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11/06/2026 08:00:00

Trapani, la decadenza dei consiglieri spiegata facile

Facciamo finta che un bambino entri nell'aula consiliare di Palazzo Cavarretta e chieda: "Perché volete fare decadere cinque consiglieri comunali?".

La risposta dovrebbe essere semplice. Perché la decadenza, prevista dall'articolo 29 dello Statuto comunale, serve a punire chi non svolge il proprio mandato. Chi diserta sistematicamente il Consiglio comunale senza una valida ragione. Chi dimostra disinteresse verso il ruolo affidatogli dagli elettori.

Ma se lo stesso bambino chiedesse: "E questi consiglieri hanno fatto questo?", la risposta diventerebbe improvvisamente molto più complicata.

Martedì la conferenza dei capigruppo ha deciso di archiviare le posizioni di Salvatore Braschi, Giovanni Carpinteri e Claudia La Barbera. Per altri cinque consiglieri — Marzia Patti, Giovanni Parisi, Angela Grignano, Andrea Genco e Vincenzo Guaiana — la parola passa invece al Consiglio comunale.

Ed è qui che inizia il problema.

 

Come nasce il caso delle decadenze

Per capire cosa sta accadendo oggi bisogna tornare indietro all'autunno del 2025.

Il 22 e 23 ottobre il Consiglio comunale di Trapani viene convocato per discutere della vicenda del Pala Daidone, tema che in quei mesi domina il dibattito politico cittadino e alimenta lo scontro tra l'amministrazione Tranchida, l'opposizione e l'imprenditore Valerio Antonini.

In quelle sedute, alcuni consiglieri di maggioranza decidono di non partecipare ai lavori. Non si tratta di assenze silenziose o immotivate. I consiglieri interessati spiegano pubblicamente che la loro scelta rappresenta una forma di protesta politica contro la convocazione e contro l'impostazione data alla discussione, che esula dalle competenze del consiglio comunale.

L'assenza di diversi consiglieri determina però il venir meno del numero legale e da quel momento la questione smette di essere soltanto politica.

Nei giorni successivi vengono infatti presentate, da parte di un cittadino, richieste di verifica sulla posizione dei consiglieri assenti e si apre il dibattito sull'applicazione dell'articolo 29 dello Statuto comunale, che disciplina la decadenza dei consiglieri per assenze reiterate e ingiustificate.

Da quel momento prende avvio un procedimento lungo e complesso.

Prima interviene il segretario generale del Comune, che esprime dubbi sulla sussistenza dei presupposti necessari per dichiarare la decadenza, in base ad una corposa giurisprudenza.

Successivamente, il presidente del Consiglio comunale, Alberto Mazzeo, chiede un parere all'Assessorato regionale delle Autonomie Locali.

Nel frattempo la vicenda va assumendo sempre più una dimensione politica. 

Le assenze vengono interpretate dall'opposizione come un caso di violazione dei doveri connessi al mandato elettivo, mentre i consiglieri coinvolti sostengono di avere esercitato una legittima forma di dissenso politico.

Il parere della Regione, arrivato nei mesi successivi, non chiude definitivamente la vicenda ma introduce un elemento destinato a pesare sull'intero procedimento: l'astensione collettiva dei consiglieri viene ricondotta a una protesta politica pubblicamente annunciata e non a una situazione di disinteresse verso il mandato, ma la questione deve essere discussa dal consiglio comunale, qualora stabilito dalla conferenza dei capigruppo.

Da quel momento, la questione si sposta progressivamente dal piano giuridico a quello politico, fino ad arrivare alla conferenza dei capigruppo di martedì 9 giugno che, invece di archiviare definitivamente il caso, ha deciso di trasferire la decisione finale al Consiglio comunale.

 

Cos'è davvero la decadenza

Negli ultimi mesi si è parlato della decadenza come se fosse una sorta di cartellino rosso automatico. Ma non è così.

La giurisprudenza amministrativa è consolidata: la decadenza è una misura eccezionale, una extrema ratio. Non serve a punire scelte politiche, dissensi o proteste. Serve a sanzionare una negligenza grave e reiterata nell'esercizio del mandato.

Il motivo è semplice. Dichiarare decaduto un consigliere significa incidere sulla rappresentanza democratica e sovvertire la volontà espressa dagli elettori. Per questo motivo, i tribunali amministrativi hanno sempre affermato che la decadenza deve essere interpretata in maniera restrittiva e applicata soltanto quando emerge un comportamento incompatibile con il ruolo istituzionale.

Non basta essere assenti.

Bisogna essere assenti senza motivo.

Bisogna dimostrare disinteresse.

Bisogna dimostrare negligenza.

Ed è qui che la vicenda trapanese si complica.

 

I salvati e i condannati

Martedì la conferenza dei capigruppo ha però seguito una strada diversa.

Salvatore Braschi è uscito dalla procedura perché la richiesta di decadenza presentata da Salvatore Daidone è stata ritirata, perché nel frattempo l'Assessorato regionale aveva chiarito che un consigliere comunale non può promuovere la decadenza di un collega, essendo portatore di interessi politici potenzialmente contrapposti.

Giovanni Carpinteri è stato salvato perché ha dichiarato di trovarsi fuori sede nei giorni delle sedute contestate.

Claudia La Barbera è stata salvata perché la sua PEC non sarebbe stata funzionante il 22 e il 23 ottobre e non avrebbe quindi potuto inoltrare la giustificazione.

E qui il bambino di prima potrebbe ricominciare a fare domande.

Perché la giustificazione della PEC è stata ritenuta sufficiente, nonostante risulti che la consigliera abbia comunque ricevuto e riscontrato comunicazioni provenienti dagli uffici della Presidenza del Consiglio proprio in quei giorni?

Perché non si è tenuto conto del fatto che esistono numerosi altri strumenti per comunicare una giustificazione?

E soprattutto: perché una PEC non funzionante è stata ritenuta una giustificazione valida, mentre altre situazioni ben più gravi non hanno ricevuto la stessa attenzione?

 

Due pesi e due misure?

Giovanni Parisi ha prodotto documentazione relativa a una patologia cardiaca per la quale una forte emozione lo avrebbe condotto ad un altro infarto.

Marzia Patti ha prodotto un certificato medico e conversazioni nelle quali comunicava il proprio stato di salute.

Andrea Genco ha rappresentato una situazione particolarmente delicata: minacce ricevute e denunciate da parte di un tifoso, proprio nel periodo in cui il Consiglio era chiamato a discutere della vicenda Pala Daidone.

Eppure nessuna di queste motivazioni è stata ritenuta sufficiente per chiudere il procedimento.

Non solo.

Sia Giovanni Carpinteri che Claudia La Barbera erano, fino a quando sedevano tra le fila della maggioranza, tra i consiglieri esposti alle iniziative dell'opposizione sul fronte delle decadenze.

Poi il quadro politico è cambiato.

Entrambi hanno lasciato la maggioranza. Entrambi si collocano oggi nell'area dell'opposizione. Ed entrambi escono dalla procedura.

Ed il dato politico è talmente evidente da essere diventato l'argomento principale delle conversazioni nei corridoi di Palazzo Cavarretta.

Per i consiglieri coinvolti si tratta della prova che il metro di giudizio non sia stato uguale per tutti e che la salvezza dalla decadenza moneta di scambio.

 

La politica prende il posto del diritto

L'aspetto più significativo della riunione dei capigruppo non riguarda però i singoli casi.

Riguarda il metodo.

L'opposizione non ha contestato il parere del segretario generale. Non ha contestato il parere dell'Assessorato regionale delle Autonomie Locali.

Non ha prodotto valutazioni tecniche alternative.

Non ha spiegato perché i principi giuridici richiamati da questi organismi dovrebbero essere superati. Non ha neanche afforntato il merito. 

Ha semplicemente scelto di trasferire la questione nell'unico luogo in cui, oggi, dispone dei numeri necessari per vincere: il Consiglio comunale.

In altre parole, la questione non sarà più se esiste o meno quella negligenza che la legge richiede per dichiarare decaduto un consigliere.

La questione sarà se esiste una maggioranza politica disposta a votarne la decadenza.

È una differenza enorme.

Perché la decadenza dovrebbe essere un istituto giuridico e non uno strumento di lotta politica. Una differenza che potrebbe diventare un precedente pericolosissimo per gestire, in futuro, i conflitti che la politica non saprebbe dirimere. 

 

L'esposto di Salvatore Braschi

Nel frattempo alcuni consiglieri hanno deciso di rivolgersi alla Procura della Repubblica.

Fra questi c'è anche Salvatore Braschi che, pur essendo stato salvato dalla decadenza, ha deciso di andare fino in fondo.

Nel dossier depositato agli organi competenti vengono contestati possibili profili di abuso di potere e negligenza amministrativa da parte del presidente del Consiglio Mazzeo, per avere proseguito un procedimento che, secondo i pareri tecnici acquisiti, sarebbe stato già privo dei necessari presupposti.

Braschi contesta inoltre il rifiuto di sottoporre al voto della Conferenza dei capigruppo le richieste di archiviazione presentate nel corso dei lavori.

L'ex capogruppo lamenta anche una lesione della propria immagine e del proprio diritto all'elettorato passivo, sostenendo che il protrarsi della procedura abbia alimentato nell'opinione pubblica dubbi sulla legittimità della propria permanenza in Consiglio.

Nel dossier viene inoltre criticata la scelta di non svolgere alcune conferenze dei capigruppo nell'aula consiliare e con fonoregistrazione integrale dei lavori, circostanza che, secondo Braschi, avrebbe limitato trasparenza e tracciabilità delle decisioni assunte.

In sostanza, l'esposto descrive una vicenda nella quale l'istituto della decadenza sarebbe stato utilizzato come strumento politico nonostante i pareri tecnici e giuridici acquisiti avessero escluso la presenza di comportamenti negligenti.

 

Le parole di Tranchida

Sul caso è intervenuto direttamente anche il sindaco Giacomo Tranchida.

Secondo il primo cittadino la vicenda avrebbe ormai oltrepassato il normale confronto tra maggioranza e opposizione.

"C'è un disegno per condizionare l'amministrazione: dal sindaco, ai consiglieri, ora al Consiglio comunale tutto", ha dichiarato.

Parole che fotografano la convinzione maturata all'interno della maggioranza: la battaglia sulle decadenze non riguarderebbe più soltanto l'applicazione di una norma statutaria ma una più ampia strategia di pressione politica sulle istituzioni cittadine.

"Giù le mani da Trapani. Trapani è e rimane parte lesa", è stata la conclusione del ragionamento del sindaco.

 

L'ombra lunga della politica

C'è infine un elemento che accompagna questa vicenda fin dall'inizio.

La teoria delle decadenze come possibile strada alternativa per arrivare a una resa dei conti politica non nasce nei pareri giuridici né negli uffici comunali.

Nasce nel dibattito politico sviluppatosi dopo le sedute dell'ottobre 2025.

Da allora, il nome di Valerio Antonini è rimasto costantemente sullo sfondo della vicenda, una sorta di convitato di pietra: perché è stato tra i protagonisti pubblici della narrazione politica secondo cui, la decadenza dei consiglieri avrebbe potuto rappresentare una leva per scardinare gli equilibri esistenti a Palazzo Cavarretta.

Da ottobre in poi, il tema è rimasto al centro dell'agenda dell'opposizione anche quando i pareri tecnici hanno progressivamente ridimensionato la tesi della decadenza automatica.

E qui emerge il vero paradosso.

Anche nell'ipotesi in cui i cinque consiglieri venissero dichiarati decaduti:

  • non cadrebbe il sindaco;
  • non si tornerebbe alle elezioni;
  • non verrebbe meno la maggioranza che sostiene Tranchida;
  • scatterebbero immediatamente le surroghe.

Cambierebbero alcuni nomi.

Non cambierebbe il governo della città.

 

La vera domanda

Per questo il bambino dell'inizio potrebbe fare un'ultima domanda.

Se i pareri tecnici escludono la negligenza.

Se la giurisprudenza considera la decadenza una misura eccezionale.

Se gli eventuali ricorsi al TAR potrebbero sospendere tutto, riconsegnare lo scranno ai consiglieri decaduti in attesa della sentenza che - quella sì - entrerebbe nel merito della questione e terrebbe conto della giurisprudenza consolidata. 

Se, nel peggiore dei casi per i decaduti, le surroghe garantirebbero comunque il funzionamento dell'aula.

Se l'amministrazione non cadrebbe.

Quale sarebbe il risultato concreto che si vuole ottenere, a parte paralizzare per altre settimane l'aula, magari proprio ora che si dovrebbe discutere, ad esempio, della rottamazione quinquies?

È una domanda che da mesi attraversa la politica trapanese.

Ed è una domanda alla quale, almeno per ora, nessuno sembra avere fornito una risposta convincente.

 



Politica | 2026-06-11 08:00:00
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