"Lilibeo racconta". La città dei morti, che parla di come eravamo
Una città silenziosa accanto alla città dei vivi. Un luogo di tombe, strade, monumenti e piccoli oggetti lasciati come ultimo gesto d’amore. Un luogo in cui la morte non cancella la vita — la custodisce.
Altra puntata di “Lilibeo Racconta”, la serie realizzata in collaborazione con il Parco Archeologico di Lilibeo – Marsala.
Questa volta entriamo nella città dei morti: la necropoli dell’antica Lilibeo, dove ogni sepoltura, ogni corredo, ogni iscrizione racconta qualcosa di chi è passato da qui. Donne, uomini, bambini, stranieri arrivati dal mare. Vite finite, sì. Ma non scomparse.
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C'è una Lilibeo silenziosa, nascosta, fatta di tombe, corredi, iscrizioni, piccoli oggetti lasciati accanto ai defunti come ultimo gesto d’amore. È la città dei morti, la grande necropoli dell’antica Lilibeo: non un semplice luogo di sepoltura, ma uno spazio organizzato, vissuto, attraversato dalla memoria.
La chiamiamo “città” perché, in fondo, aveva una sua forma urbana. Le sepolture e i monumenti funerari si disponevano lungo le grandi strade che uscivano da Lilibeo e conducevano verso il territorio circostante: la via litoranea settentrionale, la Valeria, che portava verso Messina, e la strada meridionale che, passando da Selinunte, arrivava fino a Siracusa.
Ai margini della città dei vivi nasceva così un’altra città. Più silenziosa, certo. Ma non meno eloquente.
Perché la morte, a Lilibeo, racconta moltissimo della vita.
Nei corredi funerari, infatti, gli archeologi hanno ritrovato gli oggetti più cari ai defunti: strumenti quotidiani, ornamenti, piccoli simboli personali. Oggetti che oggi ci permettono di intravedere chi fossero quelle persone, cosa facessero, quale ruolo avessero nella società, quale fosse il loro mondo. Un mondo esposto al Museo del Parco Archeologico Lilibeo di Marsala e che l'archeologa Maria Grazia Griffo racconta con precisione.
Accanto alle donne compaiono spesso vasi legati alla sfera del matrimonio, specchi, cesoie, oggetti di toeletta, conchiglie. Accanto agli uomini troviamo strigili, strumenti della palestra, coltelli, lame, anelli in bronzo. Nelle tombe dei bambini, invece, il racconto si fa ancora più tenero: biberon a forma di animaletti, giocattoli, sonagli, piccoli vasi miniaturistici.
Sono oggetti minuscoli, ma potentissimi. Perché davanti a un sonaglio deposto in una tomba, la distanza di duemila anni si accorcia all’improvviso. Non vediamo più soltanto un reperto. Vediamo una famiglia, una perdita, un gesto di cura.
Tra gli oggetti più suggestivi ci sono anche le monete. Erano l’obolo di Caronte, il pagamento simbolico destinato al traghettatore che, secondo la tradizione antica, accompagnava le anime dal mondo dei vivi a quello dei morti. Un piccolo segno di passaggio, di speranza, forse anche di paura.
La necropoli di Lilibeo racconta anche l’evoluzione dei riti funerari. Nella fase punica, a partire dalle prime generazioni di abitanti della città, si intrecciano due pratiche: l’inumazione, cioè la deposizione del corpo nella tomba, e l’incinerazione, con le ceneri raccolte in cassette di pietra bianca di Trapani, in anfore o in contenitori di terracotta e metallo.
Le sepolture puniche si sviluppavano in profondità: tombe a pozzo, a camera, a fossa. Erano luoghi nascosti, scavati nel banco calcarenitico della città. In alcuni casi erano segnalati da piccoli monumenti, ma il rapporto con la morte restava prevalentemente sotterraneo, intimo, raccolto.
Con la fase ellenistico-romana cambia tutto. La necropoli diventa monumentale. Dopo la conquista romana e la trasformazione della Sicilia in provincia, Lilibeo cresce d’importanza e diventa sede di questura. Cambia la città dei vivi e cambia anche quella dei morti.
Le tombe non sono più soltanto nascoste sotto terra. Cominciano a essere segnalate da monumenti visibili: colonne funerarie, pilastri, elementi architettonici, iscrizioni. I defunti vengono raffigurati, nominati, ricordati. La memoria diventa immagine pubblica.
È in questa fase che la necropoli racconta con forza il volto cosmopolita di Lilibeo. Le iscrizioni parlano di persone diverse, provenienze diverse, lingue diverse. Punico, Greco e Latino convivono in una città affacciata sul Mediterraneo, attraversata da mercanti, soldati, funzionari, viaggiatori.
Attraverso i nomi dei defunti si può risalire alla loro storia. Alcuni nomi sono greci, altri latini trascritti in greco, altri ancora rimandano a origini orientali. È la prova concreta di una città multietnica, dove le culture non restavano separate, ma si mescolavano.
Tra le storie più evocative c’è quella di Poseidermos, uno straniero proveniente da Massalia. Un’iscrizione ne racconta la sorte amara: lontano dalla patria, trascinato via da un destino violento. Forse un naufrago, forse un uomo arrivato a Lilibeo seguendo le rotte del mare. Anche lui, alla fine, accolto nella città dei morti.
C’è poi un rito particolarmente toccante: l’enchytrismos, la deposizione dei bambini morti alla nascita o nelle prime settimane di vita all’interno di un’anfora. Il vaso veniva adattato, aperto, trasformato quasi in una piccola culla. Un gesto di pietas, di rispetto, di protezione. Anche qui l’archeologia non parla soltanto di tecnica funeraria. Parla di dolore umano.
Uno dei simboli più spettacolari della necropoli monumentale è però il grande mausoleo rinvenuto nell’area di via del Fante. Doveva svettare nel paesaggio funerario della Lilibeo ellenistico-romana. Aveva un podio, una struttura circolare simile a un tempietto e una copertura decorata con elementi a scaglie. Ma il dettaglio più sorprendente è il colore: all’interno era dipinto di blu, a evocare il cielo stellato e il mondo dell’oltretomba.
Blu, rosso, bianco, rosa. La morte antica non era grigia come spesso la immaginiamo. Era fatta di colori, simboli, riti, memoria.
Visitare la città dei morti di Lilibeo significa allora entrare in un mondo che non parla solo della fine. Parla di famiglie, mestieri, viaggi, ricchezze, paure, speranze. Parla di bambini e di stranieri, di donne e di uomini, di una città viva che continuava a raccontarsi anche attraverso i suoi defunti.
Perché a Lilibeo il confine tra la città dei vivi e la città dei morti era sottile.
E forse è proprio lì, in quello spazio silenzioso, che la vita antica si lascia ascoltare meglio.
Scopri come visitare il Museo, il Parco e i siti archeologici su https://www.parcolilibeo.it/ Tutti i siti urbani sono inoltre visitabili, oltre alle aperture ordinarie, su prenotazione. (tel. 3514849420 e-mail: lilibeo@archeofficina.com)
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