Frana di Niscemi, indagati quattro presidenti della Regione: trent’anni di omissioni sotto inchiesta
C’è un’intera storia amministrativa, lunga quasi trent’anni, sotto la lente della Procura di Gela. E in quella storia, ora, compaiono anche quattro presidenti della Regione Siciliana. Sono tra i 13 indagati nell’inchiesta sulla devastante frana che il 25 gennaio scorso ha sconvolto Niscemi.
L’ipotesi di reato è pesante: disastro colposo e danneggiamento a seguito di frana. Ma il cuore dell’indagine è una domanda semplice e durissima: «Ci sono state inadempienze tra il 1997 e il 2026?».
Quattro governatori tra gli indagati
Nel registro degli indagati sono finiti gli ultimi quattro presidenti della Regione: Raffaele Lombardo, Rosario Crocetta, Nello Musumeci e Renato Schifani. Con loro anche i vertici della Protezione civile regionale che si sono succeduti negli anni – Pietro Lo Monaco, Calogero Foti, Vincenzo Falgares e l’attuale Salvo Cocina – oltre ai soggetti attuatori dei piani contro il dissesto idrogeologico.
Secondo la Procura, avrebbero avuto ruoli e responsabilità in una lunga catena di decisioni mancate, ritardi e interventi mai realizzati.
Trent’anni senza interventi
L’indagine, coordinata dal procuratore Salvatore Vella, ha ricostruito tre decenni di atti, progetti e finanziamenti rimasti sulla carta.
Tutto parte dal 1997, anno della prima grande frana. Furono abbattute alcune abitazioni, ma da allora – secondo gli inquirenti – non sarebbe stato fatto nulla di concreto per mettere in sicurezza l’area. Nemmeno dopo un nuovo smottamento nel 2019, che portò alla chiusura di una delle principali strade di accesso al paese.
Eppure i progetti c’erano. I fondi anche. Già nel 1999 era stato firmato un appalto da circa 12 milioni di euro per interventi di mitigazione del rischio. Ma quei lavori non sono mai partiti. Il contratto si è risolto nel 2010 senza risultati.
L’ultimo atto amministrativo risale ad appena un anno fa: un progetto da 14 milioni per il consolidamento del torrente Bonifazio. Anche questo, però, mai realizzato.
Una frana enorme
La frana del gennaio scorso ha avuto dimensioni impressionanti: circa 350 milioni di metri cubi di terreno in movimento, una massa addirittura superiore a quella del Vajont. Per fortuna, a Niscemi non ci sono state vittime.
Ma i danni sono stati enormi. Case trascinate a valle, altre rimaste sospese nel vuoto, oltre 1.500 sfollati (oggi circa 900). Un fronte lungo quattro chilometri e una “zona rossa” destinata a restare tale per sempre: chi ha lasciato la propria casa non potrà più tornarci.
Tre filoni d’indagine
L’inchiesta si articola in tre fasi. La prima, già definita, riguarda proprio la mancata realizzazione delle opere di contenimento e la gestione dei sistemi di monitoraggio.
La seconda si concentrerà sulla mancata regimentazione delle acque, ritenuta una delle cause principali dell’innesco della frana.
La terza fase, ancora agli inizi, punterà sulla gestione della zona rossa: mancati sgomberi, demolizioni mai effettuate, nuove costruzioni autorizzate in aree ad altissimo rischio.
Un’indagine destinata ad allargarsi
Il lavoro dei magistrati è ancora in corso. E l’elenco degli indagati potrebbe allungarsi.
Perché quella di Niscemi non è solo la storia di una frana. È, per la Procura, il possibile risultato di decenni di ritardi, omissioni e scelte mai compiute. Una tragedia senza vittime, ma con un prezzo altissimo pagato da centinaia di famiglie e da un intero territorio.
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