Trapani, linguaggio e responsabilità: Cathy La Torre incanta la Fardelliana
Una sala gremita della Biblioteca Fardelliana ha accolto Cathy La Torre, protagonista di un incontro intenso e partecipato nell’ambito dell’ottava edizione del festival Trapanincontra, dedicata quest’anno al tema “Ricostruire – La cura delle parole”.
Avvocata e attivista di origine castellammarese, ha studiato a Bologna. Nel 2008 ha fondato il Centro Europeo di Studi sulla Discriminazione ed è stata vicepresidente del Movimento Identità Trans. Nel 2013 ha fondato la rete di avvocati e attivisti Gaylex e nel 2019 è stata premiata come miglior avvocato pro-bono d’Europa. Ha fondato e dirige lo studio legale Wildside – Human First che si occupa di diritti civili e di diritti nel mondo del digitale. Nota al grande pubblico dei social anche come “Avvocathy” è tornata nella sua terra di origine per presentare il suo ultimo libro, "Non si può più dire niente. Manuale di sopravvivenza tra politicamente corretto e linguaggio inclusivo" (ROI Edizioni).
Sin dalle prime battute, l’autrice ha catturato l’attenzione del pubblico con una riflessione diretta: "Siamo davvero meno liberi di parlare, o semplicemente più responsabili di quello che diciamo?". Una domanda a cui ha risposto senza esitazioni: entrambe le cose.
Ma è stato soprattutto il tema del valore delle parole a emergere con forza nel corso del dialogo.
Il linguaggio, ha sottolineato La Torre, non è mai neutro: ogni parola porta con sé un peso, una storia e un impatto reale sulle persone. In questo senso, parlare significa agire.
Un concetto ben noto anche alla filosofia del linguaggio, secondo cui le parole non si limitano a descrivere la realtà, ma contribuiscono a costruirla.
Nel contesto contemporaneo, dominato dai social network, questa consapevolezza diventa ancora più urgente. Un commento offensivo può diffondersi rapidamente, generando conseguenze concrete, anche sul piano legale, oltre che relazionale. Le parole, dunque, possono ferire, escludere, ma anche includere e creare connessioni.
Ampio spazio è stato dedicato al tema del linguaggio inclusivo, spesso al centro di polemiche. L’autrice ha chiarito come non si tratti di una forma di censura, ma di un esercizio di consapevolezza.
Non è questione di dire meno, ma di dire meglio, scegliendo parole che rispettino e rappresentino tutte le persone.
Il linguaggio inclusivo, infatti, nasce dall’esigenza di evitare stereotipi ed esclusioni: dall’uso del maschile sovraesteso alle espressioni legate all’identità di genere, dall’attenzione verso le persone con disabilità fino al rispetto delle differenze culturali.
Non esistono formule rigide, ma un percorso in continua evoluzione che riflette i cambiamenti della società.
Tra i passaggi più significativi, l’invito a un semplice esercizio di empatia: chiedersi, prima di parlare o scrivere, se quelle stesse parole, rivolte a noi, farebbero male. "Un filtro che ci salva molte volte dallo scivolare sulla buccia di banana", ha spiegato, evidenziando come il linguaggio possa influire profondamente sulle relazioni personali e professionali.
Essere consapevoli delle parole significa assumersi una responsabilità. Non si tratta di evitare ogni errore, ma di essere disposti ad ascoltare, correggersi e migliorare. In questo senso, il linguaggio diventa anche uno spazio di cittadinanza: uno strumento attraverso cui si costruisce il dibattito pubblico e si definisce chi ha voce e chi resta ai margini.
I temi del linguaggio inclusivo, dell’educazione alle parole e dei diritti civili – centrali nell’impegno quotidiano dell’autrice – hanno trovato nella Fardelliana un terreno fertile di confronto, confermando la vocazione del festival a promuovere una cultura partecipata e consapevole.
All’incontro hanno preso parte anche il sindaco di Trapani, Giacomo Tranchida, e l’assessore alla Cultura Rosalia d'Alì.
La rassegna TrapanIncontra, curata dal giornalista e scrittore Giacomo Pilati e promossa dal Comune di Trapani insieme alla Biblioteca Fardelliana, si inserisce nella Rete dei Festival Letterari della provincia, di cui fa parte anche il sistema bibliotecario BiblioTP.
Un appuntamento che ha ribadito, ancora una volta, come le parole non siano mai neutre, ma strumenti vivi, capaci di costruire – o incrinare – il tessuto sociale.
La responsabilità delle parole nell'inclusione risiede nel loro potere di plasmare la realtà, influenzando comportamenti e percezioni sociali. Usare un linguaggio consapevole e non discriminatorio è un dovere etico che contrasta stereotipi e marginalizzazioni, promuovendo accoglienza e pari dignità per ogni identità,
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