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31/05/2026 06:00:00

Trapani Green, corsa contro il tempo: il bosco urbano rischia già la sete

C’è un piccolo alberello nello spiazzale davanti il plesso della scuola “E. Pertini” di via Terenzio che, forse senza volerlo, sta raccontando molto più del progetto “Trapani Green” che lo ha messo a dimora.

Si trova accanto al murale dedicato a Francesca Morvillo e fino a pochi giorni fa appariva verde e vigoroso. Oggi la chioma è già appesantita, le foglie mostrano segni di sofferenza e il giovane fusto sembra piegarsi sotto il peso di un’estate arrivata in anticipo. Se volessimo dargli un nome, gli starebbe bene “Modestino”.

Ma la questione non riguarda il singolo alberello.

 

 

Riguarda una domanda molto più grande: “Trapani Green” è davvero un progetto di riforestazione urbana, oppure rischia di diventare una gigantesca operazione di piantumazione realizzata contro il calendario per non perdere il finanziamento?

Perché dietro i numeri annunciati dall’amministrazione Tranchida c’è un progetto importante. Uno dei più ambiziosi sul verde pubblico degli ultimi anni.

 

Trapani Green è un intervento finanziato dal Ministero dell’Ambiente con 475 mila euro e affidato nel 2023 dall’amministrazione Tranchida al professor Francesco Raimondo, già direttore dell’Orto Botanico di Palermo, e diventato esecutivo alla fine del 2024. L'obiettivo è quello di adattare la città agli effetti dei cambiamenti climatici attraverso una rete diffusa di nuove alberature, arboreti e aree drenanti.

I numeri sono imponenti.

Saranno messe a dimora complessivamente 2.422 piante tra alberi e arbusti. Circa 900 alberi interesseranno strade e piazze cittadine. Altri 394 troveranno posto in otto arboreti polifiti. La forestazione periurbana coinvolgerà circa 10 mila metri quadrati con 779 nuove piante. Nelle ville Margherita e Pepoli saranno inserite 63 nuove alberature. Cinque parcheggi pubblici verranno ombreggiati da 140 alberi e saranno realizzate barriere verdi per oltre cinquecento metri lineari.

Gli interventi si distribuiscono in oltre quaranta aree urbane: da viale Duca d'Aosta a corso Italia, da piazza Generale Scio a via Mazzini, passando per via Mauro Rostagno, via Rosario Livatino, via Abruzzo, via Clio, Villa Rosina e numerose altre zone della città.

Sul fronte idraulico il progetto prevede la realizzazione di 1.632 metri quadrati di superfici drenanti per favorire l'assorbimento delle acque meteoriche e contrastare il fenomeno dell'impermeabilizzazione del suolo. Alla scuola Umberto è prevista persino una parete verde verticale con un sistema di raccolta delle acque piovane destinato all'irrigazione.

 

Sulla carta, una piccola rivoluzione ambientale.

Nella realtà, però, emergono interrogativi che vanno oltre il semplice attecchimento delle piante.

Il cronoprogramma impone infatti il completamento degli interventi entro il 30 giugno 2026. Una scadenza che ha costretto ad accelerare le operazioni negli ultimi mesi dopo una serie di rallentamenti burocratici.

Tradotto: molti alberi vengono messi a dimora mentre la Sicilia entra già nella stagione più calda dell’anno.

E qui nasce il primo cortocircuito.

 

Chiunque lavori seriamente con il verde urbano sa che alberi e burocrazia non parlano la stessa lingua.

I finanziamenti hanno scadenze. Le piante hanno stagioni.

Forestali e agronomi spiegano da sempre che la messa a dimora dovrebbe avvenire tra autunno e inverno, quando il terreno conserva umidità e le radici possono svilupparsi gradualmente prima dello stress estivo. Piantare a fine maggio significa invece chiedere a organismi appena trapiantati di affrontare immediatamente scirocco, asfalto rovente e temperature che ormai superano stabilmente i trenta gradi.

Qui accade l'opposto.

Si stanno collocando alberi alti circa tre metri, dotati di pane di terra, dentro buche ricavate nell'asfalto o in terreni che da decenni risultano compatti, impermeabilizzati e poveri di sostanza organica.

In molti casi le aiuole sono poco più che micro-spazi ritagliati all'interno di superfici completamente asfaltate.

 

Per alcuni agronomi si tratta di una condizione critica.

L'asfalto aumenta la temperatura del suolo, limita gli scambi gassosi e crea un ambiente ostile per l'espansione delle radici. Se a questo si aggiungono lo scirocco, il vento caldo e la scarsità di precipitazioni tipica delle estati siciliane, il rischio di disseccamento aumenta considerevolmente.

In alcune aree, inoltre, le piante devono competere con vegetazione spontanea già ben radicata. È il caso della liquirizia selvatica, specie particolarmente rustica e invasiva, capace di sviluppare apparati radicali profondi fino a due metri e di contendere acqua e nutrienti ai nuovi impianti.

Per questo molti tecnici sottolineano che la questione non riguarda semplicemente il numero di irrigazioni.

 

Dal Comune fanno sapere che, proprio per fronteggiare le temperature elevate, si è deciso di passare da due a tre turni settimanali di irrigazione e di anticipare gli orari degli interventi per evitare le ore di massimo irraggiamento. A breve, dovrebbero inoltre partire lavori di sistemazione delle aiuole nei parcheggi, che saranno riempite con terreno argilloso e delimitate da cordoli.

 

In via Rosario Livatino molti degli alberelli appena piantati mostrano già segni di sofferenza. Foglie arrugginite, vegetazione affaticata, apparati fogliari ridotti. Sembra che il destino di queste piante sia affidato alla legge di natura: quelle forti resistono, le fragili soccombono. 

In via Mauro Rostagno la situazione è leggermente migliore, mentre in via Clio, dove le piantumazioni sono iniziate prima, la maggior parte delle piante sembra invece aver attecchito.

Esiste però uno scenario che accomuna quasi tutte le aree che abbiamo visitato: quello spesso segnato dall'incuria.

Aiuole invase da erbe spontanee, sterpaglie alte, rifiuti abbandonati, terreni lasciati incompleti. In alcuni punti si notano perfino avvallamenti e buche che attendono ancora di essere sistemati.

Il paradosso è evidente.

Trapani sta provando a costruire una nuova infrastruttura verde dentro spazi che spesso mostrano ancora i segni dell’abbandono ordinario.

 

Ed è proprio qui che emerge la questione più politica, perché il problema non è il singolo albero che soffre. Il problema è capire se esista davvero una cultura del verde pubblico. 

L'opposizione all’amministrazione ne denuncia l'assenza di una pianificazione organica: manca un regolamento aggiornato e, soprattutto, manca una programmazione costante degli interventi. Un esempio sono I terreni confiscati alla mafia gestiti dal Comune, in particolare agli uliveti: sono carichi di olive che finiscono per marcire sugli alberi perché non è stato predisposto alcun bando per la raccolta.

Negli anni il dibattito cittadino sugli alberi si è quasi sempre acceso soltanto in due occasioni: quando bisogna abbatterli oppure quando bisogna piantarli. 

Molto più raramente si parla di ciò che accade nel mezzo, cioè della manutenzione quotidiana.

Che è la parte meno visibile. Eppure è quella decisiva.

É lì che si misura una visione amministrativa.

 

Gli alberi assomigliano a quei bambini che escono dalla scuola davanti lo spiazzale dove si erge Modestino, l’alberello mezzo secco.

I bambini non basta metterli al mondo per dire di avere costruito il futuro: occorre creare le condizioni perché possano crescere.

Garantire loro spazio, acqua, cura e manutenzione.

Nessuno considererebbe un bambino cresciuto soltanto perché è nato. Allo stesso modo una città non diventa più verde soltanto perché ha piantato qualche migliaio di alberi.

Diventa più verde quando quegli alberi sopravvivono.

Quando diventano ombra.

Quando trasformano un parcheggio in un luogo vivibile.

Quando diventano parte del paesaggio urbano.

 

Trapani Green prevede due anni di manutenzione e la sostituzione delle piante eventualmente morte. È una garanzia importante.

Ma nessuno penserebbe di lasciare un bambino sotto il sole d’agosto dicendo che, se qualcosa andrà storto, se ne farà un altro.

Eppure talvolta il verde pubblico viene trattato proprio così: come una somma di sostituzioni possibili, una statistica di attecchimenti, una percentuale da rispettare.

Ma una città che investe davvero sugli alberi non ragiona in termini di rimpiazzo.

Ragiona in termini di cura.

Perché gli alberi sono persino un modo per raccontare che idea di futuro possiede una città.

Per questo il vero banco di prova di Trapani Green non sarà il numero delle piante messe a dimora entro il 30 giugno.

Quello servirà a chiudere il progetto.

La prova vera arriverà tra uno, due, cinque anni.

Quando si capirà se quei 2.422 alberi saranno diventati un bosco urbano capace di cambiare il volto della città, oppure soltanto una fotografia amministrativa scattata in tempo per rispettare una scadenza ministeriale.

È lì che finiranno i comunicati. Ed è lì che comincerà la politica.