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02/06/2026 06:00:00

Pista ciclabile delle Saline: la greenway che da 25 anni non porta da nessuna parte 

Ci sono opere pubbliche che invecchiano male. E poi c'è la pista ciclabile delle Saline, che non ha mai avuto il tempo di diventare adulta.

Da venticinque anni vive sospesa tra progetto e incompiuta, tra cartoline turistiche e sterpaglie, tra annunci e marce indietro. 

Doveva collegare Trapani a Marsala attraversando uno dei paesaggi più belli della Sicilia occidentale. Oggi collega soprattutto promesse mancate, competenze frammentate e un torrente che nessuno è mai riuscito a superare.

 

La storia  della pista ciclabile comincia nel 2001, durante la presidenza della Provincia Regionale di Trapani guidata da Giulia Adamo. 

Il progetto, firmato dall'ingegnere Paolo Simon, prevedeva una spesa di 929 mila euro e la conclusione dei lavori entro il 2003. 

Sembrava l'inizio di una rivoluzione della mobilità lenta nel territorio. Invece è diventato uno dei casi più emblematici di incompiuta pubblica della provincia.

Problemi tecnici, ostacoli burocratici e autorizzazioni mai arrivate portarono alla sospensione dei lavori nel luglio del 2004. 

Da allora nessuno è riuscito a rimettere in moto il progetto. Non le amministrazioni che si sono succedute, non i commissari straordinari, non i tentativi dell'ultima ora di salvare il finanziamento regionale.

A fermare definitivamente il sogno fu il torrente Lenzi, o Baiata. Il punto che avrebbe dovuto consentire il collegamento verso Nubia e Marsala non venne mai risolto dal punto di vista progettuale. Troppo complesso attraversare un corso d'acqua che, quando piove abbondantemente, raccoglie le acque provenienti anche dal Monte Erice e periodicamente esonda.

Nel 2016 la Regione revocò il finanziamento e il Libero Consorzio dovette restituire oltre 123 mila euro più 3.387 euro di interessi legali. Fine del progetto. O quasi. 

 

Perché sulla carta la pista continua a esistere. Nelle mappe turistiche pure. Nella realtà, invece, esiste soltanto il primo tratto di un'opera mai completata. Un percorso che avrebbe dovuto attraversare le saline, collegare il Museo del Sale, Torre Nubia, Torre di Mezzo, Torre Marausa, Torre San Teodoro e arrivare fino allo Stagnone di Marsala, diventando una delle più suggestive greenway della Sicilia occidentale.

A 25 anni dalla sua ideazione e quasi dieci dalla fine del sogno su due ruote , oggi ci sono 37 chilometri di pista ciclabile lasciati a metà quella visione e soffocati dalle erbacce.

 

Pochi giorni fa il giornalista Mario Torrente ha documentato ancora una volta le condizioni del percorso. E la cosa sorprendente è che non c'è nulla di sorprendente. Ogni anno, con l'arrivo della primavera, cittadini e ciclisti si ritrovano a segnalare la necessità di interventi di scerbatura e manutenzione.

 

Una specie di rito stagionale.

Il verde non è quello pubblico ed urbano, ma la vegetazione spontanea che si fa largo prepotentemente tra il cemento e chiude completamente la pista. 

Sembra quasi un percorso natura di quelli avventurosissimi, immersi nella foresta, una illusione “wide” interrotta dai clacson e dal traffico della strada. Che rivendica la sua natura urbana con le transenne divelte e abbandonate sulla pista, ogni sorta di rifiuti, abbandonati un po' dal vento ed un po' dall’antropizzazione della città, cioè dai cittadini che sporcano. Così fino a pochi giorni fa.

 

Nel frattempo, però, si è verificata una situazione quasi paradossale.

Il Libero Consorzio ha effettuato la pulizia del tratto di propria competenza. Il Comune di Trapani, che gestisce il segmento compreso tra via Libica e il Mulino "Maria Stella", non è ancora intervenuto.

 

Il risultato è una pista ciclabile divisa in due. Da una parte il percorso pulito. Dall'altra le sterpaglie.

Due enti, due competenze, due tempi diversi, due immagini completamente opposte. Ma una sola pista ciclabile.

Ed è qui che emerge il problema più grande. Perché non stiamo parlando soltanto di erba da tagliare. Stiamo parlando di una infrastruttura che, anche se perfettamente pulita, resterebbe comunque monca. 

Ma c'è un aspetto che racconta questa vicenda meglio di qualsiasi fotografia: la frammentazione delle responsabilità.

 

La pista ciclabile delle Saline è infatti amministrata da due enti diversi. Il Libero Consorzio Comunale gestisce un tratto del percorso, mentre il segmento compreso tra via Libica e il Mulino "Maria Stella" ricade nelle competenze del Comune di Trapani.

Basta percorrerla per accorgersene. Da un lato il tratto recentemente discerbato dal Libero Consorzio, dall'altro la vegetazione che continua a occupare il percorso di competenza comunale. 

Eppure l'utente non vede due enti. Vede una sola pista ciclabile.

È il limite di molte infrastrutture pubbliche del territorio: la gestione è spezzettata, mentre il servizio dovrebbe essere unitario. Chi pedala non si chiede a quale ente appartenga un metro di pista o quello successivo. Si aspetta semplicemente di trovare un percorso continuo, sicuro e decoroso.

Ognuno interviene sul proprio pezzo, ma manca una regia complessiva capace di programmare manutenzione, valorizzazione e soprattutto il completamento dell'infrastruttura. E così una delle opere simbolo della mobilità sostenibile trapanese continua a essere gestita come una somma di segmenti separati, anziché come un unico percorso.

E il paradosso è che, anche se domani mattina tutta la pista venisse ripulita perfettamente, resterebbe comunque il problema principale: il collegamento interrotto.

Chi pedala verso Marsala è costretto a fermarsi prima del torrente Lenzi oppure a immettersi sulla SP21, condividendo la carreggiata con le automobili  in condizioni di sicurezza non sempre ottimali.

 

È difficile non vedere nella pista ciclabile una metafora perfetta delle contraddizioni locali. Da una parte si parla di sostenibilità, mobilità alternativa, riduzione del traffico e nuovi sistemi di trasporto pubblico come la BRT. Dall'altra si lascia degradare uno dei pochi percorsi ciclopedonali realmente esistenti e affacciati su uno dei paesaggi più iconici della provincia.

La domanda, allora, è semplice: a chi serve una pista ciclabile che non porta da nessuna parte?

 

Forse la vera questione non è nemmeno la manutenzione. È la mancanza di una visione unitaria. Perché una pista ciclabile non è un nastro di cemento da ripulire una volta all'anno. È un'infrastruttura che richiede una strategia, una gestione omogenea e la volontà politica di completarla.

Eppure oggi gli strumenti per ripensare l'opera esistono. Negli ultimi anni il cicloturismo è diventato uno dei segmenti turistici a maggiore crescita in Italia, generando quasi 10 miliardi di euro l'anno. In diverse regioni vecchie infrastrutture abbandonate sono state recuperate e trasformate in greenway capaci di attrarre visitatori e creare economia. Tra gli esempi più noti c'è la ex ferrovia Spoleto-Norcia, in Umbria, una linea dismessa diventata negli anni uno dei percorsi più apprezzati del turismo lento italiano.

Il Programma Regionale FESR Sicilia 2021-2027 prevedeva linee dedicate al turismo sostenibile e alla valorizzazione territoriale, mentre diverse strategie europee continuano a finanziare interventi legati alla mobilità dolce, alle greenway e al cicloturismo.

Il vero nodo, quindi, potrebbe non essere soltanto economico ma amministrativo. Prima ancora di cercare nuovi fondi, servirebbe un soggetto unico capace di assumersi la regia del progetto, aggiornare il vecchio tracciato, risolvere il nodo del torrente Lenzi e candidare l'infrastruttura all'interno di una strategia territoriale più ampia che tenga insieme saline, riserva naturale, Stagnone e cicloturismo.

 

Qui, invece, si discute ancora di chi debba tagliare l'erba.

E forse è proprio questo il dettaglio che racconta meglio di qualunque altro lo stato dell'opera. Non perché le erbacce siano il problema più grave. Ma perché, dopo un quarto di secolo, sono rimaste l'unica cosa che continua a crescere con regolarità lungo la pista ciclabile delle Saline.