Continuiamo, su Tp24, a seguire il filo di fatti che parte dall'arresto di Carmelo Vetro, imprenditore già condannato per mafia, le sue relazioni con pezzi grossi della politica siciliana, e i suoi percorsi all'interno della massoneria siciliana, con un ponte tra Agrigento e Castelvetrano.
Di Carmelo Vetro ha parlato diffusamente Giuseppe Tuzzolino, "pentito" discutibile sotto tanti aspetti, ma che comunque ha dichiarato cose molto interessanti, soprattutto sulla gestione di alcuni appalti e di alcuni lavori, come il cantiere del nuovo Tribunale di Marsala.
E per continuare ad indagare, giornalisticamente, su Carmelo Vetro, dobbiamo tornare a Tuzzolino e alle sue dichiarazioni. Qui la prima parte della nostra inchiesta su Vetro, qui la seconda, qui la terza.
La super loggia itinerante e i tre canali di Messina Denaro
Nel suo lungo racconto Giuseppe Tuzzolino aggiunge diversi tasselli a un sistema a metà tra mafia e massoneria che appare strutturato e stratificato. Il suo ruolo, però, non era centrale. Lui stesso spiega di aver partecipato solo a cinque o sei riunioni, esclusivamente quando si trattava di discutere dei lavori per il tribunale di Marsala. In quegli incontri – ai quali prendeva parte formalmente come imprenditore – non ebbe mai un rapporto diretto con Matteo Messina Denaro, che allora conosceva sotto falsa identità. Solo in seguito avrebbe compreso chi fosse realmente.
Le riunioni della cosiddetta loggia “La Sicilia” avevano una caratteristica precisa: erano itineranti. Si spostavano di città in città, ma Tuzzolino racconta di aver preso parte solo a quelle svolte a Castelvetrano, in un tempio collegato al Centro Sociologico Italiano. In quel contesto, dice, lui non contava. Per conquistare fiducia ci volle tempo.
Eppure, in quelle stanze, sarebbero passati nomi importanti. Tuzzolino parla di politici, medici, professionisti, figure insospettabili. Cita, tra gli altri, Francesco Guttadauro, e descrive anche un simbolo distintivo della loggia, elemento che troverebbe riscontro nel ritrovamento – durante un arresto – di un’effigie riconducibile proprio a quel circuito.
Il livello di cautela era altissimo. Il tempio, racconta, veniva bonificato ogni mese per evitare intercettazioni. In un’occasione, prima dell’arrivo di Messina Denaro, sarebbe stato sollecitato un controllo urgente dopo l’avvistamento di carabinieri del Ros in zona. Un dettaglio che, per gli inquirenti, indica la consapevolezza di operare in un contesto ad alto rischio investigativo. Lo stesso Tuzzolino riferisce di aver conosciuto il tecnico incaricato delle bonifiche e di averlo poi riconosciuto, tempo dopo, quando si presentò a casa sua per installare un sistema di ascolto: un episodio che lo portò a capire di essere a sua volta intercettato.
Ma è soprattutto sulla struttura del sistema che il collaboratore offre uno spunto decisivo. Secondo il suo racconto, Messina Denaro gestiva i propri affari attraverso tre canali distinti: quello tradizionale di Cosa nostra; quello della massoneria imprenditoriale; e un terzo livello intermedio, in cui mafia e massoneria si sovrapponevano.
Le logge, in questa prospettiva, diventano veri e propri comitati d’affari. Si parla di compravendita di farmacie, di fondi legati ai programmi di sviluppo rurale, di relazioni economiche con imprenditori siciliani all’estero. E anche di viaggi: Maastricht, Parigi. Spostamenti in cui, secondo Tuzzolino, sarebbero stati coinvolti membri della super loggia e lo stesso Carmelo Vetro, a conferma di un ruolo che si muoveva ben oltre i confini locali.
Un sistema articolato, dunque, che non si limitava a garantire protezione, ma puntava a costruire una rete capace di incidere direttamente sugli affari e sulle decisioni.
“La mia assicurazione sulla vita”
Ma è nei verbali che emergono le parole più forti.
In una dichiarazione del 14 febbraio 2015 all'allora pm Salvatore Vella, Tuzzolino descrive il rapporto con Vetro in termini inequivocabili: “Carmelo è la mia garanzia in assoluto… la mia assicurazione sulla vita. Su tutto”.
Un’espressione che restituisce il livello di fiducia – o dipendenza – che il collaboratore dice di aver avuto nei confronti del favarese.
Non solo un referente, ma una figura capace di garantire protezione e credibilità.
Il ruolo del padre e l’accesso alle famiglie mafiose
In un altro verbale, depositato tempo prima nel processo all’ex governatore Raffaele Lombardo, Tuzzolino amplia il quadro. Spiega che la sua posizione era rafforzata da tre elementi: la stabilità economica, l’appartenenza alla massoneria e la vicinanza a Carmelo Vetro.
E aggiunge un dettaglio rilevante: il padre di Carmelo, Giuseppe Vetro – mafioso di peso, morto mentre scontava l'ergastolo – avrebbe rappresentato un canale di accesso privilegiato alle famiglie di Cosa nostra. Un ponte, in sostanza, tra ambienti mafiosi e ambienti massonici. “Ci consentiva l’accesso alle famiglie mafiose con cui la massoneria aveva interesse ad entrare in contatto”, dichiara Tuzzolino.
Un racconto da verificare
Le dichiarazioni del collaboratore delineano un sistema in cui mafia e massoneria non solo convivono, ma si cercano e si utilizzano reciprocamente.
Un sistema in cui figure come Vetro assumono un ruolo centrale: garanti, intermediari, punti di contatto.
Resta, naturalmente, il nodo della credibilità.
Tuzzolino è un personaggio controverso, con un percorso segnato da contraddizioni e problemi con gli inquirenti. E' stato condannato per calunnia, ha accusato ingiustamente diverse persone e molte delle sue dichiarazioni non trovano conferma. Ma le sue parole – soprattutto quando trovano riscontri parziali in altre indagini – continuano a riemergere.
E a porre una domanda che attraversa tutta questa lunga inchiesta a puntate di Tp24: quanto erano profondi, e quanto erano strutturati, i legami tra questi mondi? E quanto ancora lo sono?