I dipendenti sfruttati nei negozi tra Palermo e Trapani. "Non posso ribellarmi"
«Io non posso ribellarmi a questa situazione, altrimenti domani mi caccia e io non riesco più a dar da mangiare ai miei figli». È una delle tante intercettazioni raccolte dalla Guardia di Finanza nell’inchiesta che ha portato all’arresto di Giovanni Caronna, 49 anni, imprenditore di Partinico accusato di caporalato. Caronna, secondo l’accusa, avrebbe sottoposto i suoi dipendenti a condizioni di sfruttamento sistematico nei suoi 11 negozi tra Partinico, Carini (centro commerciale Poseidon), Alcamo e Castellammare del Golfo.
A finire sotto la lente della magistratura sono 58 lavoratori, di cui almeno 18 in condizioni particolarmente gravi. Per loro – impiegati in punti vendita di abbigliamento ed elettronica – i contratti erano part-time, ma il lavoro richiesto arrivava fino a 10 ore al giorno, per salari che in molti casi non superavano i 500 euro mensili.
Caronna è ora ai domiciliari. Il GIP di Palermo, Patrizia Ferro, ha disposto anche un sequestro da 100mila euro, ritenuto il profitto illecito derivante dallo sfruttamento.
Le indagini, coordinate dalla Procura di Palermo (aggiunta Laura Vaccaro e sostituto Daniele Di Maggio) e condotte dai finanzieri del Gruppo di Palermo guidati dal colonnello Danilo Persano, hanno ricostruito un sistema di abusi fondato sulla paura e sul bisogno dei lavoratori. «Un meccanismo di ricatto continuo – scrivono gli inquirenti – basato sulla minaccia implicita di licenziamento».
Caronna gestiva direttamente tre società, a cui venivano formalmente intestati i negozi. I lavoratori erano pagati a discrezione dell’imprenditore, in base a quello che vedeva attraverso le telecamere di sorveglianza installate nei punti vendita. Nessun bonus, solo penalizzazioni in caso di pause o risultati considerati insoddisfacenti.
La denuncia della CGIL: "Una realtà taciuta, ma diffusa"
«Il caporalato nel commercio è una realtà troppo spesso taciuta», denuncia Giovanni Amato, segretario della Filcams Cgil di Trapani, commentando l’arresto dell’imprenditore. «È un sistema che tiene sotto scacco i lavoratori, spesso legati dalla necessità economica, costretti ad accettare contratti part-time e orari da tempo pieno, con straordinari non pagati, niente ferie e retribuzioni misere».
Amato sottolinea che situazioni del genere non riguardano solo l’agricoltura, ma ormai anche settori come commercio e turismo, dove la legalità è minacciata ogni giorno da pratiche scorrette.
«Occorre affermare i diritti, far rispettare i contratti e incentivare i lavoratori a denunciare, senza paura – conclude il sindacalista –. Il sindacato è al loro fianco per difendere la dignità del lavoro».
I marchi coinvolti
È importante precisare che i marchi nazionali e internazionali come Expert, Terranova, Alcott, citati nell'inchiesta solo perché ospitati in franchising, non risultano coinvolti nelle indagini e sono totalmente estranei ai fatti contestati.
L’inchiesta ha sollevato ancora una volta il velo su una piaga sommersa del lavoro in Sicilia: quella del caporalato urbano, che sfrutta il bisogno di lavorare e la mancanza di alternative per fare profitti a spese della dignità umana.
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