Da Trapani ad Al Jazeera: Francesco Bellina racconta il Mediterraneo
Entrando in un bar di Roccamena, piccolo paese dell'entroterra palermitano, il fotoreporter trapanese Francesco Bellina viene accolto con la diffidenza riservata agli sconosciuti. Il proprietario lo osserva e gli chiede perché lavori con i rifugiati. La risposta non arriva con una spiegazione, ma con una domanda.
"Dove sono i suoi figli?"
"Uno a Milano e l'altro a Londra".
"E allora perché loro possono emigrare per costruirsi un futuro e chi arriva dall'Africa non dovrebbe poter fare lo stesso?".
In quella conversazione di pochi secondi c'è tutta la contraddizione dell'Italia contemporanea e di un Paese che continua a perdere giovani verso il Nord Italia e l'estero, ma che fatica ancora ad accettare l'idea che altri giovani possano arrivare qui con lo stesso desiderio: costruire un futuro.
È forse questa la scena più potente di The Great Migration, il documentario di Al Jazeera English dedicato al lavoro del fotografo trapanese.
Una scena che ribalta completamente il punto di vista: le migrazioni non vengono raccontate come un'emergenza confinata alle coste del Mediterraneo, ma come il punto d'incontro fra due crisi che avanzano parallelamente. Da una parte un'Africa giovane, in forte crescita demografica; dall'altra un'Europa sempre più anziana e un'Italia che continua a svuotare i propri paesi.

Roccamena diventa così molto più di un semplice scenario.
Le sue strade silenziose, le case chiuse, gli anziani seduti al bar mentre i figli vivono a Milano, Londra o in altre città europee raccontano una Sicilia che conosce bene il significato della parola emigrazione. Da oltre un secolo questa terra vede partire i propri giovani. Eppure, quando altri giovani arrivano, spesso li osserva con sospetto.
Bellina organizza nel paese un laboratorio fotografico con alcune donne provenienti dall'Africa occidentale ospiti del centro di accoglienza. L'obiettivo non è insegnare la tecnica fotografica, la macchina fotografica diventa uno strumento per costruire relazioni.
"Alla fine la fotografia è solo un mezzo", dice nel documentario. "Ciò che conta è costruire qualcosa insieme".
Le partecipanti percorrono le vie di Roccamena, fotografano le piazze, incontrano gli abitanti, indossano abiti della tradizione siciliana mentre alcune donne del posto sperimentano tessuti africani. La fotografia diventa un linguaggio comune capace di abbattere diffidenze reciproche e restituire a entrambe le comunità un senso di appartenenza.
Come ha fatto anche nel rione popolare di Trapani, col progetto condiviso con Antonio Marras, "Nonostante Cappuccinelli".
Sono scene apparentemente semplici, ma racchiudono l'idea stessa di Bellina: l'integrazione non nasce dai proclami politici, ma dalla quotidianità. Da un laboratorio, da una passeggiata insieme, da un ritratto, da un caffè condiviso che diventa opportunità.
Francesco non cerca di convincere nessuno: con le sue foto fa semplicemente emergere una contraddizione che esiste già.
Dal documentario "The Great migration" nasce una domanda destinata a diventare sempre più centrale nei prossimi decenni: che cosa accade quando il continente più giovane del mondo incontra quello che invecchia più rapidamente?
C'è un muro nel deserto del Niger su cui qualcuno ha scritto tre parole: "Europe or Nothing". Europa o niente.
Non è uno slogan politico, nè una provocazione: piuttosto è la sintesi brutale di una scelta che scelta non è più.
Per migliaia di giovani africani significa che tornare indietro equivale a rinunciare al futuro, mentre andare avanti, invece, significa attraversare il Sahara, affrontare le prigioni libiche, rischiare il Mediterraneo e, forse, arrivare in Europa.

È proprio da questa scritta che dovrebbe cominciare ogni dibattito sulle migrazioni. Non dall'emergenza degli sbarchi o sulle polemiche che da anni dividono la politica europea, piuttosto da come la migrazione rappresenti la conseguenza di processi molto più profondi: l'esplosione demografica africana, il progressivo invecchiamento dell'Europa, lo spopolamento delle aree interne italiane e la ricerca, da parte di milioni di giovani, di un luogo in cui costruire il proprio futuro.
Oggi l'Africa è il continente più giovane del pianeta e, secondo le stime ONU, entro il 2050 supererà i 2,5 miliardi di abitanti. Nello stesso periodo l'Italia continuerà invece a perdere popolazione e ad invecchiare. Non è soltanto un dato statistico: è la cornice dentro cui si muoveranno le migrazioni dei prossimi decenni.
È dentro questo scenario che si muove e lavora Francesco Bellina.
Nato a Trapani, formatosi tra la Sicilia e Palermo e oggi diviso tra l'Italia e il Ghana, Bellina è un fotoreporter, ma affronta ogni progetto con il metodo del giornalista e l'approccio di chi la politica l'ha vissuta sulla propria pelle e ne ha fatto il proprio manifesto culturale.
Da oltre un decennio documenta le rotte che dall'Africa subsahariana conducono verso il Mediterraneo, scegliendo però di raccontare ciò che normalmente resta fuori dall'inquadratura: non il momento dello sbarco, ma tutto ciò che lo precede.
Perché una migrazione non comincia quando un gommone viene soccorso al largo del Canale di Sicilia. Comincia molto prima, quando qualcuno comprende che restare è diventato più pericoloso che partire.
Le fotografie di Francesco, pubblicate da The Guardian, Le Monde, The Washington Post, Internazionale e da altre testate internazionali, non cercano l'immagine destinata a fare il giro del mondo. Cercano il tempo necessario per comprendere e riflettere.
Nei progetti Nigerian Connection, Oriri, Tanakra e Pray for Seamen, Bellina racconta la tratta degli esseri umani, le reti dei trafficanti, il lavoro sul mare, gli effetti della crisi climatica e il Mediterraneo come spazio di relazioni, non come semplice frontiera.
Non fotografa vittime, ma fotografa persone, con le loro storie di povertà, di tratta, di disperazione; e, allo stesso tempo, storie luminose di speranza, riscatto e culture e tradizioni che hanno il colore del deserto ed il sapore delle spezie.

Nel 2019 Francesco si trova ad Agadez, in Niger, uno dei principali snodi della migrazione verso la Libia. Un camion scarica decine di migranti esausti.
Quando il portellone si apre, molti cadono a terra: sono rimasti per giorni senza acqua né cibo. Poco dopo gli operatori dell'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni propongono loro il rimpatrio volontario. Tra quei ragazzi ce n'è uno arrivato dalla Liberia: sogna di diventare calciatore in Italia per poter mantenere la sua famiglia.
Sono storie come questa che Bellina decide di seguire.

Quando il racconto si sposta nel Mediterraneo, Bellina evita ancora una volta la retorica. Sale a bordo di una nave umanitaria durante il salvataggio di novantotto persone, tra cui ventidue bambini.
Le immagini non spettacolarizzano il soccorso, ma lo trasformano invece nel punto d'incontro tra due mondi: un continente giovane che continua a crescere e un altro che invecchia rapidamente e fatica a rinnovare la propria forza lavoro.
La Sicilia appare così per ciò che è realmente: non il punto di arrivo, ma una terra di mezzo.
La maggior parte di chi sbarca desidera raggiungere il Nord Italia o altri Paesi europei. L'isola rappresenta la prima porta d'ingresso in Europa, ma anche il luogo in cui diventano visibili tutte le contraddizioni del Mediterraneo.
Francesco Bellina rifiuta accuratamente ogni semplificazione: non sostiene che l'immigrazione sia la soluzione automatica al declino demografico europeo, così come non accetta di ridurla a un'emergenza permanente.
"C'è chi pensa che i migranti siano soltanto un problema e chi li considera la soluzione di tutti i problemi", osserva Bellina nel finale. "Io credo che serva equilibrio. Dobbiamo guardare all'individuo."
È probabilmente la frase che racchiude il senso del suo intero lavoro: uscire dalla logica delle contrapposizioni e tornare a vedere le persone prima delle categorie.
I giovani africani avranno un ruolo sempre più importante non solo nel mercato del lavoro europeo, ma nell'economia globale. La domanda, dunque, non è se le migrazioni continueranno. La domanda è come l'Europa saprà governare una trasformazione demografica che è già iniziata.
Per questo The Great Migration non è un documentario sulle migrazioni, ma sull'Europa. Sulle sue paure e sulle sue contraddizioni espresse dalle fotografie di Bellina, che non chiedono di scegliere da che parte stare, chiedono qualcosa di più difficile, comprendere.
Ricordano che dietro ogni statistica c'è una storia, dietro ogni sbarco c'è un deserto attraversato, dietro ogni volto c'è una famiglia lasciata alle spalle. E dietro ogni piccolo paese siciliano che si svuota c'è una domanda che riguarda tutti noi.
Forse il Mediterraneo non è il luogo dove l'Europa finisce, piuttosto il luogo dove il suo futuro ha già cominciato a prendere forma.
Valentina Colli
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