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21/04/2026 12:12:00

Trapani, “Cara Giulia” di Gino Cecchettin: il dolore che diventa responsabilità collettiva

 

Giulia aveva 100 desideri da realizzare.
Uno di questi era fare le scale mobili al contrario.
Un desiderio buffo, che diventa metafora di una volontà di sovvertimento del sistema.

 

Così inizia la presentazione del libro di Giulio Cecchettin, “Cara Giulia”, tenutasi lunedì 20 aprile al Teatro Pardo di Trapani, su iniziativa di “Libera, nomi e numeri contro le mafie” e col sostegno del Comune di Trapani, dell’associazione “Carlo Scaduto”, della “Azione Cattolica Parrocchia San Lorenzo” e la collaborazione della libreria “Modus Vivendi” di Fabrizio Piazza.

 

Un teatro strapieno, soprattutto di giovani studenti, ma anche di un pubblico attento e curioso, guidato dal prof. Giuseppe Burgio (Università Kore) in una presentazione difficile che ha avuto il merito di stimolare interventi coraggiosi, veri atti d'amore. 

 

 

Il caso di Giulia Cecchettin

 

Giulia Cecchettin aveva 22 anni e tutta la vita davanti.
Aveva 22 anni quando, l’11 novembre del 2023, viene uccisa con 75 coltellate e il suo corpo è abbandonato in un dirupo vicino al lago di Barcis.

Giulia è l’83esima vittima di un femminicidio solo nel 2023, per il quale è stato condannato all’ergastolo l’ex fidanzato Filippo Turetta.

Una sentenza, quella della Corte d’Assise di Venezia, che dal punto di vista sociale racconta molto più di una semplice decisione giuridica, ma riflette il modo in cui la società italiana interpreta e affronta la violenza di genere. Il riconoscimento della premeditazione, ma allo stesso tempo l’esclusione della crudeltà, ha generato dibattito pubblico. Molti l’hanno percepita come una distanza tra il linguaggio giuridico e il sentire collettivo, ma ha confermato un cambiamento culturale più ampio: il femminicidio non è più letto come un fatto privato, ma come un fenomeno strutturale.

 

 

Il femminicidio

 

In Italia, secondo i dati del Ministero dell’Interno, si registra un femminicidio circa ogni tre giorni.

Non esiste ancora una banca dati unica e pienamente condivisa. La ricostruzione del fenomeno resta frammentata, così come la fattispecie del reato è stata istituita in Italia solo nel dicembre 2025, con la legge 2 dicembre 2025, n. 18.

La parola “femminicidio” non è un’invenzione del momento. È una categoria critica, nata da anni di lotte, attivismo e studi interdisciplinari, e serve a riconoscere un fenomeno sociale strutturale.

Indica una violenza precisa: l’assassinio di una donna per il solo fatto di essere donna. Una donna che vuole esprimersi, vivere la propria libertà, le proprie relazioni, il proprio corpo e i propri desideri. Questo suscita paura e rabbia in chi non è stato educato a riconoscere la propria fragilità, ma la percepisce come una minaccia alla propria identità.

La violenza serve a ristabilire una gerarchia che alcune donne mettono in discussione. È l’espressione di un sistema di potere millenario, in crisi ma ancora radicato nei comportamenti quotidiani.

Il patriarcato non è una parola del passato: è un modo di pensare le relazioni tra i sessi come relazioni di dominio, in cui non è tollerata la libertà e l’autonomia dell’altro. Usare la parola “femminicidio” permette di nominare tutto questo, con un solo termine.

Questi omicidi non sono raptus. Sono spesso preceduti da un crescendo di abusi fisici e psicologici, tentativi di manipolazione, ricatti, stalking, gaslighting.

Proprio mentre le donne raggiungono livelli sempre più alti di autonomia, si moltiplicano le violenze. Anche chi ha accesso a istruzione e indipendenza resta esposta a una violenza che tenta di riportare indietro relazioni e ruoli.

È per questo che spesso proprio le donne più autonome diventano bersaglio: sono i loro “no” a rompere un equilibrio fondato sulla subordinazione.

Un “no” che troppo spesso i giovani non sono abituati a ricevere.

Spesso, infine, le donne e le ragazze che chiedono aiuto non sono credute. I segnali di allarme vengono trascurati, fino agli esiti più drammatici.

 

Un caso che ha sconvolto l’Italia

 

Il femminicidio di Giulia Cecchettin aveva sconvolto l’Italia.

Giulia, col suo basco e il suo sorriso quasi da bambina in una delle ultime foto.

Giulia, una ragazza di famiglia borghese, all’interno della quale suo padre, Gino, aveva trasmesso ai figli che nelle relazioni contano il rispetto e la reciprocità, e che non esiste un maschio alfa da temere o idolatrare.

Filippo, il fidanzato, il ragazzo della porta accanto, apparentemente mite, che le chiese di fermarsi con gli esami, che le controllava il telefono. Che durante il processo disse: “L’ho uccisa perché non voleva più tornare con me”.

La morte di Giulia sconvolse l’Italia, perché mostrò quanto questa violenza possa essere vicina, quotidiana, possibile ovunque.

Ma anche perché Gino ed Elena, il padre e la sorella, hanno fatto qualcosa di raro: hanno trasformato un dolore privato in una questione politica. Si sono smarcati dal ruolo di vittime e hanno assunto su di loro la responsabilità di un cambiamento, anche con l’istituzione della Fondazione “Giulia Cecchettin”.

 

 

“Cara Giulia”

 

Al Teatro Pardo, questo passaggio è stato il cuore della serata. Non solo il racconto di una tragedia, ma la costruzione di una responsabilità collettiva.

Il libro di Gino Cecchettin è uno strumento.

Uno strumento per convivere con un dolore inesauribile e per dargli un senso. Ma anche per dire che Filippo Turetta non è un’eccezione, un mostro, ma parte di una società che deve interrogarsi.

Serve un’educazione sessuale e affettiva capillare. Serve insegnare che l’amore non è possesso. Bisogna finanziare i centri antiviolenza e garantire strumenti concreti a chi chiede aiuto.

Bisogna educare i giovani al rifiuto, alla frustrazione, al limite. Costruire un contesto di parità reale, dentro le famiglie, la scuola, tutte le agenzie educative.

Gino Cecchettin porta questa voce in tutta Italia: scuole, librerie, teatri. Con uno sguardo che si apre al sorriso solo quando parla di Giulia.

Si rivolge agli uomini, chiamandoli a essere parte attiva del cambiamento. A non minimizzare, a non girarsi dall’altra parte.

“Dovremmo essere attivamente coinvolti, sfidando la diffusione di responsabilità, ascoltando le donne, e non girando la testa di fronte ai segnali di violenza anche i più lievi. La nostra azione personale è cruciale per rompere il ciclo e creare una cultura di responsabilità e supporto”, disse ai funerali della figlia e ripete ad ogni presentazione del libro.

Si rivolge ai genitori, affinché si insegni il valore dell’impegno, la capacità di accettare le sconfitte, il rispetto della persona e un’idea di amore libera da possesso.

Si rivolge alla scuola, che ha un ruolo decisivo: insegnare relazioni sane, gestione dei conflitti, rispetto reciproco.

“La prevenzione della violenza di genere inizia nelle famiglie, ma continua nelle aule scolastiche, e dobbiamo assicurarci che le scuole siano luoghi sicuri e inclusivi per tutti”.

Il libro di Cecchettin non è una lettera a sua figlia, ma a tutte le “Giulia” e a tutti i “Filippo”.

Le vittime non possono restare solo numeri, ma i numeri servono a capire e affrontare il fenomeno. I numeri sono prodotti sociali e servono a costruire consapevolezza sulla complessità del fenomeno.

Insieme a quel negazionismo che ancora permane a troppi livelli.

È difficile, perché parole come “stereotipi”, “patriarcato” e “femminismo” mettono a disagio. Perché cambiare significa mettere in discussione abitudini e certezze.

Smontare questo sistema di pensiero, creare un nuovo alfabeto sentimentale, in fondo, è un po' come salire le scale mobili al contrario.

E quando si arriva in fondo, ad accogliere la fatica del cambiamento c’è lei, c’è Giulia.

Eterna ragazza, col suo basco, il suo sorriso ed il sogno di vedere l’aurora boreale.

 

 

@Foto di Anna Franca Lombardo

 



Native | 21/04/2026
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