Prima viene esclusa dalla gestione dei buoni spesa destinati alle famiglie in difficoltà. Poi, quando l’opposizione chiede di vedere le carte, viene convocata dal sindaco e da quasi tutta la Giunta. Le chiedono di completare le pratiche già chiuse inserendo relazioni sociali redatte dopo l’erogazione degli aiuti, ma con una data precedente.
Lei si rifiuta.
A quel punto, proprio mentre arriva la richiesta di accesso agli atti, viene improvvisamente rimessa alla guida del settore. E decide di raccontare tutto alla Guardia di finanza.
È uno dei passaggi più delicati emersi nel processo “Scialandro”, l’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Palermo sulla riorganizzazione delle famiglie mafiose tra Custonaci, Valderice e Trapani e sui rapporti costruiti attorno alla politica, agli uffici pubblici e agli affari del territorio.
A deporre davanti al Tribunale di Trapani, nell’ultima udienza, è stata Vitalba Simone, assistente sociale del Comune di Custonaci dal 1999 ed ex responsabile dei Servizi sociali.
Una testimonianza breve, ma pesante. Perché torna su quanto aveva già anticipato in aula l’attuale vicesindaco Giovanni Noto e descrive dall’interno come furono gestiti i buoni alimentari durante la pandemia.
La responsabile rimossa dopo il cambio di amministrazione
Vitalba Simone ha spiegato di avere lavorato per anni come responsabile dei Servizi sociali del Comune di Custonaci. Era una dipendente di categoria D e, in quel settore, l’unica con quella qualifica.
Dopo il ribaltamento del risultato elettorale del 2018, determinato dalla sentenza del Tar, Giuseppe Morfino subentrò a Giuseppe Bica alla guida del Comune.
Con il cambio di amministrazione, Simone perse l’incarico di responsabile.
Al suo posto venne nominata Rosa Vultaggio, dipendente di categoria C.
La funzionaria ha raccontato di avere chiesto spiegazioni all’allora assessora alle Politiche sociali Emanuela Mazzara. La risposta, secondo quanto riferito in aula, fu che l’amministrazione non gradiva le sue frequentazioni, fuori dall’ufficio, con esponenti dell’opposizione. Nessuna contestazione professionale, nessun diverbio sul lavoro. Il problema, stando alla testimonianza, era politico.
I buoni spesa gestiti senza l’assistente sociale
Poi arrivò il Covid.
Il Governo nazionale e la Regione misero a disposizione dei Comuni risorse per sostenere le famiglie in difficoltà attraverso buoni destinati all’acquisto di generi alimentari e beni di prima necessità.
A Custonaci, secondo quanto già riferito dall'attuale vice sindaco Giovanni Noto, si trattava complessivamente di circa 120 mila euro.
Vitalba Simone ha spiegato che l’assegnazione dei buoni venne gestita in autonomia dalla nuova responsabile, Rosa Vultaggio.
L’assistente sociale chiese di potere esaminare le pratiche. Non per una formalità burocratica, ma perché un beneficio economico di quel tipo richiede normalmente una valutazione delle condizioni sociali, economiche e familiari del nucleo richiedente.
La risposta, secondo la testimone, fu che quel lavoro poteva essere svolto da qualsiasi dipendente, anche da una categoria C, senza bisogno dell’intervento dell’assistente sociale.
In altre parole, i buoni furono assegnati senza le relazioni socio-economiche che avrebbero dovuto accompagnare la valutazione dei beneficiari.
Bica chiede l’accesso agli atti
La situazione cambia quando l’opposizione comunale comincia a fare domande.
Il capogruppo di minoranza Giuseppe Bica, oggi deputato regionale, presenta una richiesta di accesso agli atti per verificare le modalità con cui erano stati assegnati i buoni spesa.
Ed è in quel momento che, secondo la deposizione di Vitalba Simone, emerge il problema: le pratiche risultavano incomplete.
Mancavano proprio le relazioni dell’assistente sociale.
Non documenti secondari, ma gli atti che avrebbero dovuto motivare la concessione del beneficio sulla base della condizione economica e familiare dei richiedenti.
La convocazione con sindaco e Giunta
Vitalba Simone viene quindi convocata in una stanza del Comune.
Secondo il suo racconto, erano presenti il sindaco Giuseppe Morfino, il vicesindaco Vincenzo Monteleone, Carlo Guarano e l’assessora alle Politiche sociali Emanuela Mazzara.
Quasi tutta la Giunta.
La parola, ha precisato la testimone, venne presa soprattutto dal vicesindaco Monteleone.
La richiesta rivolta alla funzionaria era quella di completare le pratiche inserendo le relazioni mancanti. Ma quelle relazioni avrebbero dovuto essere redatte dopo che i contributi erano stati già concessi e retrodatate, in modo da far apparire le procedure regolari fin dall’inizio.
«Mi fu chiesto di inserire delle relazioni retrodatate, in modo che gli atti apparissero regolari», ha raccontato in aula.
Un tentativo, secondo la sua ricostruzione, di sistemare le carte dopo che l’opposizione aveva chiesto di controllarle.
Il rifiuto della funzionaria
Vitalba Simone ha detto di essersi rifiutata.
Non redasse le relazioni e non firmò atti retrodatati.
È questo il punto decisivo della sua testimonianza: l’assistente sociale non si limitò a contestare una procedura irregolare. Si rifiutò materialmente di completare, a posteriori, pratiche relative a contributi già assegnati.
Una scelta che impedì di coprire formalmente ciò che mancava nei fascicoli.
L’improvvisa nuova nomina
Subito dopo accadde un’altra cosa.
In concomitanza con la richiesta di accesso agli atti presentata da Giuseppe Bica, Vitalba Simone venne improvvisamente nominata di nuovo responsabile dei Servizi sociali.
La funzionaria non ha attribuito esplicitamente in aula una finalità a quella decisione. Ma ha descritto una sequenza molto chiara: prima era stata rimossa; poi era stata esclusa dalla gestione dei buoni; quindi le era stato chiesto di inserire relazioni retrodatate; infine, proprio quando l’opposizione chiedeva le carte, veniva nuovamente collocata al vertice del settore.
Una scelta che, nella lettura più evidente della vicenda, rischiava di far ricadere sulla responsabile appena rinominata il peso amministrativo di pratiche che non aveva istruito e dalle quali era stata tenuta fuori.
La segnalazione alla Guardia di finanza
Simone non accettò.
Durante la deposizione ha riferito che in quel periodo era già in corso un’attività della Guardia di finanza e che lei segnalò quanto era accaduto.
Dunque non soltanto il rifiuto di redigere le relazioni, ma anche la decisione di raccontare agli investigatori la gestione degli aiuti e la convocazione avvenuta alla presenza degli amministratori.
Il pubblico ministero Giacomo Brandini ha precisato che questa specifica vicenda non costituisce uno dei capi di imputazione direttamente contestati nel processo in corso. Ma la testimonianza è stata utilizzata per ricostruire il clima e il funzionamento dell’amministrazione comunale di Custonaci negli anni presi in esame dall’inchiesta.
Cosa aveva raccontato Giovanni Noto
La deposizione di Vitalba Simone conferma e precisa quanto già riferito, nell’udienza precedente, dall’attuale vicesindaco Giovanni Noto.
Noto aveva raccontato che l’assistente sociale si era sfogata con lui perché i buoni venivano distribuiti senza il suo coinvolgimento. Aveva inoltre riferito che, dopo le interrogazioni dell’opposizione, l’amministrazione avrebbe tentato di “mettere una pezza” chiedendo un parere postdatato.
Simone ha ora raccontato direttamente cosa accadde.
Ha confermato di essere stata esclusa dall’istruttoria. Ha confermato che le relazioni mancavano. Ha confermato la convocazione con sindaco e amministratori. Ha confermato la richiesta di predisporre relazioni retrodatate. E ha confermato il proprio rifiuto e la successiva segnalazione alla Guardia di finanza.
Il Comune di Custonaci dentro il processo Scialandro
Il processo “Scialandro” nasce dall’indagine della Dia, dei Carabinieri e della Squadra mobile, coordinata dalla Dda di Palermo, che nel 2023 portò all’esecuzione delle misure cautelari.
Secondo l’accusa, tra il 2017 e il 2022 si sarebbe riorganizzata una rete mafiosa capace di muoversi tra Custonaci, Valderice, Trapani, Paceco e altri territori della provincia.
Una mafia di prossimità, presente negli affari, nel controllo del consenso, nei cantieri, nelle forniture, nel settore del marmo e nei rapporti con l’amministrazione pubblica.
Una parte del procedimento è già stata definita con rito abbreviato. Tra i condannati figura Carlo Guarano, ex vicesindaco di Custonaci, che in appello ha ricevuto una pena di otto anni e sei mesi per associazione mafiosa.
Nel troncone ordinario sono invece sotto processo Pietro Armando Bonanno e altri sette imputati.
Dalle elezioni ai cantieri, fino ai buoni Covid
Nelle diverse udienze il Comune di Custonaci è emerso come uno dei principali scenari dell’inchiesta.
Giovanni Noto ha raccontato la campagna elettorale del 2018, definita la più pesante vissuta in oltre vent’anni di politica. Ha parlato della presenza costante al comitato elettorale di Giuseppe Costa, Roberto Melita, Paolo Magro, Giovanni Marceca e Mario Mazara.
Ha ricordato il risultato elettorale di Carlo Guarano e Vita Reina, i cantieri di lavoro nei quali venne assunto Giuseppe Costa - da poco raggiunto da un provvedimento di sequestro di beni - i debiti maturati da un imprenditore all’interno di un capannone comunale, la gestione dei parcheggi di Cornino e le modifiche al Piano regolatore che avrebbero trasformato in edificabili terreni riconducibili alla famiglia della moglie di Costa.
Ora, con la testimonianza di Vitalba Simone, il processo entra anche nella gestione degli aiuti pubblici durante il momento più difficile della pandemia.
Soldi destinati alle famiglie bisognose, pratiche incomplete, relazioni sociali mancanti e la richiesta di aggiustare tutto quando l’opposizione cominciò a chiedere spiegazioni.
Le responsabilità saranno valutate dal Tribunale
Le dichiarazioni rese dai testimoni dovranno naturalmente essere valutate dal Tribunale nel contraddittorio tra accusa e difese.
Vitalba Simone non ha attribuito direttamente a Mario Mazara alcun ruolo nella gestione dei buoni e ha dichiarato di non conoscerlo. Ha inoltre precisato che, durante la convocazione, Carlo Guarano non prese la parola e che fu il vicesindaco Vincenzo Monteleone a esporre la richiesta.
Resta però il quadro descritto dalla funzionaria.
Una dipendente qualificata viene rimossa perché ritenuta vicina all’opposizione. Viene esclusa dalla gestione dei contributi. Quando arrivano le richieste di accesso agli atti, le viene chiesto di completare retroattivamente le pratiche. Lei rifiuta. Viene improvvisamente rimessa al vertice del settore e racconta tutto alla Guardia di finanza.
Nel Comune che celebrava l’antimafia e intitolava iniziative alle vittime di Cosa nostra, anche i buoni per le famiglie in difficoltà rischiavano di diventare una questione da sistemare dopo. Quando qualcuno andava a controllare.