×
 
 
26/04/2026 06:00:00

Come i social ti rubano le emozioni e... se le vendono

 Ali d’angelo, aureole, stelle che luccicano...

Sono ritocchi fatti con l’intelligenza artificiale alle donne uccise dal compagno, ai bambini vittime di malasanità, a coloro che sono morti ingiustamente. Le pagine che sui social li ricordano in questo modo “iper emozionale” sono sempre di più.

Ma attenzione, quello che potrebbe sembrare un atto di devozione, rappresenta in realtà l’ultima frontiera del cosiddetto sad fishing (il traffico del pietismo). Ovvero, l’evoluzione digitale dello sciacallaggio.

Dietro la facciata della commozione si nasconde un’industria multimilionaria che trasforma il dolore e l’indignazione in profitto diretto, sfruttando la mancanza di consapevolezza degli utenti su come funzionino realmente i meccanismi dei social media, che finiscono per partecipare con valanghe di commenti, like e condivisioni.

 

A differenza dei giornali, che devono rispettare standard etici e sostenere costi di verifica, le realtà che gestiscono queste pagine operano come vere e proprie fabbriche di contenuti ottimizzate per l’algoritmo. Il loro successo non dipende dalla qualità dell’informazione, ma dalla capacità di generare una risposta emotiva immediata.

Il modello di business è spietato e va dalla monetizzazione del traffico, con piattaforme che pagano i creatori di contenuti in base alle visualizzazioni e alle entrate pubblicitarie, all’acquisizione di milioni di interazioni che moltiplicano il valore commerciale delle pagine in modo che queste possano essere rivendute ad aziende o agenzie di marketing.

 

Diverse narrazioni che dominano i nostri feed risiedono nella cosiddettadittatura dell’engagement”.

 

Gli algoritmi sono progettati per massimizzare il tempo di permanenza dell’utente sulla piattaforma e premiano i contenuti che generano reazioni forti come rabbia, paura o commozione profonda. Inoltre, una notizia falsa o distorta si diffonde sei volte più velocemente di una vera perché è scritta per apparire più scioccante. Insomma, più tocca le corde dell’indignazione, più concorre ad abbassare il senso critico di chi legge.

Molti utenti, specialmente i meno esperti, non riconoscono l’artificio dell’AI e interagiscono con commenti come “Amen” o “R.I.P.”. Per l’algoritmo, questi commenti sono segnali di “contenuto di valore”, che aumentano la visibilità della pagina e permettono di monetizzare meglio i post futuri. È un circolo vizioso che sfrutta i nostri bias cognitivi, come la tendenza a prestare più attenzione alle tragedie (negativity bias) o a condividere ciò che conferma le nostre emozioni (bias di conferma).

 

Il furto non riguarda solo l’attenzione, ma l’identità stessa dell’utente.

 

Non appena si clicca su una di queste “notizie”, si attiva una macchina tecnologica invisibile. Tramite pixel di tracciamento e cookie, i gestori registrano indirizzi IP e interessi, creando una profilazione psicografica.

Cliccare ripetutamente su contenuti tragici segnala agli algoritmi una particolare vulnerabilità emotiva. Questi dati vengono poi venduti ai data broker, che a loro volta li girano ad agenzie di marketing per pubblicità mirate, ad operatori di spam (visto che chi “abbocca” ai clickbait è considerato una preda preziosa per tentativi di truffa), o a soggetti politici per campagne di disinformazione elettorale.

 

Lo scopo è mirare a utenti emotivamente reattivi, inclini alla condivisione acritica.

 

 

Ma la legge consente di aggiungere ali d’angelo ad una ragazza che si è suicidata a poco più di vent’anni? Si dirà che l’uso dell’immagine di una persona senza il consenso dei familiari è illegale e potrebbe configurarsi come diffamazione o oltraggio alla memoria. Vero. Ma la giustizia è lenta, mentre gli algoritmi corrono veloci. Ancora più lenta la consapevolezza della gente sui perversi meccanismi che stanno dietro a ciò che all’apparenza sembra solo un tributo nei confronti della persona che non c’è più.

Anche perché, il diminuito senso critico e la fretta (figlia del bisogno di cercare contenuti sempre nuovi e sempre più stimolanti, attraverso il cosiddetto doomscrolling) impediscono di chiedersi ad esempio perché mai una pagina intitolata “Senti chi Sparla” dovrebbe immaginare poeticamente i giorni di coloro che tragicamente non ci sono più. Oppure notare la scritta piccolina che sta sotto al nome di quella pagina (Informazioni IA) per rendersi conto che il testo è stato realizzato interamente dall’intelligenza artificiale.

 

Come uscirne?

 

L’arma più efficace a disposizione degli utenti non è il commento indignato — che paradossalmente aiuta la pagina a crescere — ma la segnalazione di massa per sciacallaggio o sfruttamento di persona deceduta. Solo rompendo il meccanismo dell’interazione istintiva possiamo smettere di essere complici di un’industria che vende le nostre emozioni al miglior offerente.

E allora, se un ragazzo muore in un incidente in moto, più che censurare il commento di chi si chiede se avesse avuto il casco, forse bisognerebbe evitare di mettere il like a quelle pagine dai nomi più improbabili che lo ritraggono con le ali d’angelo sulla sua due ruote, mentre viaggia tra le nuvole, con scritte del tipo “buon viaggio tra le strade del paradiso”.

 

Egidio Morici



Native | 25/04/2026
https://www.tp24.it/immagini_articoli/24-04-2026/1777023473-0-studio-vira-per-l-agricoltura-siciliana.jpg

Studio Vira per l'agricoltura siciliana

Il settore agricolo siciliano è riconosciuto come strategico per lo sviluppo economico dell’isola. La transizione ecologica e la tutela della sicurezza alimentare hanno determinato un cambiamento significativo nella...

Sociale | 2026-04-26 06:00:00
https://www.tp24.it/immagini_articoli/25-04-2026/come-i-social-ti-rubano-le-emozioni-e-se-le-vendono-250.jpg

Come i social ti rubano le emozioni e... se le vendono

 Ali d’angelo, aureole, stelle che luccicano... Sono ritocchi fatti con l’intelligenza artificiale alle donne uccise dal compagno, ai bambini vittime di malasanità, a coloro che sono morti ingiustamente. Le pagine che sui...