Il 25 aprile non è una semplice ricorrenza civile, ma il punto in cui la storia italiana prende una direzione consapevole.
"È il nostro 25 Aprile 2026, quando, accanto alla Liberazione, celebriamo la vittoria della Repubblica, la conquista del voto alle donne, la nascita dell’Assemblea Costituente".
In questa formulazione – che attraversa il manifesto e ispira le celebrazioni promosse dall’ANPI nazionale – il senso della data si dilata: la Liberazione non è un evento chiuso, ma l’origine di un processo politico e morale che continua a interrogare il presente.
Non solo la fine del nazifascismo, ma l’avvio di una democrazia fondata su partecipazione, lavoro, diritti e pace, come riconosce la stessa tradizione dell’associazione partigiana che lega direttamente quella stagione alla nascita della Costituzione.
25 aprile 1945
Dal 1925, il fondatore del partito fascista, Benito Mussolini, aveva instaurato una di dittatura in Italia. Da solo al comando, il “Duce” aveva imposto le “Leggi fascistissime”: in pratica nessuno poteva opporsi al regime e nemmeno criticare le decisioni di Mussolini.
Nel 1939, il capo del partito nazista, il tedesco Adolf Hitler, diede inizio alla Seconda Guerra Mondiale: l'anno successivo, il Duce decise di scendere in campo al suo fianco.
Nel 1943 l'Italia si trovò divisa in due: le truppe americane e inglesi cominciarono dal Sud a liberare il Paese dai fascisti e dalle truppe tedesche che avevano occupato il territorio. Al Nord, invece, Mussolini fondò uno Stato, la Repubblica Sociale Italiana, per governare i territori sotto il controllo tedesco.
Ed è soprattutto qui che molti italiani decisero di opporsi a questa occupazione.
I partigiani erano gente comune: contadini, operai, studenti, parroci, persone di ogni tipo che si organizzarono nel movimento di Resistenza agli “invasori”: quegli invasori di cui parla "Bella Ciao" - il canto delle mondine a lavoro - diventata la canzone simbolo di quella lotta e oggi tra le più divisive.
Proprio in questa Italia che dovrebbe essere antifascista per "Costituzione" e non come opzione.
Nel 1945, a metà aprile, i partigiani proclamarono l'insurrezione generale e cominciarono una serie di attacchi per liberare le maggiori città.
I combattimenti proseguirono fino all’inizio di maggio, ma fin dal 1946 la Festa della Liberazione si celebra il 25 aprile, perché coincise con l'ordine del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) di insurrezione generale, che portò alla ritirata nazifascista da Milano e Torino, segnando la fine del regime.
"Il venticinque aprile – sottolinea ANPI nazionale - fu già allora una festa: le persone scesero in piazza e ballarono. Oggi celebriamo quella gioia, ma siamo chiamati anche a difenderla" perché, avverte la presidente dell'associazione, "gli attacchi alla Costituzione sono fortissimi".
Celebrazioni dell'ANPI
Non una ricorrenza rituale, non solo la scampagnata di primavera, ma un appuntamento vivo, calato nell’attualità: la Resistenza come pratica contemporanea contro le guerre, contro il riarmo, per la pace, per la libertà di informazione, per i diritti sociali e civili.
Dentro questo orizzonte, le iniziative dell'ANPI territoriale diffuse tra Trapani, Erice assumono un significato che va oltre la dimensione locale.
Non si tratta semplicemente di un calendario di eventi, ma di una pratica pubblica della memoria.
Il 25 aprile a Trapani, in piazza Martiri d'Ungheria alle 9.30, verrà deposta una corona al monumento alla resistenza, alla presenza anche delle autorità istituzionali.
A Erice, in via Pietro Ermelindo Lungaro alle 11.00, la commemorazione per l'omonimo concittadino, imprigionato in via Tasso ed ucciso alle Fosse Ardeatine nel 1944.
La memoria come testimonianza
È qui che emerge un elemento decisivo, spesso evocato ma non sempre compreso fino in fondo: la memoria come testimonianza.
Testimonianza non è sinonimo di ricordo. Il ricordo può essere individuale, persino passivo.
La testimonianza, invece, implica un passaggio: qualcuno ha visto, vissuto, scelto – e consegna quella esperienza a chi viene dopo.
La memoria della Resistenza, in questo senso, non è un archivio immobile, ma una trasmissione viva, che chiede di essere raccolta e reinterpretata. È ciò che tiene insieme le generazioni, trasformando un fatto storico in un patrimonio civile condiviso.
Non a caso, nelle celebrazioni trapanesi, il richiamo ai caduti e ai partigiani non è mai separato dall’idea di responsabilità presente: la memoria come “collante democratico” tra passato e futuro.
Il manifesto ANPI insiste proprio su questo punto: il 1946, con la Repubblica e il suffragio universale, non è separabile dal 1945.
È la conseguenza diretta di una mobilitazione collettiva che vide protagonisti lavoratori, donne, giovani, intere comunità.
In quella fase si manifestò una qualità della democrazia che oggi appare più fragile: partecipazione diffusa, radicamento sociale, senso di appartenenza. Non è nostalgia, ma misura critica del presente.
Ed è nel presente che la testimonianza diventa esigente. Perché testimoniare significa anche prendere posizione.
L’ANPI, nel suo manifesto e nelle iniziative pubbliche, richiama temi che attraversano il nostro tempo: la guerra, i nazionalismi, la crisi del diritto internazionale.
Questioni controverse, certo, ma coerenti con una tradizione che vede nella pace un principio costitutivo della democrazia, sancito dalla Costituzione stessa.
Le celebrazioni di Trapani, allora, non sono periferiche: sono una declinazione concreta di una domanda generale.
Che cosa resta oggi della Liberazione? Se la memoria si riduce a rito, si consuma.
Se invece si fa testimonianza – cioè passaggio attivo di valori, conflitti, scelte – allora il 25 aprile conserva la sua forza originaria.
È in questa trasformazione, più che nelle parole solenni, che si misura la vitalità della ricorrenza.
La Liberazione non appartiene soltanto a chi l’ha vissuta o ad una parte poltica.
Appartiene a chi è disposto, ancora, a raccoglierne la testimonianza e a tradurla in pratica civile.