L'aereo israeliano, la Sicilia militarizzata e il rischio di diventare un target
In Sicilia cresce la tensione e con essa le proteste. L’atterraggio di un aereo militare israeliano nella base di Sigonella, nel pieno della guerra a Gaza, ha riacceso i riflettori – e la rabbia – su un tema mai sopito: la crescente militarizzazione dell’isola e il ruolo che essa rischia di avere come avamposto bellico nel Mediterraneo.
Il velivolo, un KC-130H dell’esercito israeliano, ha sostato per oltre tre ore nella base militare tra Catania e Lentini, ufficialmente per un “atterraggio tecnico”. Ma la coincidenza con l’invio di aiuti a Gaza da parte della Flottiglia internazionale e il contesto bellico in Medio Oriente hanno alimentato sospetti e proteste. Il leader di Alleanza Verdi Sinistra Angelo Bonelli ha chiesto spiegazioni ufficiali, parlando senza mezzi termini di un aereo “che porta munizioni” in una guerra definita “massacro”.
Sicilia come target militare
Ma il malcontento in Sicilia va ben oltre questo singolo episodio. “La base ci espone a grossi rischi, soprattutto quando soffiano venti di guerra”, spiega Teresa Modafferi dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e università. Sigonella, oggi base chiave della NATO e degli USA, è considerata da attivisti e comitati un “bersaglio militare” in caso di escalation bellica.
Il timore è concreto: dalla guerra in Ucraina a quella in Medio Oriente, la Sicilia viene sempre più vista come una piattaforma strategica, ma senza alcun beneficio per i suoi cittadini, anzi. Proteste e manifestazioni si moltiplicano: “Abbiamo portato in piazza 15 mila persone per dire no alla guerra”, afferma Alfonso Di Stefano, del Comitato di solidarietà con il popolo palestinese, annunciando una nuova mobilitazione per la smilitarizzazione di Sigonella e per dire basta a quella che definiscono “la base della morte”.
Il “Muostro” e i radar
Altro epicentro delle tensioni è Niscemi, in provincia di Caltanissetta, dove ha sede il famigerato MUOS, il sistema di telecomunicazioni satellitari statunitense, impiantato in piena riserva naturale. Qui il malcontento è costante, tra timori per la salute e il sospetto che proprio da Niscemi vengano guidati i droni e i bombardamenti in giro per il mondo. Nel mirino anche Punta Bianca, nell’Agrigentino, dove da decenni si tengono esercitazioni militari a due passi da un’area protetta. E non va meglio a Lampedusa, dove l’installazione di un nuovo radar ha alimentato nuove polemiche.
Lo slogan torna, sempre più spesso, nelle piazze e sui social. E sintetizza un sentimento che si fa largo tra i siciliani: la richiesta di pace, di smilitarizzazione, di un futuro che non li trasformi in pedine geopolitiche o in bersagli militari. Un’isola che guarda con angoscia all’evoluzione dei conflitti globali, e che chiede di non essere più usata come “portaerei del Mediterraneo”.
La Sicilia non vuole essere la base da cui si fa la guerra. Vuole essere terra di accoglienza, di pace, di cultura, non un teatro di strategie militari. E oggi lo grida a gran voce.
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