Mafia a Petrosino, pistole, esplosivi e incendi: la violenza dietro il controllo del territorio
Una pistola automatica modificata per sparare a raffica. Una Glock. Una Beretta con la matricola abrasa. Fucili, doppiette, armi nascoste e passate da una mano all’altra. Da riempire i bagagliai delle auto: "Ho la macchina piena". Persino esplosivo plastico. E poi un’automobile incendiata, attività commerciali minacciate con bottiglie contenenti liquido infiammabile, ragazzi minorenni impiegati per trasportare armi o appiccare il fuoco.
Non è l’inventario di una serie tipo "Gomorra". È ciò che emerge dalle indagini sull’organizzazione mafiosa che, secondo la Direzione distrettuale antimafia di Palermo, ha operato a Petrosino sotto la guida di Marco Buffa.
Abbiamo già raccontato la catena di comando, il racket delle slot, le estorsioni, il controllo delle case popolari e l’impiego di giovanissimi come corrieri della droga. Ma dietro quella struttura, dietro le richieste di denaro e la capacità di imporre decisioni, c’era un altro elemento: la disponibilità della violenza.
Le armi non sono un accessorio. Sono una componente del potere esercitato sul territorio.
La mafia non deve sparare ogni giorno
Quando si parla di mafia armata si immaginano spesso omicidi, agguati e sparatorie. A Petrosino, invece, la violenza appare soprattutto come una possibilità sempre presente.
Non occorre utilizzare una pistola ogni giorno. Basta possederla, custodirla, far sapere che esiste. Basta che una voce circoli, che un’automobile venga incendiata, che davanti a un negozio compaia una bottiglia con liquido infiammabile. La paura farà il resto.
È questa la funzione delle armi in un sistema mafioso: rendere credibili le minacce, presidiare gli affari, scoraggiare la concorrenza e convincere chi subisce un’imposizione che opporsi potrebbe avere conseguenze.
Marco Buffa, Antonino Maltese, Kevin Favara e Vito Salvatore Licari sono i partecipanti famiglia mafiosa operante a Petrosino. uffa, Maltese e Favara sono capaci di riaffermare l’egemonia del loro gruppo attraverso minacce, armi e interventi nelle controversie sorte per il controllo del territorio e dello spaccio.

Una pistola modificata per sparare a raffica
Kevin Favara, ad esempio, aveva una pistola automatica clandestina, modificata nella parte del carrello per consentire lo sparo a raffica.
Non una comune arma, dunque, ma una pistola alterata per aumentare la capacità di fuoco.
Un altro dei soggetti coinvolti nell'indagine, Simone Mandalà aveva invece dell’esplosivo plastico.
L’ordinanza non consente di affermare che la pistola e l’esplosivo appartenessero allo stesso deposito o dovessero essere utilizzati insieme. Sarebbe una deduzione non supportata dagli atti. Ma la contemporanea presenza, nel medesimo contesto investigativo, di un’arma modificata per il tiro automatico e di esplosivo plastico restituisce comunque la dimensione della pericolosità ricostruita dagli inquirenti.
Tanto più che non si tratta degli unici episodi.
Pistole e fucili passati da una mano all’altra
Siamo di fronte a quello che può essere definito un arsenale diffuso. Non necessariamente un unico luogo pieno di armi, ma una rete di persone che, secondo l’accusa, le deteneva, le trasportava, le riceveva o le nascondeva.
Kevin Favara, insieme al fratello Vincenzo Daniele, all’epoca minorenne, ha avuto e portato in luogo pubblico più armi. Le ha anche ricevute e occultate, pur conoscendone la provenienza illecita
Stessa cosa per Vincenzo Piero Li Vigni, sempre insieme al minorenne. Nicola Russo e Cosimo Giacalone avrebbero, che si sono occupati anche della loro ricettazione.
Le armi non sarebbero rimaste ferme. Sarebbero state spostate, affidate, nascoste. E anche in questo settore compare un ragazzo minorenne, chiamato non soltanto a svolgere mansioni legate alla droga, ma coinvolto, secondo l’accusa, nella gestione materiale delle armi.
Kevin Favara ha avuto tre armi comuni da sparo, tra le quali un fucile, una doppietta. Renato Casano ha avuto a disposizione un fucile e altre due armi da sparo, alcune delle quali ritenute provenienti da un furto commesso nell’ottobre 2022.
Antonino Maltese ha avuto una pistola Glock. A gennaio 2024, Maltese, Kevin Favara e Vincenzo Daniele Favara avrebbero avuto e portato in luogo pubblico un fucile Beretta calibro 24 con la matricola abrasa. Anche in questo caso è stato coinvolto un minorenne, Stefano Farina.
Antonio Riti, nello stesso periodo, gira con almeno un’altra arma.
Non c'è è quindi quello di un singolo soggetto armato per ragioni personali. È una circolazione di pistole e fucili che coinvolge adulti e ragazzi, figure centrali del gruppo e soggetti esterni all’accusa associativa.

Tredici attività commerciali nel mirino
La violenza, però, non rimane confinata alle conversazioni o ai nascondigli delle armi.
Nella notte tra il 26 e 27 gennaio 2023 Antonino Maltese e Kevin Favara hanno ordinato un’azione intimidatoria contro tredici attività commerciali di Petrosino.
Ad agire materialmente sono stati Vincenzo Daniele Favara, ancora minorenne, e Alessio Rigano. Il sistema è rudimentale quanto immediatamente comprensibile: una bottiglia di plastica contenente liquido infiammabile, accompagnata da un innesco.
Le attività appartengono a settori diversi: supermercati, locali, distributori di carburante, officine, negozi, bar, attività alimentari, un centro scommesse e una pizzeria. Non un’unica categoria economica, dunque, ma una parte significativa del tessuto commerciale di un piccolo Comune.
Il messaggio non aveva bisogno di spiegazioni. Il fuoco è un linguaggio universale.
Tredici attività in un paese delle dimensioni di Petrosino significano molto più di tredici bersagli. Significano che il segnale poteva arrivare a tutti.
Chiunque gestisse un’impresa ha potuto chiedersi: perché loro? E soprattutto: domani potrebbe toccare a me?
L’Opel Corsa data alle fiamme
Due mesi dopo, il fuoco è stato utilizzato davvero.
Il 26 marzo 2023 un’Opel Corsa intestata e utilizzata da Angelo Casarrubia venne incendiata. Kevin Favara ha avuto il ruolo di mandante e ha accompagnato sul posto Stefano Farina, minorenne, incaricato di appiccare materialmente il fuoco alla vettura.
Il metodo racconta già molto: un adulto che impartisce l’ordine, un minorenne utilizzato come esecutore, un’automobile trasformata in un avvertimento.
L’incendio di un’auto, soprattutto in una piccola comunità, non riguarda mai soltanto il proprietario. La carcassa annerita resta visibile. Viene fotografata, commentata, indicata. Il messaggio si propaga più velocemente delle fiamme.
I minorenni mandati avanti
Anche in queste vicende che raccontiamo ritorna un elemento già emerso con forza nel traffico di droga: l’impiego dei ragazzini. Utilizzati per trasportare la cocaina, ma anche per spostare fucili, nascondere pistole, collocare bottiglie incendiarie e dare fuoco a un’automobile.
Non sono semplici presenze laterali. Ma una componente operativa della struttura.
Gli adulti decidono. I ragazzi eseguono.
È un meccanismo vantaggioso per chi comanda: i minorenni possono muoversi con maggiore facilità, attirare meno sospetti, ricevere un trattamento giudiziario differente. Ma dietro il calcolo criminale c’è una devastazione sociale. Ragazzi che dovrebbero andare a scuola o al mare vengono educati alla consegna di una pistola, all’occultamento di un fucile, al gesto di avvicinare una fiamma a un’automobile.
La mafia non si limita a reclutare manodopera. Trasmette un modello: obbedire, non fare domande, dimostrare affidabilità attraverso il rischio e la violenza.
Il fuoco come firma
Nella storia della criminalità organizzata siciliana, gli incendi hanno sempre avuto una funzione precisa. Sono economici, facili da realizzare e capaci di produrre un danno enorme. Soprattutto, lasciano un segno riconoscibile.
Un colpo di pistola può essere sentito da poche persone. Un negozio bruciato o un’automobile distrutta rimangono davanti agli occhi di tutti.
A Petrosino, il fuoco sarebbe stato utilizzato o prospettato insieme alle armi. Due forme della stessa intimidazione: una immediata, l’altra latente.
Le bottiglie incendiarie dicono “possiamo colpire”. Le pistole dicono “possiamo fare di peggio”. Le estorsioni e il controllo delle attività economiche non si reggono soltanto sulle richieste di denaro. Si reggono sulla convinzione che chi chiede possa punire chi rifiuta.

Un potere costruito sulla reputazione della violenza
La mafia che stiamo raccontando in questi giorni non appare impegnata in una guerra quotidiana. Non ha bisogno di trasformare Petrosino in un campo di battaglia.
Il suo obiettivo è più sottile: costruire e conservare una reputazione di pericolosità.
La pistola modificata per sparare a raffica può anche restare nascosta. L’esplosivo può non essere utilizzato. Il fucile può passare da una casa all’altra senza sparare un colpo. Ma la disponibilità di quegli strumenti contribuisce a rendere credibile ogni imposizione.
È la violenza amministrata, dosata, mostrata quando serve.
Una bottiglia davanti a un’attività. Un’auto incendiata. Una voce che corre in paese. Un ragazzo mandato a custodire un’arma. E intorno, il silenzio.
Per questo l’inchiesta antimafia di Petrosino è importante. Non racconta soltanto un gruppo di persone accusate di avere commesso singoli reati. Mostra come la forza mafiosa possa formarsi in un piccolo centro: attraverso il denaro, le relazioni, la droga, l’assistenza ai detenuti e, quando necessario, la disponibilità concreta di pistole, fucili, esplosivi e fuoco.
Le responsabilità degli indagati dovranno essere accertate nei successivi gradi del procedimento e vale per tutti la presunzione di non colpevolezza fino a sentenza definitiva. Ma gli atti consegnano già alla comunità una domanda che non può essere rinviata: come è stato possibile che tante armi, tanti ragazzi e tanti segnali di violenza si muovessero dentro un territorio così piccolo senza provocare una reazione collettiva?

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