Sicilia in fiamme, il dossier: Montagna grande simbolo di un sistema in tilt
La Sicilia continua a spendere per spegnere gli incendi, risarcire i danni e mobilitare uomini e mezzi. Ma quanto investe davvero per evitare che il fuoco divampi? Il WWF lancia l’“Operazione Trasparenza”: accesso agli atti, audizioni all’Ars e dieci domande alla Regione. Nel 2026 il comparto forestale dispone di oltre 291 milioni di euro, ma manca ancora un bilancio unitario capace di dire che cosa produca questa spesa.
La Sicilia brucia. Poi conta i danni. Poi stanzia altri soldi. Poi ringrazia i soccorritori. Infine arriva l’autunno e il problema viene educatamente riposto in un cassetto, in attesa della prossima estate.
Il copione è sempre lo stesso. Cambiano i paesi evacuati, i boschi distrutti e i chilometri di autostrada chiusi. Restano i Canadair in volo, le autobotti che corrono, i volontari svegli tutta la notte e una domanda che continua a essere rinviata: che cosa è stato fatto prima dell’incendio?
Dal 18 al 23 luglio i Vigili del fuoco hanno effettuato in Sicilia oltre 1.400 interventi, con il raddoppio dei turni in tutti i comandi dell’Isola. Durante le operazioni nel Nisseno ha perso la vita il caporeparto Alessandro Marchì, colto da un malore mentre era impegnato sul fronte del fuoco. (Vigili del Fuoco)
Pochi giorni dopo, lo scirocco ha nuovamente alimentato i roghi: capannoni distrutti a Termini Imerese, abitazioni evacuate a Torretta, l’autostrada Palermo-Catania chiusa, voli dirottati e nuovi incendi nel Trapanese, tra Salemi e Montagna Grande. A San Vito Lo Capo i volontari hanno presidiato il territorio anche durante la notte. (Tp24)
È dentro questa emergenza permanente che il WWF Sicilia ha deciso di cambiare metodo.
Non un altro appello. Non l’ennesimo comunicato indignato destinato a durare quanto una fiammata. Ma richieste di documenti, dati, costi e risultati.
L’“Operazione Trasparenza” del WWF
L’iniziativa si chiama “Operazione Trasparenza Incendi Sicilia”.
Il WWF presenterà richieste di accesso agli atti alla Regione e alle altre amministrazioni coinvolte, chiederà di essere ascoltato dalla commissione Ambiente dell’Ars e dalla commissione regionale Antimafia e trasmetterà ai gruppi parlamentari una proposta di risoluzione.
Il punto di partenza è semplice: non basta sapere quanti mezzi vengono schierati quando la montagna è già in fiamme. Bisogna sapere quanto si spende, come si spende e soprattutto quali risultati si ottengono.
Il dossier non sostiene che la Regione sia rimasta immobile. Esiste un Piano antincendio boschivo, la campagna AIB 2026 è stata fissata dal 15 maggio al 31 ottobre e sono stati programmati servizi aerei, formazione e acquisti di attrezzature.
Il problema, secondo il WWF, è che manca un documento pubblico e comprensibile che metta insieme risorse, personale, attività di prevenzione, incendi, superfici percorse dal fuoco e risultati ottenuti.
In altre parole: sappiamo che la macchina si muove. Non sappiamo abbastanza bene dove arriva.
Quei 291 milioni che non raccontano tutto
Per il solo comparto forestale la legge regionale di stabilità autorizza nel 2026 una spesa di 291.215.830 euro, ripartita tra il dipartimento dello Sviluppo rurale e territoriale e il Comando del Corpo forestale.
È una cifra importante. Ma non rappresenta neppure il costo complessivo del sistema.
A questi soldi vanno aggiunte le risorse della Protezione civile, i costi sostenuti dallo Stato per i Vigili del fuoco e per la flotta aerea, le spese per il volontariato e gli altri interventi collegati alla campagna antincendio.
Eppure, osserva il WWF, non esiste una rendicontazione consolidata che permetta ai cittadini di sapere quanto costa complessivamente il sistema forestazione-antincendio e quali effetti produca sul territorio.
Intanto, dopo gli incendi di luglio, l’Ars ha approvato altri 25 milioni di euro: 15 milioni destinati alla Protezione civile e 10 milioni ai ristori per le imprese agricole danneggiate. Risorse necessarie per fronteggiare le conseguenze dell’emergenza. Ma sempre conseguenze sono. (Regione Sicilia)
Ed è qui che il dossier mette il dito nella piaga: la Sicilia è molto brava a contabilizzare l’emergenza dopo che è accaduta. Molto meno a dimostrare quanto abbia investito per evitarla.
Il successo non può essere il numero dei Canadair
Ogni estate il racconto istituzionale della lotta agli incendi è dominato dai numeri della mobilitazione: squadre inviate, elicotteri decollati, lanci effettuati, volontari impegnati.
Sono dati importanti. Ma descrivono soprattutto la capacità di reagire.
Per misurare davvero l’efficacia di una politica forestale servirebbero altri indicatori: quanti ettari sono stati sottoposti a manutenzione, quante aree a rischio sono state ripulite, quali fasce tagliafuoco sono operative, quanti incendi sono stati contenuti nelle fasi iniziali, quanto tempo passa tra la segnalazione e il primo intervento.
E ancora: quante aree bruciano ripetutamente, quali boschi sono stati ricostituiti, quale risultato hanno prodotto gli interventi realizzati negli anni precedenti.
Finché il successo verrà misurato dal numero dei mezzi mandati a spegnere le fiamme, sarà l’emergenza stessa a diventare la principale unità di misura della politica regionale.
Un paradosso: più il sistema è costretto a correre, più sembra dimostrare di funzionare. Anche quando corre dietro a un fallimento già avvenuto.

La Sicilia sa quanti boschi ha, ma non come stanno
Secondo l’Inventario nazionale delle foreste, la Sicilia dispone di 387.234 ettari di superficie forestale, pari al 15,1% del territorio regionale. La media italiana è del 36,7%.
Dei 387 mila ettari censiti nell’Isola, 285.489 sono classificati come bosco e 101.745 come altre terre boscate.
Il problema è che questo dato misura l’estensione amministrativa delle superfici forestali, non necessariamente la loro salute.
La normativa siciliana conserva infatti la classificazione giuridica di bosco anche per le aree percorse dal fuoco. È una tutela fondamentale, perché impedisce che dopo un incendio il terreno possa essere immediatamente destinato ad altri usi.
Ma dal punto di vista ambientale crea una zona grigia: un territorio può risultare ancora “bosco” sulle carte, anche quando la sua copertura vegetale è stata gravemente compromessa o non è più in grado di ricostituirsi autonomamente.
La Regione conosce dunque quanti ettari sono formalmente classificati come superficie forestale. Non dispone però, secondo il WWF, di una rappresentazione pubblica e aggiornata che distingua i boschi integri da quelli degradati, incendiati più volte o in fase di ricostituzione.
Sappiamo quanti boschi abbiamo sulla carta. Molto meno di quanti ne siano rimasti davvero.
Montagna Grande, il simbolo di un sistema
Montagna Grande, tra Calatafimi Segesta, Salemi, Vita e Trapani, è forse uno degli esempi più chiari.
A giugno le fiamme hanno devastato circa 900 ettari, all’interno di un incendio esteso su un perimetro di 34 chilometri. Secondo quanto emerso nei giorni dell’emergenza, a rendere più difficili le operazioni avrebbe contribuito anche lo stato di abbandono del bosco e la presenza dei resti del precedente incendio del 2020.
A fine luglio il fuoco è tornato nell’area, raggiungendo il bosco demaniale vicino al lago Rubino.
Quando una stessa zona viene incendiata ripetutamente, non basta più invocare il caldo eccezionale. Occorre chiedersi che cosa sia stato fatto tra un incendio e l’altro.
Sono stati rimossi i residui? Sono state riaperte le piste? Le aree già percorse dal fuoco sono state monitorate? Quale progetto di ripristino è stato avviato? Chi doveva intervenire e con quali risorse?
Montagna Grande non è soltanto una montagna bruciata. È il punto in cui l’emergenza di oggi incontra la manutenzione mancata di ieri.
Il cambiamento climatico non accende il fuoco, ma lo rende devastante
Il dossier evita una semplificazione molto diffusa.
Il cambiamento climatico non appicca gli incendi. Non prende un accendino e non entra in un bosco. Calore estremo, siccità prolungata e vegetazione secca, però, rendono molto più facile la propagazione delle fiamme e più difficile il loro contenimento.
Lo scirocco non spiega l’origine di decine di incendi. Spiega perché, una volta partiti, possano trasformarsi rapidamente in fronti incontrollabili.
Per questo la prevenzione degli incendi e l’adattamento climatico devono diventare un’unica politica: gestione della vegetazione, riduzione del materiale combustibile nelle zone più esposte, manutenzione delle infrastrutture forestali, sorveglianza e creazione di paesaggi più resistenti al fuoco.
Una foresta curata non è una foresta che non brucerà mai. È una foresta nella quale il fuoco può trovare meno materiale, meno continuità e più possibilità di essere contenuto.
Tre strutture regionali e nessun bilancio unico
Un altro nodo è la frammentazione delle competenze.
La politica forestale e antincendio coinvolge il dipartimento dello Sviluppo rurale, il Corpo forestale e la Protezione civile regionale. A questi si aggiungono Vigili del fuoco, flotta aerea statale, Comuni, volontariato ed enti territoriali.
Avere più soggetti non è necessariamente un problema. Lo diventa quando non è chiaro chi coordina il sistema, chi raccoglie i dati, chi valuta i risultati e chi risponde quando gli obiettivi non vengono raggiunti.
Il WWF propone una cabina di regia stabile, senza necessariamente cancellare le competenze esistenti.
Chiede inoltre un rapporto annuale nel quale siano indicati, in modo confrontabile, gli stanziamenti, le spese effettive, le giornate di lavoro, gli ettari trattati, i mezzi utilizzati, le ore di volo, gli incendi, le superfici danneggiate e gli interventi di ripristino.
Non un’altra relazione da depositare su un sito e dimenticare. Un bilancio leggibile che dica: avevamo questi soldi, abbiamo realizzato questi lavori, abbiamo ridotto questi rischi.
I forestali non sono il problema
Il dossier affronta anche uno dei temi più delicati: il lavoro forestale.
E lo fa evitando il solito bersaglio facile.
Il WWF non propone di tagliare i fondi, ridurre gli operai o indebolire il servizio antincendio. Chiede di modificare progressivamente il modo in cui il lavoro viene organizzato.
La questione non sono i forestali. La questione è una politica che concentra uomini e giornate soprattutto nella stagione dell’emergenza, invece di utilizzarli stabilmente nella cura del territorio.
La proposta è trasformare una quota crescente della spesa stagionale in lavoro permanente: interventi selvicolturali, pulizia delle aree strategiche, manutenzione delle piste, ripristino dei boschi degradati, monitoraggio, sorveglianza e rilancio dei vivai regionali.
Non meno lavoro, dunque. Più lavoro prima che scoppi l’incendio.
Un cambiamento che renderebbe il personale forestale non soltanto una forza chiamata a intervenire durante l’emergenza, ma il presidio quotidiano di un territorio fragile.
Gli incendi dolosi e la domanda che resta sullo sfondo
C’è poi la questione delle cause.
Caldo, vento e siccità favoriscono gli incendi, ma non spiegano la contemporaneità dei focolai, la loro ricorrenza nelle stesse aree o la scelta di orari e luoghi particolarmente difficili da raggiungere.
Il WWF invita tuttavia a evitare accuse generiche.
Non ogni incendio ha la stessa origine. Ci possono essere comportamenti colposi, bruciature agricole sfuggite al controllo, atti intimidatori, interessi economici, conflitti locali o vere matrici criminali.
Per questo non basta individuare chi materialmente appicca il fuoco. Occorre analizzare eventuali schemi ricorrenti, collegamenti territoriali, motivazioni economiche e recidive.
Il WWF chiede un maggiore coordinamento tra Magistratura, forze dell’ordine e reparti specializzati, insieme alla pubblicazione di dati aggregati sulle cause accertate.
Bisogna passare, scrive il dossier, dalla contabilità degli incendi alla conoscenza delle loro cause.
Le dieci domande alla Regione
L’Operazione Trasparenza ruota attorno a dieci domande molto concrete.
Chi risponde del risultato complessivo della politica forestale? Quanto costa realmente il sistema? Quanto viene speso per prevenire e quanto per spegnere?
Quanti ettari vengono sottoposti ogni anno a manutenzione? In quali condizioni si trovano realmente i boschi siciliani? Quante piante producono i vivai regionali e come vengono utilizzate?
Con quali indicatori viene valutata la campagna antincendio? Quanto costano mezzi aerei e volontariato e quali risultati producono? Che cosa sappiamo delle cause dolose, economiche o criminali?
Infine: quale strategia ha la Sicilia per il ripristino degli ecosistemi degradati?
Domande elementari, almeno in apparenza. E proprio per questo difficili da eludere.
La scadenza europea del primo settembre
Il tema non riguarda soltanto l’estate in corso.
Il regolamento europeo sul ripristino della natura prevede che l’Italia presenti entro il primo settembre 2026 il progetto di Piano nazionale di ripristino.
Le Regioni dovrebbero contribuire indicando ecosistemi da recuperare, priorità, risorse e tempi.
Secondo il WWF, non emerge ancora una strategia pubblica della Regione Siciliana capace di spiegare quali boschi si vogliano recuperare, con quali interventi e secondo quale cronoprogramma.
Il rischio è arrivare all’appuntamento europeo con la stessa logica utilizzata per gli incendi: aspettare la scadenza e poi dichiarare l’emergenza.
Spegnere non basta più
Il dossier WWF non chiede meno risorse. Chiede di sapere che cosa producono.
Non propone di lasciare a terra gli elicotteri. Chiede che debbano decollare meno spesso.
Non accusa i lavoratori forestali. Chiede che siano messi nelle condizioni di lavorare tutto l’anno per curare boschi, piste, vivai e aree degradate.
La Sicilia continuerà ad avere incendi. Nessun piano potrà cancellare il rischio in un territorio esposto al caldo, alla siccità e al vento.
Ma un conto è affrontare un incendio in un bosco conosciuto, mantenuto e sorvegliato. Un altro è mandare uomini e mezzi dentro un territorio abbandonato, quando il fumo è già visibile a chilometri di distanza.
La vera operazione trasparenza dovrebbe cominciare da qui: non contare soltanto quanto spendiamo mentre la Sicilia brucia, ma finalmente misurare quanto facciamo perché non bruci.
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