Trapani, scontro Tranchida-Mazzeo: neanche più allo stesso banco
C’è stato un tempo in cui Giacomo Tranchida e Alberto Mazzeo sedevano vicini.
Non solo fisicamente, tra i banchi del Consiglio comunale, ma politicamente. Condividevano voti, equilibri, decisioni. Una maggioranza, con tutte le sue fragilità, ma pur sempre una maggioranza.
A Trapani oggi, quel tempo sembra lontano. Più che una crisi politica, somiglia alla fine di una storia: di quelle che non si chiudono mai davvero, ma si trascinano tra recriminazioni, silenzi e frecciate.
C’eravamo tanto amati, appunto.
E come in tutte le storie che finiscono male, nessuno vuole essere il primo a dirlo chiaramente e rimanda all'altro la responsabilità.
Ma c’è un punto oltre il quale il conflitto politico, così come nelle relazioni, smette di essere fisiologico e diventa tossico.
A Trapani, quel punto sembra superato da tempo. Lo dimostrano le ultime sedute del Consiglio comunale, segnate da tensioni crescenti, scontri personali e da un clima che ha progressivamente svuotato il confronto politico.
E la scelta del sindaco Giacomo Tranchida di limitare la propria presenza in aula — partecipando solo per riferire sugli atti di indirizzo o per le votazioni più rilevanti — è il segnale più evidente di una frattura ormai profonda.
È una scelta discutibile, ma non incomprensibile. Perché è altrettanto evidente che il livello dello scontro in Consiglio comunale ha superato i confini del confronto politico, scivolando troppo spesso nel terreno delle offese personali, delle insinuazioni, di polemiche costruite su hotel e gossip di quart’ordine.
Un clima in cui l’amministrazione, per regolamento, non ha neppure piena possibilità di intervenire per difendersi.
In queste condizioni, la tentazione di sottrarsi è umanamente e politicamente leggibile.
E tuttavia, comprensibile non significa giustificabile.
Perché un’amministrazione ha un dovere preciso: non tradire il mandato ricevuto dagli elettori e garantire il corretto funzionamento delle istituzioni. I
Il Consiglio comunale non è un’arena facoltativa, ma il luogo centrale della dialettica democratica, dell’indirizzo politico e del controllo sull’azione di governo. Disertarlo, anche solo parzialmente, significa indebolire quel principio.
Il problema, però, è che questa crisi non nasce dall’assenza del sindaco. Nasce molto prima. Nasce da una politica che evoca continuamente la sfiducia, ma non è in grado di praticarla.
Il caso di Alberto Mazzeo è emblematico.
Eletto presidente del Consiglio comunale con i voti della maggioranza e per mesi figura interna agli equilibri dell’amministrazione, Mazzeo è diventato progressivamente sempre più critico, fino a collocarsi oggi in una posizione di rottura politica.
Il Partito Democratico ne chiede le dimissioni, sostenendo che sia stato eletto con i voti della maggioranza e che, una volta uscito da quell’area, dovrebbe lasciare l’incarico.
È una posizione politicamente leggibile, ma istituzionalmente forzata. Il presidente del Consiglio, per definizione, è una figura terza, non vincolata a una maggioranza politica.
Se davvero si ritiene che non sia più adeguato al ruolo, lo strumento esiste ed è chiaro: la mozione di sfiducia. Ma quella mozione, semplicemente, non ha i numeri per passare.
Specularmente, l’opposizione attacca il sindaco, ne chiede le dimissioni, ne contesta la tenuta politica. Ma anche qui, la realtà è più semplice delle dichiarazioni: senza i numeri per una sfiducia, quella richiesta resta solo un atto politico, non una soluzione.
E allora la politica si rifugia nel terreno più comodo: il logoramento.
L’opposizione lavora ai fianchi di Tranchida, moltiplica interrogazioni, pressioni, attacchi, nella speranza di indebolirlo nel tempo. Un’azione che può diventare ancora più incisiva se trova, in aula, una presidenza più o meno compiacente.
Ma resta una strategia indiretta, che non risolve il nodo.
Perché la domanda vera, quella che nessuno pronuncia fino in fondo, è un’altra: i consiglieri sono davvero pronti a votare una sfiducia?
La risposta, con ogni probabilità, è no. Per molti significherebbe interrompere un mandato prima della sua naturale scadenza, uscire di scena, sparire dal radar politico fino al 2027. Per altri, il costo non sarebbe solo politico ma anche personale: il gettone di presenza rappresenta una voce concreta, talvolta già vincolata da pignoramenti e da impegni importanti.
Un elemento poco nobile, forse, ma reale abbastanza da incidere sulle scelte.
E così si consolida un equilibrio paradossale: nessuno ha davvero interesse a far cadere il sistema, ma tutti contribuiscono a renderlo instabile.
In questo quadro, la decisione del sindaco di ridurre la presenza in aula appare come una risposta politica a un sistema bloccato.
Ma resta una risposta parziale, che rischia di aggravare il problema invece di risolverlo. Perché una democrazia può reggere anche a maggioranze fragili, a conflitti duri, perfino a crisi politiche aperte. Quello che non può reggere è una sospensione permanente della responsabilità.
A Trapani oggi non manca la sfiducia. Manca il coraggio di trasformarla in una decisione.
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