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23/04/2026 06:00:00

Trapani, cortocircuito in consiglio comunale e la crisi che nessuno vuole chiudere

C’è una linea sottile, ma decisiva, che separa il conflitto politico dalla sua degenerazione. 

A Trapani quella linea non è solo stata superata: è stata progressivamente cancellata.

 

La scelta del sindaco Giacomo Tranchida di limitare la presenza dell'amministrazione in aula – sottraendosi alla fase delle comunicazioni – non è il punto di origine della crisi. È semmai il suo sintomo più evidente.

 

Un gesto politicamente forte, discutibile nelle conseguenze, ma leggibile dentro un contesto che da tempo ha smesso di essere fisiologico. E forse anche politico.

Il Consiglio comunale, che dovrebbe rappresentare il luogo più alto della dialettica democratica cittadina, si è trasformato in uno spazio opaco, dove il confronto si consuma più sul terreno delle allusioni e delle provocazioni che su quello delle scelte amministrative.

 

La forma

 

Sul piano formale, la posizione del sindaco si muove dentro un perimetro in parte difendibile: la presenza dell’amministrazione non è obbligatoria nella fase delle comunicazioni, tanto più se – come lamentato dal primo cittadino – non è consentito intervenire nel merito del dibattito.

Sul piano sostanziale, però, la questione è più complessa.

 

L’opposizione utilizza quello spazio come tribuna, talvolta spingendosi oltre i confini dei toni concessi dal regolamento. Ma ci sono fatti che vanno oltre le responsabilità politiche.

Il clima in aula è diventato irrespirabile: un rimbalzo di accuse, allusioni e offese che talvolta arrivano a coinvolgere la vita personale.

 

Spesso si arriva in aula dopo annunci social di sedute “incandescenti”, con promesse di rivelazioni e riferimenti alla sfera privata. E non di rado quei riferimenti entrano davvero nel dibattito consiliare.

Sottrarsi, anche solo parzialmente, significa però accettare un ulteriore svuotamento dell’aula.

 

Non è un caso che più consiglieri abbiano richiamato il diritto-dovere dell’amministrazione di garantire interlocuzione, soprattutto nella fase delle interrogazioni, snodo essenziale del controllo democratico.

È lì che si concretizza il ruolo dei consiglieri: portare le istanze dei cittadini e ottenere risposte da chi governa.

Ancora più evidente nei momenti deliberativi, quando il consiglio dovrebbe confrontarsi con l’amministrazione che propone gli atti.

Un corto circuito insanabile, in cui si procede a tentoni tra articoli e commi, perdendo il buon senso.

 

Il racconto contrapposto

 

La narrazione del sindaco è netta: un’aula trasformata in “teatrino”, dove l’opposizione – con la complicità di una presidenza ritenuta sbilanciata – costruisce accuse senza contraddittorio.

 

 

Quella dell’opposizione è opposta: un sindaco che negli anni avrebbe compresso il confronto e che oggi, in un contesto meno controllabile, sceglie di sottrarsi.

Due versioni inconciliabili, entrambe parziali.

Perché omettono un dato essenziale: il deterioramento del clima non è responsabilità di una sola parte.

 

Nel mezzo, la figura del presidente del Consiglio, Alberto Mazzeo, sempre più al centro delle tensioni.

Il rapporto tra Mazzeo e Tranchida – un tempo alleati, oggi su posizioni divergenti – è una delle chiavi della crisi.

 

Al sindaco che parla di gestione “orchestrata” dell’aula si contrappone una realtà più sfumata, in cui anche dall'opposizione – in particolare da Peppe Guaiana di "Amo Trapani" – si nota che il presidente, ultimamente, si “lascia prendere” da vicende politiche di maggioranza od opposizione che siano.

 

 

Non è un dettaglio: in un contesto già polarizzato, la percezione di squilibrio amplifica ogni frattura.

 

Il cortocircuito democratico

 

Il risultato è evidente.

Da un lato si pretende la piena partecipazione del sindaco anche in fasi in cui non può intervenire. Dall’altro si rivendica un uso delle comunicazioni che, nei fatti, esclude il contraddittorio.

 

Si invoca il regolamento, ma lo si piega alla contingenza politica.

Si denuncia la mancanza di confronto, ma si alimenta un clima che lo rende impraticabile.

In questo gioco di specchi, la politica smette di produrre decisioni e consuma sé stessa.

 

Una crisi senza coraggio

 

Il punto più rimosso è un altro: nessuno sembra voler chiudere davvero questa crisi.

Le richieste di dimissioni e le tensioni non trovano mai uno sbocco istituzionale.

La mozione di sfiducia – unico strumento capace di trasformare il conflitto in decisione – resta sullo sfondo, impraticabile per assenza di numeri.

 

Si consolida così una dinamica di logoramento: l’opposizione incalza, la maggioranza resiste, il sindaco reagisce.

 

La scelta del sindaco segna anche una presa di distanza sempre più netta dal presidente Mazzeo e contribuisce ad alzare il livello dello scontro.

Non è escluso che si stia forzando una rottura: tirare la corda fino a una mozione di sfiducia che, se respinta, indebolirebbe l’opposizione e farebbe guadagnare tempo verso la primavera 2027, prima finestra elettorale utile. Quando a nessuno potrebbe dispiacere tornare alle urne.

 

Oltre il rumore

 

Nel frattempo, l’aula si svuota di senso e si riempie di rumore.

Non per assenza fisica, ma per perdita di funzione.

Quando il confronto diventa scontro personale, il linguaggio scivola nell’offesa e la politica si nutre di insinuazioni, la questione non è più chi ha ragione.

È che il luogo della democrazia smette di esserlo.

 

La “piccionaia” si riempie solo nelle sedute più esposte mediaticamente, spesso annunciate sui social come spettacolo.

A interessare sembrano le questioni più pruriginose, non i problemi della città. Forse per sfiducia, forse per abitudine: se non si risolve nulla, almeno resta il teatrino.

 

La scelta del sindaco, pur criticabile, diventa così comprensibile. Come comprensibili sono le reazioni dell’opposizione.

Ma comprensibile non significa giusto.

 

Una democrazia può reggere al conflitto. Non all’assenza di responsabilità.

Una responsabilità che va oltre la governabilità: l’amministrazione sarà in aula per interrogazioni e atti deliberativi, e l’aula non è paralizzata, se non per l’assenza del “bersaglio”.

Quello che manca è la responsabilità di essere istituzione, di colmare il vuoto tra forma e sostanza.

 

A Trapani, oggi, il problema non è stabilire chi abbia iniziato.

È capire chi ha intenzione di finire.

 



Native | 21/04/2026
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