Trapani, la zampa del Tritone spezzata dall’operaio 'infedele': il giallo diventa farsa cittadina
Alla fine il colpevole è sempre il maggiordomo. O, in questo caso, l’operaio della ditta di diserbo. La vicenda della Fontana del Tritone (qui l'articolo di ieri su Tp24) ha il sapore di un giallo grottesco, con tanto di sospetti, accuse e rivelazioni a sorpresa.
Il sindaco Giacomo Tranchida lunedì mattina annuncia indignato: “Atto vandalico ignobile e inaccettabile”. Il simbolo della città, la statua in cemento armato di Domenico Li Muli, è rimasto senza una zampa di cavallo. La scena è perfetta per evocare i misteri alla Montalbano - e proprio nei giorni del centenario di Andrea Camilleri ! - con la città che si divide tra chi parla di incuria, chi accusa teppisti notturni e altro...
Entra in scena l’ex assessore Emanuele Barbara, che posta foto e scrive: “Era già lesionata, è crollata da sola. Altro che vandali”. Poi spunta l’operaio Renato Marino che su Facebook assicura: “Venerdì ho pulito la fontana e il danno era presente”. Un colpo di scena degno di un noir da bar, con i sospetti che crescono e la politica che si scalda.

Ma la trama, come in un romanzo di Stefano Benni, si ribalta. Le telecamere raccontano un’altra storia: martedì mattina, un operaio della ditta Casamento, incaricata della scerbatura, scivola dal muretto, ha un soffiatore in mano e con l’altra cerca di aggrapparsi. Peccato che sotto ci sia proprio la zampa del cavallo. Crack! Il simbolo cittadino cede, non per un complotto, ma per un maldestro incidente.
L’operaio non dice nulla, tace con il titolare e lascia che la città si infiammi tra accuse e post social. Il giorno dopo, quando l’imprenditore vede la gamba spezzata, scatta la denuncia, la chiamata al sindaco, l’allarme vandalismo. Solo nel pomeriggio la verità viene fuori: non un teppista, non un cedimento strutturale, ma un lavoratore distratto che non ha avuto il coraggio di ammettere la sua colpa. "Un operaio infedele" sarà il commento del primo cittadino.
Il sindaco Tranchida e l’ingegnere Amenta tirano un sospiro amaro. La ditta si accollerà le spese di restauro, la restauratrice è già pronta a intervenire, il Comune annuncia una sanzione disciplinare. Ma intanto la città ride amaro: la zampa del Tritone è diventata metafora di un sistema che inciampa, si aggrappa e crolla.
La memoria non è fatta solo di giuramenti, parole e lapidi, è fatta di gesti che si ripetono ogni mattino del mondo. E il mondo che vogliamo noi va salvato ogni giorno, nutrito, tenuto vivo. Basta mollare un attimo e tutto va in rovina.
La frase di Stefano Benni, morto ieri, cade come un monito. Perché il senso del decoro e del civismo non riguarda solo la Fontana del Tritone. Italia Nostra, con Maria Antonia Castagna, denuncia da tempo l’abbandono della fontana di piazza Lucatelli e della Venere all’ex Mercato del Pesce. Marzia Patti, segretaria comunale del Pd, ricorda che colpire i simboli significa ferire l’identità collettiva. E Nicola Lamia, capogruppo di Fratelli d’Italia, ha protocollato interrogazioni che elencano i luoghi dimenticati:
dal busto del canonico Pappalardo crollato alla Villa Margherita, alla targa di Alberto Buscaino Campo in via Mancina, fino al busto di Gaspare D’Urso in piazza Jolanda, mutilato e imbrattato. Tutti pezzi di memoria sotto gli occhi di tutti, eppure sempre più dimenticati.
A Trapani basta poco per trasformare un incidente sul lavoro in un thriller cittadino. E la verità, quando arriva, sa di farsa. Perché, come nei romanzi di Stefano Benni, la realtà è tragicomica: i simboli cadono, i social gridano, la politica si accapiglia. E il colpevole, alla fine, è sempre il maggiordomo.

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