×
 
 
03/04/2026 06:00:00

Mediterraneo, 831 morti nel 2026: la logica dello scarto tra rifiuti e vite umane

Ventimila chilogrammi di rifiuti pronti a partire dal porto di Palermo, direzione Nigeria: pezzi di automobili non bonificati, ferraglia, carcasse industriali travestite da merce. Un carico respinto all’ultimo momento, fermato da un controllo.

 

Ma quel traffico non è un’anomalia: è parte di una filiera globale dello scarto, regolata da norme ma continuamente aggirata, che trasferisce verso l’Africa il costo ambientale delle economie europee.

 

Certo è che l’Italia ha un rapporto curioso con l’import/export: esporta ciò che non vuole più vedere, ciò che non riconosce uguale a sé e trasferisce altrove il peso della propria sporcizia, materiale e morale. E accoglie quello che gli somiglia. L’Italia respinge i migranti nord africani e li riporta “a casa loro” – in quel continente che spesso viene trattato, nei fatti, come una pattumiera d’Europa – esattamente come il container diretto in Nigeria bloccato a Palermo con le ferraglie.

 

Mediterraneo, i numeri della morte

 

È da qui che bisogna partire per capire cosa accade nel Mare Nostrum. Perché esiste una continuità profonda tra quei rifiuti spediti verso l’Africa e i corpi che ogni giorno il mare restituisce alle nostre coste. Una stessa logica: ciò che è eccedenza, ciò che disturba, ciò che non vogliamo integrare, si sposta, si allontana, si elimina.

Secondo i dati diffusi dall'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), dall’inizio dell’anno sono morte oltre 831 persone nel Mediterraneo, di cui 104 negli ultimi tre giorni. E non è un incidente della storia e nemmeno l’effetto del ciclone Harry: alla luce delle politiche di contenimento è un sistema.

Nella notte del 31 marzo, 72 persone vengono sbarcate sul molo Favarolo di Lampedusa, soccorse dalla Guardia Costiera: 19 di loro sono state trovate morte su un’imbarcazione alla deriva, a sud dell’isola siciliana. Probabilmente erano partite dalla Libia. Si può capire anche dall’imbarcazione: le “bare galleggianti”, i pericolosissimi barchini di ferro sono prodotti in serie a Sfax, in Tunisia; mentre dalla Libia arrivano i barconi precari di 5 o 6 metri.

Leo, capitano della “Safira” – nave trapanese di Mediterranea saving humans, in mare per la sua 24 missione da settimane e, al momento, all’ancora a Lampedusa – racconta di volti devastati dalla paura e dal dolore, di 5 persone tra i quali un bambino in grave stato di ipotermia.

Le storie dei naufraghi parlano campi di detenzione, di violenze inaudite, degli uliveti incendiati di Sfax, di persone che pagano migliaia di euro con l’unica certezza della morte, quando sarebbe molto più semplice un biglietto aereo di low cost. E poi di freddo, di carburante respirato, di giorni in balia del mare. Di buio, profondo. Di corpi arrivati a riva insieme ai vivi, come spesso accade, indistinguibili nella stessa traiettoria di abbandono.

 

 

Il mare come confine

 

Anche il Mediterraneo si è adeguato alle norme, diventando esso stesso un confine che seleziona, non che accoglie. Eppure, mentre il mare si riempie di morti, la narrazione ufficiale racconta di “zero sbarchi”. Racconta la “tenuta” delle frontiere, l’efficacia delle politiche dei “porti lontani” e di una legge del mare in contraddizione con la legge dell’uomo: l’una sostiene che in mare si salvano tutti, l’altra che il mare è la corsia preferenziale dei rifiuti.

Ma dietro quegli zeri si nasconde un’altra cifra: mille naufragi fantasma nei giorni del ciclone Harry, inghiottiti dalle onde, cancellati dalle statistiche, ipotizzati solo grazie ai report di “Refugees in Lybia”, associazione che monitora costantemente le partenze attraverso un sistema basato su intercettazioni, respingimenti e monitoraggio da parte di organizzazioni internazionali, della Guardia costiera libica, spesso in collaborazione con le autorità europee.

È la contabilità capovolta di questo tempo: meno arrivi, più morti. Non perché le partenze siano cessate, ma perché il viaggio è diventato più letale. Perché si parte lo stesso, ma senza soccorso. Perché si respinge prima ancora che si possa salvare.

 

Le scelte politiche

A questo rovesciamento contribuisce una precisa architettura politica. Il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, che entrerà in vigore dal giugno 2026, istituzionalizza ciò che già avveniva: trattenimento alle frontiere, procedure accelerate, esternalizzazione delle domande d’asilo, possibilità di deportazione in Paesi terzi. Non è più l’eccezione, è la regola. Il diritto d’asilo diventa un percorso a ostacoli; la persona migrante, un problema da smistare, contenere, rimpatriare.

Questo modello affonda le sue radici anche negli accordi tra Italia e Libia, rinnovati negli anni, che hanno delegato alla Guardia costiera libica il controllo delle partenze e dei respingimenti nel Mediterraneo centrale. Un sistema che, nei fatti, ha spostato il confine europeo a sud, fuori dai suoi territori e dalle sue responsabilità dirette. L’Europa costruisce una filiera del respingimento, delegando a Paesi terzi – spesso instabili, spesso violenti – il lavoro sporco della selezione.

 

 

Trapani e le ONG

 

In questo quadro, il Mediterraneo centrale diventa un laboratorio. O un cimitero. Trapani ne è uno snodo emblematico. Qui attraccano le navi-soccorso delle ONG: la Mediterranea, la Humanity 1, la Sea Watch 5.

Si fermano a Trapani perché spesso è il porto più vicino, navigando dalla zona SAR tunisina o libica: quell’area marittima definita in cui uno Stato è responsabile del coordinamento delle operazioni di salvataggio di persone in pericolo. Attraccano a Trapani e qui vengono tenute in detenzione prima e fermo amministrativo poi: sono costretta a violare il decreto Piantedosi o per essersi rifiutate di fare altri 4 o 5 giorni di navigazione con persone in condizioni instabili a bordo, o perché si sono rifiutate di collaborare con la Guardia costiera libica. Quella Guardia costiera spesso indistinguibile dalle milizie che, sovente e di buon grado, spara addosso sia ai barchini che alle ONG.

Navi-soccorso ferme equivale a meno interventi di soccorso, meno occhi che vedono cosa accade nel buio profondo del Mediterraneo e meno voci che raccontano la disumanità dei respingimenti. E quando le grandi navi di “Mediterranea Saving Humans” sono ferme, c’è la piccola "Safira" trapanese, di Agata e Leo, che continua a monitorare e testimoniare.

Ma il punto è politico, perché si tratta di scelte. Si sanzionano le navi di soccorso mentre si finanziano le attività di controllo e respingimento affidate alla Guardia costiera libica. Si crea, volontariamente, una zona grigia di responsabilità e la morte diventa statisticamente accettabile.

 

Il doppio standard

 

Dentro questa zona grigia emerge un’altra verità, ancora più scomoda: esiste una gerarchia dell’umanità. L'accoglienza dei profughi dall’Ucraina ha mostrato le crepe più profonde e insensate del nostro sistema di asilo, rendendo evidente tutto ciò che sarebbe possibile fare e che invece non facciamo, continuando a gestire le migrazioni come un’emergenza temporanea. Ha dimostrato che una diversa gestione delle migrazioni è possibile.

Mentre agli ucraini è stato concesso di spostarsi liberamente nell’area Schengen - zona di libera circolazione che comprende 29 paesi europei, dove sono stati aboliti i controlli alle frontiere interne - centinaia di migranti di origine africana e medio-orientale vengono lasciati morire nel Mediterraneo. È la descrizione di un doppio standard.

Nel 2022, milioni di profughi ucraini sono stati accolti con strumenti straordinari, protezioni immediate, corridoi sicuri. Per loro, l’Europa ha sospeso la burocrazia e attivato la solidarietà: i cittadini ucraini hanno trovato una società accogliente, una burocrazia semplificata e servizi adeguati. Per chi attraversa il Mediterraneo, invece, si attivano procedure accelerate, detenzioni, respingimenti.

Non è la quantità a fare la differenza, nemmeno il paese di provenienza, ma la percezione. La vicinanza culturale, la pelle, la religione. É il valore attribuito alla vita.

 

Il cerchio che si chiude

 

E così il cerchio si chiude e si torna al porto di Palermo. I rifiuti partono da Palermo verso l’Africa, nascosti in container. Le persone partono dall’Africa verso l’Europa, stipate in barche. I primi vengono fermati perché illegali. I secondi vengono fermati perché indesiderati.

Entrambi raccontano la stessa idea: ciò che non vogliamo resta fuori. Ma mentre i rifiuti possono essere sequestrati, i corpi no. I corpi affondano. Scompaiono. Non fanno rumore. Restano solo i numeri. E i numeri, se letti senza coscienza, possono sembrare persino un successo.