La Sicilia che brucia/1. Come ci stiamo preparando alla stagione degli incendi?
Ogni estate la Sicilia brucia. Non è solo una questione di caldo o vento, ma un problema strutturale che si ripete da anni tra incendi dolosi, ritardi e prevenzione fragile. Ogni anno è la stessa storia, e si cerca di capire come arginare il fenomeno. Di capire quali sono gli interessi dietro a roghi devastanti che mandano in fumo ettari di boschi, riserve naturali, macchia mediterranea. In tre puntate cerchiamo di capire come l’isola si sta preparando alla stagione 2026. E di raccontare un caso simbolo, l’incendio di Bosco Scorace, che racconta più di tanti numeri come funziona un incendio e chi (presumibilmente) c’è dietro.
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L’estate non è ancora cominciata, ma in Sicilia si parla già di incendi. Come ogni anno. Temperature in salita, vegetazione secca, vento. Il copione è noto. E altrettanto noto è il finale: migliaia di ettari bruciati, territori devastati, comunità in allarme. Con una costante che si ripete: il fuoco, quasi sempre, non parte da solo. Il 2026 si apre con una promessa. Fare meglio. Il governo guidato da Renato Schifani punta a rafforzare il sistema antincendio, mettendo insieme uomini, mezzi e tecnologia. Ma la domanda resta sospesa: basterà?
I numeri di un’emergenza che non finisce A raccontare la dimensione del problema sono i dati. Nel 2025 la Sicilia è stata la regione italiana più colpita dagli incendi. Secondo le rilevazioni dell’European Forest Fire Information System e dell’Ispra, sull’isola sono andati in fumo circa 480 chilometri quadrati di territorio. Di questi, 37 chilometri quadrati erano ecosistemi forestali: boschi di leccio, sugherete, macchia mediterranea, foreste di conifere. Un record negativo a livello nazionale. Il bilancio complessivo parla di una stagione segnata da centinaia di roghi e da una perdita significativa di biodiversità, con effetti che non si limitano al paesaggio ma incidono anche sul clima e sull’economia dei territori. Il 2026, per ora, sembra partire con numeri più contenuti. Nei primi mesi dell’anno sono andati bruciati poco meno di cento ettari tra Palermo e Messina. Un dato che risente di un inverno più piovoso, ma che non consente di abbassare la guardia. Il vero banco di prova deve ancora arrivare.
Incendi dolosi, una costante C’è un elemento che attraversa tutte le stagioni degli incendi in Sicilia. È il sospetto, spesso confermato, che dietro le fiamme ci sia la mano dell’uomo. Roghi dolosi e incendi causati da incuria rappresentano la principale origine delle devastazioni. Un fenomeno che da anni alimenta interrogativi e sospetti: interessi economici, gestione dei pascoli, vendette locali, criminalità. Le ipotesi sono molte. Le certezze, poche. Ed è proprio su questo terreno che si misura la capacità delle istituzioni di prevenire e intervenire.
Il piano antincendio 2026 Nei giorni scorsi la giunta regionale ha approvato l’aggiornamento del piano antincendio boschivo. Un documento che prova a tenere insieme continuità e innovazione. Il sistema si regge ancora, in larga parte, sul lavoro degli operai forestali. Nel 2026 saranno 14.212 gli addetti impegnati nelle attività di prevenzione e spegnimento. Tra questi, 1320 a tempo indeterminato e oltre 12 mila stagionali, con un aumento delle giornate lavorative deciso alla fine del 2025. Saranno loro a occuparsi della manutenzione dei boschi, della realizzazione dei viali parafuoco e delle operazioni di spegnimento da terra. Le attività partiranno tra la metà di aprile e l’inizio dell’estate.
Mezzi e interventi dal cielo Accanto al lavoro a terra, resta fondamentale il supporto dei mezzi aerei. Il sistema prevede l’impiego di dieci elicotteri, con una presenza modulata durante l’anno e un rafforzamento nei mesi più critici. A questi si aggiungono, quando necessario, i Canadair della Protezione civile nazionale. Un dispositivo indispensabile quando gli incendi si estendono rapidamente e sfuggono al controllo.
La scommessa della tecnologia La vera novità del 2026 è il tentativo di anticipare gli incendi, non solo inseguirli. Il progetto “Sicily Cyber Security” punta a integrare i dati tra Corpo forestale e Protezione civile attraverso una piattaforma digitale unica. L’obiettivo è migliorare il coordinamento e velocizzare gli interventi. A questo si aggiungono termocamere, sensori ambientali, analisi satellitari e droni. Il piano prevede l’installazione di dodici torrette di avvistamento e circa seimila sensori in aree considerate più a rischio. Una rete tecnologica che dovrebbe consentire di individuare i focolai sul nascere. Se funzionerà, potrà fare la differenza. Se non funzionerà, resterà l’ennesima promessa.
Il punto debole: i Comuni Se la Regione prova a rafforzare il sistema, una parte della macchina continua a mostrare criticità evidenti. La legge impone ai Comuni di aggiornare ogni anno il catasto delle aree percorse dal fuoco, per impedire speculazioni e cambi di destinazione d’uso. Ma in Sicilia questo obbligo viene spesso disatteso. Nel 2026 sono 142 i Comuni commissariati per non aver aggiornato il catasto incendi. Più di un terzo del totale. Un dato che racconta difficoltà strutturali e che rende più fragile l’intero sistema di prevenzione.
Bosco Scorace, il caso simbolo Poi ci sono gli incendi che segnano un’estate. Tra i più gravi del 2025 c’è quello che ha colpito la zona di Bosco Scorace, nel Trapanese. Un rogo che ha interessato 83 ettari tra terreni coltivati e aree incolte, distruggendo vegetazione e lasciando dietro di sé un paesaggio annerito. Solo grazie agli interventi di spegnimento e a condizioni favorevoli il cuore della riserva è rimasto indenne. Fin da subito, però, una cosa è apparsa chiara: non si è trattato di un incendio naturale.
Una storia che va oltre il fuoco Chi ha appiccato quel rogo? È una domanda che in Sicilia torna ogni estate e spesso resta senza risposta. Ma nel caso di Bosco Scorace qualcosa è diverso. C’è un’indagine. C’è stata una persona arrestata (poi rilasciata). E’ un forestale. E c’è una vicenda che apre uno squarcio su quello che accade prima e dopo le fiamme.
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