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14/04/2026 13:41:00

Trapani sotto scacco: la politica litiga, il consiglio resta fermo

“Una città sotto scacco”. Non è solo una frase ad effetto quella pronunciata dal sindaco Giacomo Tranchida durante il consiglio comunale di lunedì 13 aprile. 

È la sintesi di una seduta lunga oltre cinque ore, densa di accuse, tensioni e fratture politiche che, però, non ha prodotto alcun atto concreto.

Un paradosso che racconta più di tante dichiarazioni: la politica discute, si scontra, si accusa. Ma non decide.

 

La seduta: alte tensioni, zero decisioni

 

Il consiglio comunale si apre in un clima già incandescente. L’aula è insolitamente partecipata, con la presenza di cittadini ed esponenti politici riconducibili all’area di Fratelli d’Italia e vicini all’imprenditore romano Valerio Antonini. L’attesa è quella delle “rivelazioni”, delle “magagne” annunciate nei giorni precedenti.

Ma, alla prova dei fatti, il dibattito si consuma nel consueto rimpallo di responsabilità.

È il segno di una dinamica già emersa nei giorni scorsi: la crisi tra il sindaco e il presidente del consiglio comunale Alberto Mazzeo non è più sotterranea, ma pubblica e strutturale. Uno scontro che, come già evidenziato, va oltre i rapporti personali e investe gli equilibri stessi della maggioranza .

 

 

La frattura politica: Tranchida contro Mazzeo

 

Il punto più evidente della seduta è proprio questo: la maggioranza non è più una maggioranza.

Il Partito Democratico lo mette nero su bianco, forse inconsapevolmente. 

La capogruppo Monica Desideri interviene con una comunicazione durissima: chiede le dimissioni di Mazzeo, ricordando che è stato eletto anche con i voti della coalizione di governo e che ha sostenuto il programma del sindaco, anche da assessore al Bilancio.

Per i dem, il suo è un cambio di posizione ormai evidente, maturato tra tensioni istituzionali e comportamenti contestati in aula. Da qui l’invito alla “coerenza”: dimettersi oppure assumere apertamente un ruolo di opposizione, fino a promuovere una mozione di sfiducia al sindaco.

 

Dall’altro lato, l’opposizione ribalta il ragionamento: se Mazzeo passa all’opposizione, sostengono, allora dovrebbe dimettersi il sindaco, eletto anche grazie ai voti della lista “Trapani Tua” a lui riconducibile.

Due richieste speculari. E, allo stesso tempo, entrambe politicamente impraticabili: perché il presidente del consiglio comunale ricopre un ruolo di terzietà e rappresenta tutto il consiglio; e perché per legge i consiglieri non hanno vincolo di mandato. Altrimenti detto, possono “cambiare casacca” quando ritengono opportuno. 

In entrambi i casi, l’unica strada è la mozione di sfiducia. 

Ma il nodo vero è che nessuno ha i numeri.
Né per sfiduciare il presidente del consiglio, né per sfiduciare il sindaco.

È una crisi senza sbocco, che resta sospesa e alimenta lo stallo.


Il Sindaco: "Trapani è parte lesa"

 

Nel suo intervento, Tranchida alza ulteriormente il livello dello scontro.

“Trapani è parte lesa, perché sotto scacco”, dice. E parla apertamente di minacce e tentativi di condizionamento dei corpi politici e amministrativi, evocando la presenza di complicità anche dentro l’aula.

Poi affonda, “Trapani non è una lavanderia” e non si intende tornare indietro negli anni a quando la città era ostaggio dei cosiddetti poteri forti. 

 


“Alle serpi occorre schiacciare la testa”

 

Il sindaco torna sulla querelle con Mazzeo: “Alle serpi occorre schiacciare la testa”. 

Nessun accordo è stato sottoscritto dalla coalizione e dalla maggioranza con Mazzeo: che non è stato, non è e mai sarà il riferente politico della maggioranza con “Trapani Tua”. Altri sono gli interlocutori, che sanno perfettamente che i patti di lealtà vanno rispettati. Quello di Tranchida sembra un monito. 

In effetti, la storia racconta che la lista “Trapani Tua” sia una creatura di Fabio Bongiovanni, nata già nel 2017 ai tempi della candidatura di Mimmo Fazio.

Di fatto, Bongiovanni è oggi lontano da Trapani per lavoro da diverso tempo e, quindi, la rappresentanza resti in capo agli eletti – rimasti - non essendoci una struttura organizzativa interna. 

È la conferma di un dato già emerso: il rapporto tra amministrazione e pezzi della sua stessa maggioranza è ormai logorato. 

 

"La morale è solo un fatto estetico"

 

“Ho preso posizione con chiarezza su una vicenda che, più che politica, appare sempre più come un’operazione di convenienza”, ha dichiarato il consigliere Maurizio Miceli, intervenendo sulla richiesta di dimissioni del presidente del Consiglio Alberto Mazzeo.

Miceli ha difeso il ruolo istituzionale del presidente: “Non è un bersaglio da colpire quando gli equilibri interni alla maggioranza scricchiolano: è un garante, e come tale va rispettato”.

E ha aggiunto, con una citazione di Friedrich Nietzsche: “Spesso la morale è solo un fatto estetico. Se schiacci uno scarafaggio nessuno si scandalizza, ma se tocchi una farfalla diventi un mostro”. Un modo per denunciare — secondo il consigliere — giudizi costruiti più sulla convenienza che sui fatti.

Nel suo intervento, Miceli ha parlato apertamente di una maggioranza fragile, definendola “una cozzaglia elettorale” nata per sostenere un candidato già allora in calo di consenso. E ha accusato parte dell’aula di voler costruire oggi un caso politico, individuando un capro espiatorio per coprire divisioni interne sempre più evidenti.

Parole che non fanno altro che confermare il clima: una politica concentrata su se stessa, mentre fuori resta tutto fermo.

 

 

Il caso Antonini

 

Il passaggio più grave arriva durante l’intervento del consigliere di opposizione Salvatore Fileccia.

Qui il livello dello scontro cambia.

Fileccia sostiene che Tranchida avrebbe vinto le elezioni grazie alla visibilità garantita da Valerio Antonini. E fa riferimento anche a una presunta richiesta del sindaco all’imprenditore di anticipare l’acquisto di pompe antincendio per il Pala Daidone, con la prospettiva di recuperare le somme attraverso un affidamento futuro, quando il bando per la convenzione non era stato ancora reso pubblico. 

Ma anche i rapporti personali: l’invito al matrimonio, visite a casa, rapporti familiari.

Dichiarazioni pesanti, tutte da verificare, che introducono però un elemento ulteriore nel dibattito politico: il sospetto di un intreccio tra consenso elettorale e interessi privati. In che modo Tranchida avrebbe vinto “grazie ad Antonini”? 

Un tema che si lega direttamente alle parole pronunciate nei giorni scorsi dallo stesso Tranchida, che aveva indicato in Antonini il possibile “mandante” della crisi politica .

Il risultato è un’ombra che si allunga sull’intero sistema politico cittadino.

 

 

Un'aula paralizzata

 

Nel frattempo, la seduta scivola verso un affastellamento di temi e questioni.

Il sindaco annuncia che lui e la giunta non parteciperanno più a consigli in cui non sarà possibile intervenire direttamente per difendersi. Alcuni consiglieri di maggioranza si rifiutano di fare gli scrutatori, in un evidente atto di ostruzionismo. E sullo sfondo resta la questione della conduzione dell’aula e della neutralità del presidente Mazzeo.

Il dato finale è semplice e, allo stesso tempo, allarmante: cinque ore e mezza di consiglio, nessun atto approvato, nessun provvedimento discusso.

 

Il punto politico

 

Quella andata in scena non è solo una seduta tesa. È la fotografia di una crisi politica bloccata. La maggioranza si è sfilacciata, ma l’opposizione non ha i numeri per sfiduciare l’amministrazione. E chissà se ne avrebbe davvero il coraggio, visto che parte dei consiglieri rischierebbe di sparire politicamente. Le accuse reciproche alzano il livello dello scontro, ma nessuno è in grado di chiudere la partita .

 

È una condizione già evidente: una maggioranza che esiste formalmente, ma non più politicamente ed un’opposizione che è il suo esatto contrario. 

Non è solo un’immagine efficace. È una sintesi politica.

Perché mentre la politica si divide — tra accuse, sospetti e strategie che sembrano guardare già oltre l’oggi — la città resta ferma. E questa è la vera notizia, quella che riguarda i cittadini molto più degli equilibri di palazzo.

Restano sospesi i dossier più urgenti: l’acqua che non arriva, o arriva male; i servizi che si inceppano; le manutenzioni rinviate; i progetti finanziati che rischiano di rallentare proprio mentre dovrebbero entrare nella fase decisiva.


Restano senza risposta le segnalazioni che arrivano dall’aula, che dovrebbero essere il punto di contatto tra istituzioni e città reale.
E si allontana, giorno dopo giorno, la possibilità di decisioni rapide su bilanci e programmazione — cioè sulle scelte che determinano il futuro concreto di Trapani.

 

Il rischio, allora, non è solo politico. È amministrativo, quotidiano, tangibile.

Una città può sopportare lo scontro. Fa parte della democrazia.
Non può sopportare l’immobilismo.

Perché lo scontro, se è vero, produce chiarimento.
L’immobilismo, invece, consuma lentamente tutto: fiducia, tempo, opportunità.

E allora sì, Trapani è sotto scacco.

Ma non per un attacco esterno.
Non per un’emergenza imprevedibile.

Perché la sua classe dirigente, oggi, non riesce più a governare nemmeno se stessa.

Ed è questo, più di ogni altra cosa, il punto politico da cui non si può più sfuggire.