Maltrattamenti e violenze all'ex fidanzata. Chiesta maxi condanna per un mazarese
La condanna a tredici anni e mezzo di carcere è stata invocata dal pm Stefania Tredici per un 37enne di Mazara (L.L. le iniziali) processato, in tribunale, a Marsala, per maltrattamenti, lesioni personali e violenza sessuale all’ex compagna. I fatti contestati vanno dal 2015 al 2023.
Secondo l’accusa, l’uomo, che ha precedenti per lesioni personali e fatti di droga, “animato da ossessiva gelosia” avrebbe ripetutamente maltrattato la donna, “sottoponendola a continue vessazioni, infliggendole sofferenze psichiche e morali”. L’avrebbe, inoltre, spesso insultata, minacciata di morte e picchiata. Nel 2015, quando era incinta, l’avrebbe schiaffeggiata, colpendole anche la pancia a calci, convinto che la bambina in grembo non fosse sua. Qualche anno dopo, ripresa la relazione sentimentale, sono riprese anche le violenze: ancora schiaffi, insulti e minacce di morte. Mandato a processo con decreto di giudizio immediato chiesto dalla Procura e firmato dal giudice per le indagini preliminari Annalisa Amato, l’imputato, difeso dall’avvocato Antonino Carmicio, “animato da ossessiva gelosia”, si sottolinea nelle carte dell’accusa, avrebbe ripetutamente maltrattato la donna, “sottoponendola a continue vessazioni, infliggendole sofferenze psichiche e morali”. E provocandole “uno stato di ansia e di paura per la propria incolumità”. La donna, infatti, sarebbe stata spesso insultata (“puttana, cosa inutile”), soprattutto quando voleva uscire di casa da sola o con sua madre, frequentemente minacciata, anche di morte (“ti ammazzo, qualche giorno muori sotto le mie mani”) e picchiata. Nel 2015, in particolare, quando era incinta, lui l’avrebbe schiaffeggiata, colpendole anche la pancia a calci, ritenendo che lui non fosse il padre della bambina che la compagna portava in grembo. Nel 2019, la donna sarebbe stata minacciata con frequenza quasi quotidiana (“ti dico solo che mi hai conosciuto buono, ma ora sono ritornato… non rompermi il c… se no divento cattivo”). E ancora: “poi ti faccio vedere cosa significa aver paura, anche se ora non lo sai”. Spaventata, lei decise di denunciare tutto, sporgendo querela e rifugiandosi in una comunità.
Qualche tempo dopo, però, lasciata la comunità, la relazione sentimentale venne ripresa. E sarebbero riprese anche le violenze: ancora schiaffi, insulti e minacce di morte. Nell’aprile 2023, lui sarebbe diventato nuovamente una furia perché lei voleva andare dalla madre a prendere un caffè. Quindi, ancora insulti (“sei una puttana, devi morire) e schiaffi. E ancora una volta lei abbandonò casa, trasferendosi stavolta nell’abitazione di un precedente compagno. Qualche tempo dopo, la seconda riconciliazione. Ma in settembre ancora schiaffi, sempre per gelosia. E in novembre, quando lei era di nuovo incinta, lui l’avrebbe prima invitata ad abortire, sempre convinto di non essere il vero padre, e poi colpita con un sonoro ceffone. Terza interruzione del rapporto con fuga di lei a casa della madre. Qualche giorno dopo, lui riesce a convincerla a tornare. Ponendo, però, poi come condizione per la convivenza la soddisfazione dei suoi desideri sessuali. E “incurante del diniego opposto da lei”, il 16 novembre 2023 le avrebbe palpeggiato il seno e i genitali. Al rifiuto del rapporto sessuale, avrebbe colpito la compagna a pugni in faccia, mentre lei cercava di proteggere il bambino che aveva in grembo.
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