Gibellina Capitale e Fondazione Orestiadi: “Il progetto di Corrao va oltre le istituzioni”
Caro Direttore,
Ho letto con attenzione l’intervista a Calogero Pumilia su Gibellina Capitale italiana dell’arte contemporanea pubblicata sulla tua testata lo scorso 31 marzo.
Alcune questioni sollevate meritano attenzione.
Tra queste, il rapporto tra la Fondazione Orestiadi e gli eredi di Ludovico Corrao.
Non mi pare uno scandalo che oggi, in presenza di risorse, si possa immaginare una forma di riconoscimento nei loro confronti. Corrao, infatti, non ha lasciato agli eredi un patrimonio significativo: aveva già conferito alla Fondazione il proprio patrimonio artistico come capitale e, negli anni, ha destinato gran parte delle proprie risorse personali al suo funzionamento, contribuendo direttamente a sostenerne le spese.
Questo dato apre però una domanda più ampia: quanto è stata lineare, nel tempo, la gestione economica e culturale della Fondazione?
Non tutte le scelte restituiscono un andamento coerente, ed è difficile separare il presente da una ricostruzione completa di quella storia.
Un dato, allora, va ricordato.
Le Orestiadi di Gibellina nascono nel 1983, ben prima della Fondazione, per iniziativa di Corrao e grazie al coinvolgimento diretto di una parte significativa della comunità, insieme al supporto della macchina comunale dell’epoca.
La Fondazione arriva quasi un decennio dopo, con l’obiettivo di dare stabilità a quell’esperienza, sottraendola alla gestione diretta del Comune e garantendone la continuità al di fuori delle dinamiche elettorali, come accadrà nel 1994, quando Corrao perderà le elezioni comunali.
Il rapporto è dunque inverso rispetto a come oggi viene raccontato: non sono le Orestiadi a nascere dalla Fondazione, ma la Fondazione a nascere da quell’esperienza — in un quadro che da anni appare profondamente mutato negli assetti di governance, nelle scelte culturali e nelle relazioni esterne, talvolta segnate da equilibri non sempre trasparenti e da una progressiva erosione dell’immagine e del nome Orestiadi, il cui utilizzo in chiave commerciale può generare confusione e ambiguità.
Questo passaggio non è secondario.
Restituisce a quella stagione il suo carattere originario: una visione individuale, nitida — quella di Corrao — che ha preso corpo attraverso il lavoro e la partecipazione di molti, anche a fronte della miope contrarietà di una parte politica che allora la avversava e che oggi, ancora al potere, sembra averla solo apparentemente assorbita.
È su questo sfondo che sorprende la sicurezza con cui Pumilia attribuisce alla Fondazione — e a sé — un ruolo pressoché esclusivo nel riconoscimento di Gibellina come Capitale dell’arte contemporanea.
Il riconoscimento, com’è noto, nasce da un progetto formalmente presentato dal Comune: una genesi più articolata, non riconducibile a un solo soggetto.
Se si guarda alla traiettoria della Fondazione negli ultimi anni, il quadro appare meno lineare.
Si ha piuttosto l’impressione di una perdita di tensione rispetto alla visione originaria.
Il Museo delle Trame Mediterranee, e la sua sede — il Baglio Di Stefano — restituiscono oggi un’immagine discontinua, in cui si fatica a riconoscere una direzione chiara — così come, per molti versi, accade da tempo anche per le Orestiadi.
Qui il punto non sono le singole responsabilità, ma il modo in cui questa esperienza si è trasformata nel tempo.
In assenza di un rilancio culturale riconoscibile anche oltre un ambito locale, diventa difficile sostenere che il prestigio attuale della Fondazione sia stato il fattore determinante di quel riconoscimento.
Il punto è un altro.
Il riconoscimento di Gibellina come Capitale dell’arte contemporanea nasce da una storia più complessa, che ha continuato a produrre senso anche oltre le sue istituzioni.
Gibellina ha vinto perché il progetto di Corrao è rimasto vivo, nonostante tutto.
La storia di Gibellina è più complessa.
E non appartiene a un solo soggetto.
Cordialmente,
Nicolò Stabile
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