La missione-salvezza della barca a vela trapanese "Safira" nel Mediterraneo dei naufragi invisibili
"Boza" significa vittoria. Deriva dal gergo dei migranti e indica il raggiungimento della frontiera europea dopo aver attraversato il Mediterraneo, sopravvivendo al maltempo, ai barchini, alle ricatture delle milizie libiche travestite da Guardia Costiera.
È "boza" anche per la barca a vela trapanese Safira2 che, nella ventiquattresima missione di Mediterranea Saving Humans nelle scorse settimane, ha salvato 111 persone dal naufragio.
Quel grido — “Boza” — Leonardo Stabile, per tutti Nanai, proprietario e comandante dell'imbarcazione, lo ha pronunciato con la voce spezzata quando gli ultimi naufraghi soccorsi durante la ventiquattresima missione di Mediterranea Saving Humans hanno toccato il molo di Lampedusa.
Centoundici persone salvate in due diverse operazioni di rescue. Per chi era a bordo di Safira, quella è stata una vittoria.
Leonardo Stabile lo ha raccontato il 24 aprile scorso al complesso San Domenico, durante l’incontro pubblico dedicato alla missione. Con lui, parte dell’equipaggio: Agata, skipper dell’imbarcazione, Mimmo Risica, medico di bordo e Debora Camarda, direttivo Mediterranea Saving Humans.
Ma il punto non è soltanto il numero dei soccorsi. Il punto è che quelle 111 persone sono state intercettate in un Mediterraneo che continua a inghiottire vite mentre diminuiscono le navi civili presenti lungo la rotta.
La missione soccorso di "Safira2"
Salpata da Trapani il 7 marzo verso Lampedusa e poi diretta a sud, nella zona SAR tra Sfax, Kerkennah e il Canale di Sicilia, Safira è tornata ancora una volta a occupare uno spazio che negli ultimi anni la politica europea sta cercando progressivamente di svuotare: quello della presenza civile stabile lungo una delle rotte migratorie più pericolose del continente.
La missione nasce formalmente come attività di monitoraggio, assistenza e coordinamento con la flotta civile. Ma nel Mediterraneo centrale monitorare significa quasi inevitabilmente imbattersi nell’emergenza.
Nel corso di poche settimane Safira è infatti intervenuta in due distinti salvataggi, che restituiscono con chiarezza la condizione materiale in cui continua a consumarsi la traversata dalla Tunisia e dalla Libia.
Il primo intervento avviene su un gommone alla deriva con quaranta persone a bordo. Le condizioni del natante sono già al limite del collasso: i tubolari risultano quasi del tutto sgonfi e alcuni naufraghi li tengono sollevati per impedire che l’acqua penetri all’interno.
Tra i passeggeri ci sono donne e minori non accompagnati, partiti da Paesi segnati da conflitti, instabilità e violenze diffuse.
Dopo aver tratto in salvo i quaranta naufraghi, l’equipaggio chiede il supporto di una motovedetta per il trasbordo rapido. Dal coordinamento centrale arriva invece una disposizione diversa: Safira deve trattenere tre persone a bordo e trasferirne trentasette sulla motovedetta, rientrando poi immediatamente in porto. Significa altre otto ore di navigazione con tre sopravvissuti ancora sull’imbarcazione e, soprattutto, l’uscita forzata dall’area SAR proprio mentre la missione avrebbe potuto continuare il monitoraggio.
Questo tipo di gestione risponde anche all’obiettivo di limitare ulteriori interventi di soccorso: non impedire formalmente il rescue, ma ridurre la possibilità concreta che una nave civile resti in zona a intercettare altre emergenze.
La seconda operazione avviene quasi al termine della missione e conferma quanto sottile sia la distanza tra approdo e naufragio. Safira è pronta a lasciare Lampedusa per fare rientro a Trapani quando intercetta, a poche centinaia di metri da Cala Levante, una barca in vetroresina con 71 persone a bordo, che rischia di schiantarsi contro la costa.
L’intervento dell’equipaggio è immediato e, con due motovedette Frontex che completano il trasferimento verso il porto di Lampedusa, lo sbarco avviene al molo Favarolo. Per loro si tratta del raggiungimento di un primo porto sicuro dopo una traversata segnata da rischi estremi.
Centoundici persone salvate in due operazioni da una sola piccola barca a vela. Un dato che sarebbe già sufficiente a definire la portata dell’iniziativa Safira. Ma la missione acquista un significato ancora più netto se inserita nel contesto del Mediterraneo di oggi.
La vittoria del governo ha altri numeri
Per il governo italiano, però, la vittoria ha una contabilità diversa: è il numero di persone che si riesce a non far partire o a non far arrivare.
Il memorandum con Libia e Tunisia, gli accordi con la cosiddetta guardia costiera libica, la gestione esternalizzata delle zone SAR e i respingimenti affidati alle milizie vengono raccontati come efficacia di frontiera. Il dato esibito è quello del 41 per cento di sbarchi in meno. Ma la riduzione degli arrivi ufficiali non coincide con la riduzione delle partenze.
In realtà le cose vanno molto diversamente: le persone partono lo stesso, clandestinamente, attraverso accordi mortali con gli scafisti, a loro volta in combutta con la guardia costiera libica. Partono sulle bare galleggianti, vengono intercettate dalle milizie, riarrestate spesso con la violenza, riportate indietro. In un circolo che può essere spezzato solo da un soccorso o dalla morte in mare.
Un passaggio particolarmente delicato riguarda il rapporto operativo con le Autorità marittime e il coordinamento dei soccorsi.
Dentro questo scenario il soccorso civile opera con margini sempre più stretti. Le operazioni, spiega Stabile, sono coordinate dall’IMRCC di Roma: ogni intervento avviene dentro autorizzazioni, tempi contingentati e rientri imposti che riducono la permanenza delle navi umanitarie nell’area SAR.
È da questo dato che bisogna partire per comprendere il senso della ventiquattresima missione di Mediterranea Saving Humans con Safira.
Il Mediterraneo: dove diminuiscono gli sbarchi e aumentano i morti
Secondo i dati OIM, richiamati nel corso dell’iniziativa pubblica dedicata alla missione, dall’inizio del 2026 i morti e dispersi nel Mediterraneo sono già 831; oltre 180 nella sola settimana di Pasqua. Secondo "Refugees in Libya" sono almeno mille i naufragi fantasma causati dal ciclone Harry. Dal 2014 a oggi, più di 26.500 persone hanno perso la vita lungo questa frontiera marittima.
Il dato più significativo, però, è il rapporto tra arrivi e vittime: diminuiscono del 41% gli sbarchi ufficialmente registrati, aumentano in maniera esponenziale morti e dispersi. Non perché le partenze siano cessate, ma perché il viaggio è diventato più pericoloso e meno soccorso.
È la conseguenza di una precisa scelta politica: esternalizzazione dei controlli alla Guardia costiera libica e tunisina, fermi amministrativi alle navi ONG, pratica dei porti lontani, riduzione della permanenza delle unità civili nelle aree di attraversamento.
Ma le persone continuano a partire lo stesso — fuggendo dalle guerre, dalla fame, dalle dittature, dalla desertificazione africana — perché non esistono canali legali d’ingresso, visti umanitari accessibili o corridoi sufficienti.
La variabile è la probabilità di incontrare una nave che le intercetti in tempo. Le stesse fonti ricordano che quasi nove migranti su dieci raggiungono le coste italiane senza l’aiuto diretto delle ONG: il che significa che la presenza delle navi civili non genera le partenze, ma riduce il numero di chi scompare durante il tragitto. Quando il soccorso civile viene limitato, il fenomeno migratorio non si interrompe. Diventa soltanto più letale.
Gli “occhi” di Safira
Gli occhi di Safira e delle altre navi ONG raccontano migliaia di storie attraverso le testimonianze dei loro equipaggi: del medico Mimmo Risica, di Sheila Melosu la capo missione, di Agata la skipper.
Storie di persone che hanno vissuto la disumanità con la sola speranza della traversata in mare. Storie di violenze, di uliveti incendiati, di campi di detenzione che sono ghetti della libertà. Storie di barchini rovesciati, di peluche arrivati sulle spiagge senza le braccia che li stringevano.
La storia di una donna, cristiana, che ha stretto a sé per tutta la traversata l’immagine della Madonna, che verrà portata a Papa Leone.
A chiudere l’incontro è stato l’intervento del sindaco di Trapani, Giacomo Tranchida, che ha ricordato la tradizione dei pescatori trapanesi, che non hanno mai lasciato morire nessuno in mare, contrapponendola alla progressiva normalizzazione contemporanea della strage di frontiera. Da qui la necessità di continuare a raccontare queste storie alle nuove generazioni e la proposta di creare a Trapani un luogo permanente della memoria — un monumento o uno spazio pubblico costruito anche con materiali e testimonianze delle ONG — capace di trasformare naufragi, soccorsi e vite perdute in coscienza collettiva.
Perchè le operazioni di rescue non sono episodi eccezionali. Sono la rappresentazione ordinaria di ciò che avviene ogni settimana tra la Sicilia, la Tunisia e la Libia.
La differenza è che, in quei due casi, c’era Safira.
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