, trattative con le compagnie e una lunga fase di rilancio.
Oggi il presidente mette sul tavolo tre risultati: il ritorno della base Ryanair, i bilanci nuovamente positivi e i lavori previsti per l’ammodernamento dell’aerostazione.
Ma attribuisce i risultati non a una singola persona, bensì «a una squadra, a chi ogni giorno lavora dentro e fuori dall’aeroporto, alle istituzioni, agli operatori e a un intero territorio che crede nel proprio aeroporto».
L’obiettivo adesso è attrarre nuove compagnie e nuove rotte.
«Sette anni sono un traguardo importante – dice Ombra – ma non sono un punto di arrivo».
Da aeroporto periferico a scalo di sistema
È forse questa la lezione più interessante lasciata dall’Etna alla Sicilia occidentale.
Birgi non può essere valutato soltanto contando quanti turisti porta a Trapani, Marsala, San Vito Lo Capo o alle Egadi.
Un aeroporto ha anche una funzione di resilienza del sistema regionale.
Quando Catania si ferma e persino Comiso diventa inutilizzabile, avere due aeroporti pienamente operativi nella Sicilia occidentale non è un lusso. È una necessità.
E questo dovrebbe entrare anche nella programmazione futura della Regione: infrastrutture, personale, piazzali, terminal e soprattutto collegamenti terrestri devono essere dimensionati considerando anche questa funzione.
La lezione dell’Etna
Il vulcano non può essere governato. L’emergenza, invece, almeno in parte sì.
La cenere può obbligare a chiudere una pista e nessun presidente della Regione può impedirlo. Ma si può decidere prima quanti autobus devono partire, dove devono aspettare, quali treni attivare, come informare i passeggeri e chi deve pagare il trasferimento.
Soprattutto si può lavorare quando l’Etna è tranquillo per rendere finalmente gli aeroporti siciliani una rete e non quattro punti sulla cartina collegati male tra loro.
Perché questa volta l’emergenza è finita.
La prossima eruzione, invece, è soltanto questione di tempo.