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10/06/2026 06:00:00

«Mio figlio non ha avuto giustizia»: archiviate le querele contro la madre di Nicolò Giacalone

Due diversi giudici del Tribunale di Trapani hanno archiviato le querele per diffamazione presentate da Vito Pellegrino e Vincenzo Miceli contro Donatella Di Pietra, madre di Nicolò Giacalone, l'operaio di 33 anni morto il 20 luglio 2022 in un incidente sul lavoro.

 

Le querele riguardavano una serie di post e commenti pubblicati su Facebook tra febbraio e ottobre del 2024, nei quali la donna contestava le responsabilità legate alla morte del figlio, criticava l'esito del procedimento penale e denunciava quella che riteneva una mancata giustizia per Nicolò.

 

Per i giudici, quelle parole non costituiscono diffamazione. Pur utilizzando toni duri e in alcuni casi molto severi, rientrano nell'esercizio del diritto di critica e devono essere lette nel contesto della tragedia che ha colpito la famiglia Giacalone.

 

La morte di Nicolò e il procedimento penale

 

Nicolò Giacalone morì il 20 luglio 2022 mentre era alla guida di un'autogrù.

 

Le due ordinanze richiamano la vicenda già esaminata nel procedimento penale conclusosi con il patteggiamento nei confronti di Vito Pellegrino, titolare della Sud Marmi ed allora presidente di Sicindustria Trapani, e di Vincenzo Miceli, responsabile dell'area produttiva e del cantiere interno all'azienda.

 

A Pellegrino è stata applicata una pena di un anno e otto mesi di reclusione, mentre a Miceli una pena di un anno e quattro mesi di reclusione, nell'ambito del procedimento per omicidio colposo aggravato legato alla morte del giovane lavoratore.

 

Nell'ordinanza firmata dal giudice Massimo Giuseppe Corleo viene ricordato che Nicolò era inquadrato come "manovale non qualificato" e che, secondo la ricostruzione contenuta negli atti processuali, era privo della specifica abilitazione alla conduzione di mezzi pesanti.

 

Lo stesso provvedimento richiama inoltre il fatto che l'autogrù era destinata all'utilizzo all'interno dell'area di lavoro e che il giovane sarebbe stato incaricato di condurre il mezzo presso l'abitazione privata del datore di lavoro per effettuare lavori di piantumazione.

 

Dopo la sentenza e la diffusione pubblica della notizia, Pellegrino lasciò la guida di Sicindustria Trapani. Per la madre Giacalone, tuttavia, l'esito del procedimento non ha mai rappresentato una risposta adeguata alla perdita subita.

 

I post pubblicati su Facebook

 

Tra febbraio e ottobre del 2024 Donatella Di Pietra pubblicò numerosi interventi sui social.

 

In quei post sosteneva che il figlio non avrebbe dovuto trovarsi alla guida dell'autogrù e contestava le modalità con cui si erano svolti i fatti che avevano portato alla sua morte.

 

In uno dei passaggi riportati nelle ordinanze scriveva: «Il tuo non è stato un incidente sul lavoro, tu sei stato mandato a morire».

 

In altri commenti criticava duramente l'esito del procedimento penale, definendo insufficiente la pena applicata e contestando il ricorso al patteggiamento per una vicenda che aveva provocato la morte di un lavoratore.

 

Scriveva inoltre: «Mio figlio non ha avuto giustizia, perché un anno e otto mesi, pena sospesa, non è giustizia ma una buffonata».

 

In altri passaggi chiamava direttamente in causa Pellegrino e Miceli, sostenendo che avessero privato Nicolò del diritto alla vita e attribuendo loro responsabilità nella vicenda.

 

Nei post trovavano spazio anche critiche rivolte ad alcuni organi di informazione locali. In particolare la donna contestava a Telesud di non avere dato adeguato rilievo alla notizia della sentenza e richiamava gli articoli e l'intervista pubblicati da Tp24 sul caso.

 

Le querele

 

Proprio quei post hanno dato origine alle due querele.

 

La prima fu presentata da Vincenzo Miceli il 10 ottobre 2024. Nella denuncia, richiamata nell'ordinanza del giudice Corleo, l'ex responsabile del cantiere sosteneva di essere stato esposto a una vera e propria gogna mediatica.

 

Miceli affermava che la diffusione dei post e dei commenti avesse provocato conseguenze sulla sua salute, generando una patologia di tipo depressivo, la necessità di sottoporsi a terapia farmacologica e un persistente stato di ansia e paura.

 

La seconda querela fu presentata da Vito Pellegrino il 1° ottobre 2024 e riguardava gli stessi contenuti pubblicati dalla madre di Nicolò.

 

Le opposizioni alle richieste di archiviazione furono discusse davanti ai giudici Corleo e Caruso rispettivamente l'11 e il 26 novembre 2025.

 

Perché il Tribunale ha archiviato

 

Le due ordinanze arrivano alla stessa conclusione.

 

Secondo i giudici, le espressioni utilizzate da Donatella Di Pietra devono essere valutate nel contesto della vicenda che ha portato alla morte del figlio e non come attacchi gratuiti alla reputazione delle persone coinvolte.

 

Il giudice Corleo osserva che le critiche formulate dalla donna riguardano fatti già oggetto di accertamento giudiziario e che i commenti risultano collegati a una questione di evidente interesse pubblico: la sicurezza nei luoghi di lavoro e la morte di un lavoratore.

 

Nell'ordinanza viene inoltre richiamato il principio secondo cui il diritto di critica deve rispettare i requisiti della pertinenza, della verità e della continenza, requisiti che il giudice ritiene rispettati nel caso concreto.

 

Un passaggio particolarmente significativo riguarda il contesto umano della vicenda. Corleo sottolinea che Donatella Di Pietra si trovava in una condizione di fragilità psichica ed emotiva dovuta alla morte del figlio e che le sue parole erano espressione di rabbia e frustrazione per una pena percepita come insufficiente.

 

Anche il giudice Giancarlo Caruso, nell'ordinanza relativa alla querela di Pellegrino, evidenzia che i contenuti pubblicati dalla donna non sono mai usciti dal perimetro della vicenda processuale e non si sono trasformati in un'aggressione personale scollegata dai fatti.

 

Caruso affronta anche il passaggio più delicato, quello relativo all'utilizzo del termine «assassino». Secondo il giudice si tratta di un'espressione certamente forte e provocatoria, ma inserita nel contesto della morte del figlio e della vicenda giudiziaria che ne è seguita.

 

Le due ordinanze ritengono inoltre superflue le ulteriori indagini richieste dagli opponenti, compresa la perizia sulle condizioni di salute invocata nel procedimento promosso da Miceli.

 

Una vicenda che riguarda tutti

 

Le archiviazioni chiudono il contenzioso penale nato attorno ai commenti pubblicati sui social, ma non trasformano questa storia in una contrapposizione tra chi vince e chi perde.

 

Il punto indicato dai giudici è un altro: la critica, anche quando è aspra, può essere tutelata se resta collegata a fatti veri, di interesse pubblico e se non diventa un'aggressione gratuita. Sono i criteri di verità, pertinenza e continenza, richiamati anche dalla giurisprudenza in materia di diffamazione e diritto di critica.

 

Nel caso di Donatella Di Pietra, il Tribunale ha ritenuto che i post fossero legati alla morte del figlio Nicolò, al procedimento penale seguito all'incidente e al tema della sicurezza sul lavoro. Il giudice Corleo scrive che la donna si trovava in una condizione di fragilità psichica ed emotiva dovuta alla morte del figlio e che le sue parole non avevano finalità offensiva, ma erano dirette a criticare l'operato delle persone coinvolte e a contestare l’esito giudiziario.

 

Anche il giudice Caruso, nell’altra ordinanza, sottolinea che gli utenti dei social avevano percepito quelle frasi come lo sfogo emotivo legato al dolore per la perdita del figlio, non come un tentativo di denigrare gratuitamente la reputazione della persona offesa.

 

È questo il senso civile della decisione: non autorizzare l’odio sui social, ma distinguere tra l’insulto gratuito e la parola dura che nasce da una tragedia reale, resta dentro i fatti e solleva un tema pubblico. Perché quando un lavoratore muore, la vicenda non appartiene solo a un fascicolo giudiziario. Interroga l’impresa, le istituzioni, l’informazione e la comunità sulla prevenzione, sulla responsabilità e sul modo in cui si ascolta il dolore delle famiglie.