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28/07/2026 10:30:00

“Armadio di famiglia”, Gianni Denaro e l’autofiction come seduta terapeutica

Con il suo romanzo d’esordio, pubblicato da minimum fax, lo scrittore siciliano ricostruisce la storia della propria famiglia attraverso fotografie, abiti e parole dialettali. Un libro originale nella struttura, più prevedibile nel ricorso alla scrittura come cura

 

C’è una psichiatra. C’è un giovane in difficoltà. E c’è il consiglio che, prima o poi, in questo genere di libri arriva puntuale come una prescrizione medica: scriva.

La dottoressa invita Gianni Denaro a mettere ordine nei ricordi. E Denaro scrive. Scrive della madre, del padre, della sorella, della Sicilia lasciata e mai veramente abbandonata. Scrive soprattutto di sé stesso, perché nelle autofiction le famiglie sono spesso specchi nei quali l’autore prova a riconoscere il proprio volto.

La formula, a dire il vero, non è nuova. Prima ancora che diventasse uno dei sottogeneri più frequentati della narrativa italiana contemporanea, la scrittura come terapia aveva già trovato nel Novecento un paziente illustre: Zeno Cosini. Anche lì c’era un medico, anche lì c’era una confessione affidata alla pagina. E anche lì non era affatto sicuro che raccontarsi significasse guarire.

La novità di Armadio di famiglia è però nell’oggetto dal quale tutto comincia: un armadio. Anzi, l’armadio. Quello che contiene i vestiti, le fotografie e, naturalmente, gli scheletri. Perché ogni famiglia è infelice a modo suo, come sappiamo almeno da Tolstoj, ma ogni famiglia conserva anche un proprio metodo per nascondere l’infelicità.

Quella dei Denaro la conserva tra cappotti, cravatte e vestiti mai buttati.

 

La madre che svuota l’armadio

 

Il romanzo si apre il 22 dicembre 2020. Santa, la madre dell’autore e protagonista, insieme al figlio, della parte più intensa del libro, viene travolta da una crisi. Comincia a svuotare freneticamente gli armadi, gettando a terra i vestiti accumulati negli anni.

Tra gli indumenti compare una scatola con una trentina di fotografie di famiglia. Gianni le raccoglie e decide, questa volta, di non lasciar perdere. Da quelle immagini parte la ricostruzione del passato: il matrimonio dei genitori, le vacanze, le feste, i compleanni, l’infanzia dei figli, le crisi economiche e quelle personali.

Il libro procede così come un album commentato. Ogni capitolo prende avvio da una fotografia, collocata in rigoroso ordine cronologico. Gli scatti compaiono in bianco e nero nel corso del racconto e vengono poi riproposti a colori nell’appendice finale. La struttura è divisa in tre movimenti dai titoli programmatici: Intreccio, Sfilacciamento e Rammendo.

La metafora tessile viene sfruttata fino in fondo. Le relazioni si intrecciano, le esistenze si strappano, le ferite si ricuciono. A volte il procedimento è efficace. Altre volte si vede troppo il cartamodello.

 

Una famiglia vestita per non parlare

 

Il nucleo più riuscito del libro è il rapporto tra gli abiti e ciò che la famiglia non riesce a dire.

Il padre, Cristofero, coltiva una passione per la moda e tenta la strada del commercio di abbigliamento. L’attività si trasforma però in una fonte di debiti e delusioni. Lavora poi come vetrinista, tappezziere e arredatore. Santa, invece, attraversa lunghi periodi di depressione, una condizione vissuta dentro la casa e spesso senza essere chiamata con il proprio nome.

I vestiti diventano così una lingua alternativa. Il padre li sceglie, li compra e li accumula. La madre cerca infine di liberarsene. Il figlio li osserva e li interpreta.

È qui che Denaro, designer e docente di progettazione e cultura della moda, utilizza al meglio la propria formazione. Nato a Enna nel 1991, cresciuto a Valguarnera e trasferitosi a Roma nel 2010, l’autore sa leggere un abito non soltanto come oggetto, ma come sistema di segni. Una camicia, un pigiama o un vestito elegante raccontano il desiderio di apparire, la condizione economica, l’imbarazzo, la festa e il lutto.

In alcuni passaggi Armadio di famiglia sembra quasi un’indagine antropologica sulla provincia siciliana. Prima ancora delle parole parlano le pose: il modo in cui ci si dispone davanti all’obiettivo, il vestito buono indossato nelle occasioni solenni, il salotto scelto come scenografia, la distanza fisica tra marito e moglie.

La fotografia non dimostra nulla, naturalmente. Ma suggerisce. E Denaro è bravo soprattutto quando accetta il suggerimento senza pretendere di trasformarlo immediatamente in una diagnosi.

 

La vecchia novità dell’autofiction

 

Il libro appartiene pienamente al filone dell’autofiction, diventata ormai una forma narrativa riconoscibile e ben standardizzata.

C’è l’autore che coincide con il narratore. C’è il trauma familiare. C’è il trasferimento dalla provincia alla grande città. C’è la cultura utilizzata come via di fuga. C’è il ritorno al luogo d’origine attraverso la memoria. E c’è, infine, la scrittura chiamata a fare ciò che nella vita reale non sempre riescono a fare le persone: mettere ordine.

Il problema è che la letteratura non è necessariamente un armadio ben sistemato.

Le fotografie, disposte cronologicamente, finiscono invece per promettere una spiegazione lineare: questo è accaduto prima, questo è avvenuto dopo, dunque una cosa ha prodotto l’altra. Ma le famiglie non funzionano sempre così. I ricordi sono disordinati, contraddittori, manipolati. La memoria non ricostruisce semplicemente il passato: lo inventa ogni volta che lo racconta.

Denaro conosce questo rischio, ma non sempre riesce a evitarlo. La scrittura tende spesso a spiegare troppo, ad attribuire a ogni vestito un significato, a ogni gesto una causa, a ogni dolore una genealogia.

È il limite di molta autofiction contemporanea: la confessione viene presentata come autenticità, mentre è già una costruzione narrativa accuratissima. Si promette al lettore la verità e gli si consegna, com’è giusto che sia, una forma. Solo che la forma qualche volta si vede più della verità.

 

La Sicilia dalla quale si fugge

 

Dentro Armadio di famiglia c’è anche una storia di fuga dalla Sicilia.

Denaro lascia Valguarnera per Roma, studia moda e costruisce altrove la propria vita. Ma la distanza geografica non coincide con quella emotiva. Si può cambiare città, lingua, lavoro e abitudini, continuando tuttavia a portarsi dietro la casa dalla quale si è partiti.

È una condizione conosciuta da molti siciliani: andarsene per diventare altro e scoprire, anni dopo, che quel luogo continua a parlare dentro di noi.

Nel libro questa voce assume soprattutto la forma del dialetto. Denaro prova a riprodurre foneticamente la parlata di Valguarnera, accompagnandola con spiegazioni e traduzioni. L’intenzione è evidente: non trasformare il siciliano in una decorazione folcloristica, ma restituirne il suono, le ambiguità e la forza espressiva. L’autore stesso ha spiegato di avere costruito il romanzo intrecciando immagini, avvenimenti, abiti e termini dialettali.

Il risultato, però, non è sempre felice.

La trascrizione fonetica rende alcune frasi quasi indecifrabili, persino per un lettore siciliano. Nel tentativo di preservare l’oralità si finisce talvolta per perdere la leggibilità. È un paradosso: la lingua che dovrebbe riportare il lettore dentro la casa diventa, in certi momenti, una porta chiusa.

Il dialetto funziona molto meglio quando emerge naturalmente dal contesto, senza essere esibito come reperto linguistico. Quando invece ogni suono viene trascritto e spiegato, il romanzo rischia di trasformarsi in una visita guidata alla propria origine.

 

Il peso della madre

 

La figura più complessa resta Santa.

La madre non viene raccontata soltanto come una donna fragile o depressa. È una presenza che domina la memoria del figlio anche quando rimane immobile, seduta o distesa. La sua sofferenza condiziona l’atmosfera della casa e produce nel narratore un impasto di protezione, vergogna, paura e senso di colpa.

Sono pagine delicate, nelle quali Denaro evita quasi sempre il ricatto emotivo. Non cerca una colpevole e non trasforma la madre in un caso clinico. Prova piuttosto a comprendere quanto della sua fragilità sia passato al figlio, diventando una specie di eredità invisibile. Anche la partenza per Roma, in questa prospettiva, non basta: la distanza non scioglie automaticamente le dipendenze affettive.

È qui che il romanzo supera il semplice album familiare. Non racconta soltanto ciò che è avvenuto, ma il modo in cui il dolore degli adulti diventa il carattere dei figli.

Eppure proprio nelle pagine più apertamente terapeutiche il libro perde qualcosa. Quando il racconto viene orientato verso la guarigione, il “rammendo” annunciato dalla struttura finisce per apparire quasi obbligatorio. Come se ogni storia dovesse condurre a una pacificazione e ogni ferita, dopo essere stata raccontata, dovesse diventare più sopportabile.

Non è sempre così. Scrivere può curare, ma può anche riaprire, deformare, tradire. Svevo, da questo punto di vista, era stato più sospettoso: la confessione di Zeno non risolve la malattia, la moltiplica.

 

Un esordio elegante, nonostante il programma

 

Armadio di famiglia è il primo romanzo di Gianni Denaro. È stato pubblicato nel febbraio 2026 da minimum fax nella collana Nichel: 236 pagine, prezzo di copertina 18 euro. Il libro è stato inoltre inserito tra le opere in concorso per il Premio Comisso 2026, nella sezione narrativa Under 35.

È un esordio sorvegliato, elegante e costruito con grande consapevolezza visiva. Ha una buona intuizione centrale e alcune pagine molto intense, soprattutto quando lascia parlare gli oggetti, le posture e i silenzi.

Convince meno quando insiste sul programma terapeutico, quando interpreta ogni dettaglio e quando il dialetto, sottoposto a una trascrizione fonetica esasperata, diventa un ostacolo invece che una voce.

Denaro apre l’armadio e tira fuori tutto. I vestiti, le fotografie, la depressione della madre, i sogni falliti del padre, l’infanzia e la fuga. Poi dispone ogni cosa davanti al lettore, con la precisione di chi conosce bene stoffe, forme e cuciture.

Dentro quell’armadio, però, non c’è soltanto la sua famiglia. C’è una parte riconoscibile di molte famiglie siciliane: quelle nelle quali si parla molto senza dire quasi nulla, si conservano oggetti per non perdere le persone e ci si veste bene, soprattutto, per impedire agli altri di accorgersi degli strappi.

 

Armadio di famiglia, di Gianni Denaro
Minimum fax, collana Nichel
236 pagine, 18 euro