C'è una domanda che a Trapani provoca strani effetti: che fine ha fatto la mozione di sfiducia al sindaco Giacomo Tranchida?
Una domanda che agita tanti consiglieri. Perchè la mozione è come la bella del ballo: tutti la vogliono, nessuno se la piglia.
La domanda fatidica, invece, l’ha posta durante l'ultima seduta la consigliera del Partito Democratico Marzia Patti, rivolgendosi direttamente al presidente del Consiglio Alberto Mazzeo, Lo stesso che, poche settimane fa, proprio in aula e nel suo autorevole ruolo di Presidente del Consiglio, aveva annunciato che sarebbe stato il primo firmatario della mozione e che questa sarebbe stata depositata entro luglio.
Nel frattempo Annalisa Bianco è rientrata, aggiungendo un ulteriore voto favorevole, la mozione non è stata presentata e la risposta vera, alla consigliera Patti, non è mai arrivata.
Prima è intervenuto il consigliere Maurizio Miceli, richiamando il regolamento e contestando la pertinenza dell'intervento. Poi il dibattito ha preso un'altra strada. Infine qualcuno ha riportato al centro la questione delle decadenze dei consiglieri comunali. Fine della discussione.
Ed è qui che la vicenda diventa interessante.
Perché la sensazione è che la mozione di sfiducia faccia paura perfino a chi continua ad annunciarla.
Una sfiducia che compie un anno
La mozione di sfiducia contro Tranchida non nasce ieri.
Se ne parla da circa un anno. La introdusse per primo Valerio Antonini, affidandola nelle mani del consigliere Fileccia, aderente a “Futuro”.
Era stata annunciata, preparata, evocata come l'atto conclusivo della legislatura. Poi si è fermata. Motivo ufficiale? Prima bisognava affrontare la questione delle decadenze di otto consiglieri comunali, diventata la priorità assoluta.
Negli ultimi mesi, però, lo scenario è cambiato.
Le decadenze sono ancora lì, in attesa di essere discusse in consiglio comunale, mentre gli equilibri politici in aula si sono completamente ribaltati.
Oggi l'opposizione può contare su 14 consiglieri, contro i 9 della maggioranza, ai quali si aggiunge Franco Briale, che continua a definirsi indipendente ma siede in un gruppo formalmente di opposizione.
Quindi i numeri ci sono.
Per presentare una mozione di sfiducia servono dieci firme, per approvarla occorrono quindici voti, cioè la maggioranza assoluta dei consiglieri assegnati al Comune, come prevede l'articolo 10 della legge regionale siciliana sugli enti locali.
Sulla carta, quindi, la sfiducia sarebbe blindata.
E allora perché non arriva?
Il prezzo della sfiducia
Qui finisce la matematica e comincia la politica.
Molti cittadini immaginano che una mozione di sfiducia produca automaticamente nuove elezioni.
Se il sindaco viene sfiduciato, il Comune viene affidato a un commissario straordinario nominato dalla Regione Siciliana fino alla prima finestra elettorale utile, che coinciderebbe con la primavera del 2027.
Tradotto ancora più semplicemente: niente nuova maggioranza politica. Niente nuovo sindaco, niente indirizzo politico. Decide il commissario.
E soprattutto il Consiglio comunale perde la propria centralità politica. Nessuna seduta in streaming, l'attività amministrativa si riduce all'ordinario, l'attenzione pubblica cala drasticamente.
Per molti consiglieri significherebbe sparire dal dibattito cittadino proprio nell'anno che precede la campagna elettorale. E non è un dettaglio.
Il coraggio costa
C'è poi un aspetto di cui si parla poco, ma che nella politica locale pesa più di quanto si ammetta.
Una mozione di sfiducia non mette a rischio soltanto un sindaco. Costringe anche i consiglieri comunali a rinunciare, con largo anticipo rispetto alla scadenza naturale della legislatura, al ruolo che ricoprono.
Significa interrompere l'attività consiliare, perdere la visibilità garantita dalle sedute pubbliche e, naturalmente, rinunciare anche ai gettoni di presenza. Le determine di liquidazione mostrano come, per alcuni consiglieri particolarmente presenti ai lavori d'aula e delle commissioni, quei compensi possano rappresentare una voce economica tutt'altro che marginale. Tanto che, in almeno un caso, proprio quei compensi sono stati sottoposti a pignoramento dall'autorità giudiziaria, a dimostrazione del rilievo concreto che possono assumere nella sfera personale di chi li percepisce.
Non è una prova che questo sia il motivo del rinvio della mozione. É però un elemento del contesto politico che sarebbe ingenuo ignorare.
Ogni scelta istituzionale comporta anche conseguenze personali, e la sfiducia è una di quelle che chiedono ai consiglieri di mettere in discussione non solo il futuro del sindaco, ma anche il proprio.
Le decadenze: l'alternativa che non cambia nulla
Ecco allora che torna ciclicamente il tema delle decadenze.
Una strada molto meno traumatica e rischiosa, ma anche meno efficace per chi si propone di mettere fine ad un’esperienza ammiinistrativa che ritiene fallimentare.
Perché qualunque eventuale dichiarazione di decadenza verrebbe quasi certamente impugnata davanti al TAR: il ricorso sospenderebbe gli effetti del provvedimento e tutto resterebbe esattamente com'è per mesi.
Politicamente il risultato sarebbe semplice: tanto rumore, nessun cambiamento.
Ed è probabilmente questo il motivo per cui le decadenze continuano a riapparire ogni volta che la sfiducia sembra avvicinarsi troppo.
Alla fine resta una domanda.
Se davvero la mozione esiste, se davvero è pronta, perché una semplice richiesta di aggiornamento ha creato tanto nervosismo in aula?
La politica vive anche di segni. E quel richiamo al regolamento, arrivato proprio mentre si chiedeva conto della sfiducia annunciata, rischia di diventare esso stesso un simbolo: quello di una politica che preferisce rinviare il momento della verità.
Perché sfiduciare il primo cittadino non significa soltanto mandare a casa il sindaco.
Significa assumersi la responsabilità delle conseguenze.
A Trapani tutti parlano della mozione di sfiducia. Quasi nessuno sembra avere davvero fretta di presentarla.
Perché, in politica, le mozioni più difficili da approvare non sono quelle che non hanno i numeri. Sono quelle che hanno i numeri, ma chiedono a chi le vota di pagarne il prezzo.