Scrive Paolo Genco, che si sente diffamato: "Io come Tortora"
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Egregio Direttore,
l’articolo a firma di Egidio Morici, pubblicato nella Vostra testata giornalistica Tp24 il 5 novembre 2025, dietro il paravento della cronaca nasconde un intento diffamatorio.
Il giornalista, avendo diviso il mondo tra buoni e cattivi secondo il colore politico, mira a mettere in cattiva luce tutta l’area politica democristiana, alla quale mi onoro di appartenere. In quest’area ravvisa tutto il male possibile e scorge in ogni accadimento (lontano o vicino nel tempo, poco importa) il conforto della sua tesi prefigurata.
Gli sfugge che la cronaca giudiziaria è piena di “casi Tortora” (vecchi e nuovi), di imputati assolti dopo lunghi processi – sono stato assolto in tutti i gradi di giudizio con formula piena “perché il fatto non sussiste” dopo lunghi anni di processo riguardante le vicende dell’Ente di formazione Anfe, con enormi danni alla mia persona, all’Anfe e a centinaia di lavoratori rimasti senza lavoro – di inquisiti sottoposti alla gogna mediatica prima del processo e infine prosciolti.
Gli sfugge, soprattutto, che la presunzione d’innocenza è un principio cardine in tutto il mondo civile. Solo una sentenza definitiva accerta la colpevolezza di una persona: prima di quella sentenza non ci sono colpevoli di sorta.
L’altra faccia della medaglia di questo principio universale è che la dimostrazione di colpevolezza deve essere fornita dall’accusa; non deve essere l’indagato o l’imputato a dimostrare la propria innocenza.
Ebbene, il valente giornalista ha frainteso tale principio, sancito nella nostra Costituzione, e pretende che i politici dell’area a lui palesemente non gradita dimostrino la loro innocenza.
In altri termini, vuole eliminare dalla scena politica gli esponenti non graditi, col pretesto che costoro non siano in grado di dimostrare ciò che non devono dimostrare.
E poi, a chi dovrebbero “dimostrare”? Ai giornali? Non si capisce, visto che nelle aule dei tribunali sono chiamati a difendersi, non già a dimostrare alcunché.
Il giornalista tendenzioso mi menziona tra gli “uomini di Lo Sciuto”.
In questa espressione c’è tutta la cultura del sospetto che avvelena la vita degli italiani, e dei siciliani in particolare. Le persone vengono annientate sulla base di illazioni e accostamenti: non vengono menzionati fatti, bensì semplici relazioni.
La colpa non risiede nell’aver fatto qualcosa, ma nell’essere cugino di Tizio, amico di Caio o conoscente di Sempronio.
Sono capace d’intendere e di volere, non appartengo a nessuna consorteria, non prendo comandi da nessuno, non sono “uomo di nessuno”.
Sono incensurato. Non ho subito alcuna condanna definitiva. Ho fiducia nella magistratura giudicante, che accerterà la mia innocenza nel processo menzionato nell’articolo a firma di Egidio Morici.
Per questa ragione chiedo espressamente al direttore del giornale di pubblicare integralmente questa mia comunicazione, con avvertenza che, in mancanza, sarò costretto a difendere la mia reputazione in tutte le sedi opportune, civili e penali, e pretendere l’integrale risarcimento dei danni patiti e patendi.
Si fa inoltre presente la richiesta che la presente lettera venga data ampia visibilità e che venga comunicata la data di pubblicazione.
Cordiali saluti,
Dott. Paolo Genco
La presunzione di innocenza non è sfuggita affatto, essendo stato precisato nell’articolo che la sua condanna ad 8 anni è relativa al primo grado di giudizio.
Riteniamo che il monitoraggio e la divulgazione delle fasi giudiziarie, pur non essendo definitive, relative a figure che ricoprono cariche pubbliche di valenza nazionale all’interno di un partito, rientrino pienamente nella libertà di stampa e nel legittimo esercizio del diritto di cronaca, principio fondamentale per informare l’opinione pubblica.
Difendiamo l’operato giornalistico che in questo caso ha riportato e verificato i fatti, senza aver chiesto, come lei scrive, di dimostrare la sua innocenza, ma evidenziando l’inopportunità del suo status in relazione a procedimenti di rilevanza pubblica.
La Redazione di Tp24
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