«Le produzioni devono essere di particolare rilievo e interesse culturale per l'Italia». Inizia così, con la fredda precisione del linguaggio burocratico, il bando del Ministero della Cultura che assegna i contributi selettivi per il cinema. Una frase che, letta oggi, assume i contorni di un verdetto politico brutale: dunque, la storia di Giulio Regeni non sarebbe di interesse nazionale. Secondo la commissione del governo Meloni, un documentario come Giulio Regeni: tutto il male del mondo, che ricostruisce il martirio di un cittadino italiano e la battaglia di civiltà della sua famiglia, non merita il sostegno pubblico.
È un’esclusione che rasenta l’orrore, al di là dei tecnicismi complessi che assegnano punteggi in base a sette diversi parametri. Eppure, è proprio tra le pieghe di quei numeri che si nasconde la condanna. Ciascuno di questi criteri – che spaziano dalla qualità artistica alla valutazione del regista, dalla solidità del produttore al potenziale di mercato, fino alla qualità tecnica del cast e alle ricadute economiche – concorre a formare il punteggio finale di 100 punti. Ed è qui che si gioca la bocciatura politica mascherata da tecnica. Il documentario è risultato il primo tra gli esclusi, fermandosi a un soffio dalla soglia minima; ma non è il solo escluso nonostante il valore.
Viene da chiedersi come sia possibile aver ottenuto punteggi estremamente bassi proprio nei parametri cruciali: la qualità artistica, il valore culturale e l'originalità del soggetto. Questa graduatoria, a differenza di altre, è l'unica valutata da una commissione in carne e ossa. Ora, le opzioni sono due: o il documentario è fatto male, o qualcuno ha fatto male a farlo. A ogni modo, l’opera esiste già e si può vedere; saranno gli spettatori a giudicare. Ma il punto è un altro.
Giulio era un ricercatore d’eccellenza che studiava le discriminazioni salariali e il ruolo dei sindacati indipendenti: temi scomodi per ogni regime. Rappresentava quell'impegno civile e quel rigore intellettuale che raramente vengono riconosciuti ai giovani in questo Paese, trattati spesso come spettatori e mai come protagonisti del cambiamento. Quando ci è stato restituito, il suo corpo era una mappa del dolore. Sua madre, Paola, ha avuto il coraggio di dirlo al mondo: ha riconosciuto suo figlio solo dal dettaglio della punta del naso, talmente era stato massacrato dalla tortura.
Su questa vicenda in passato abbiamo assistito a governi deboli, prigionieri di una ragione di Stato deplorevole che metteva le commesse di armi e le fregate militari davanti alla giustizia; oggi, però, il salto di qualità è ancora più aberrante. Non c’è solo la sudditanza economica verso il regime di al-Sisi; c’è il sospetto che vi sia la volontà attiva di ostacolare la memoria. Negare fondi a un’opera che racconta Giulio significa ucciderlo una seconda volta, in un ufficio ministeriale, nel silenzio del pallottoliere della burocrazia.
Non meno ridicola e ambigua è la difesa d’ufficio del ministro Giuli, che si è affrettato a rifugiarsi dietro il paravento di una commissione definita indipendente, arrivando persino a dirsi sconcertato per questa esclusione. Eppure, quei quindici saggi della Commissione, nominati o riconfermati proprio da lui, non sono entità neutre. In un meccanismo dove il decisore politico sceglie i propri giudici, non serve un ordine diretto: si selezionano profili che sappiano già come tradurre l'ideologia in burocrazia. Il fatto che figure dal profilo indiscutibile come Paolo Mereghetti e Massimo Galimberti abbiano rassegnato le dimissioni per protesta, pur non essendo direttamente coinvolti in quella specifica commissione, è la prova definitiva del naufragio. Quando i tecnici dotati di schiena dritta se ne vanno per non avallare certe derive, diventa palese che siamo di fronte a un atto di censura mascherata.
Mentre il governo si riempie la bocca di identità nazionale, fatica poi a onorare chi quella identità l’ha nobilitata. E allora viene da chiedersi, sommessamente: ma qualche esponente di questo governo ce l’ha un figlio o una figlia, un parente che studia all’estero? E se capitasse a loro una simile tragedia? Aveva ragione mia nonna quando diceva: tagghia ca chi sangu nesci.
Dovremmo sentire come figli nostri tutti quei ragazzi che si battono per un mondo più giusto! E invece, il messaggio che viene inviato loro è agghiacciante: impegnatevi pure per migliorare la qualità della vita degli esseri umani, ma sappiate che, se dovessero restituirci il vostro corpo massacrato e torturato, il vostro Paese non solo non vi aiuterà a ottenere giustizia, ma farà di tutto per spegnere la luce sulla vostra storia. Il lavoro sporco lo farà fare alla burocrazia: ai parametri e ai punteggi, mettendo sullo stesso piano del giudizio produzioni che hanno tutto il diritto di esistere, ma non certo quello di competere con la storia di Giulio Regeni. Il degrado non è più solo politico. È un’emorragia di umanità che ci riguarda tutti.
Consigli per la lettura: Giulio fa cose di Paola e Claudio Regeni (Feltrinelli)
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