“Ti sfondo”. Il racconto della giornalista molestata su un volo da Palermo a Milano
“Se non eravamo sull’aereo, già ti ero saltato addosso”.
È una delle frasi che una giornalista, Linda Caglioni, si è sentita dire durante un volo notturno da Palermo a Milano. Una molestia verbale brutale, pesante, insistita, documentata con un audio che la stessa giornalista ha scelto di pubblicare per “non lasciare che la rabbia sfumasse”, come scrive lei stessa nel suo editoriale pubblicato l’8 aprile su Il Fatto Quotidiano【link all'articolo】.
Il racconto è lucido, spietato, e parla non solo dell’aggressione verbale subita ma del meccanismo di colpevolizzazione che spesso scatta nelle vittime. “Mi sono trovata senza accorgermene schiacciata nell’angolo del mio sedile – racconta – perché lui invadeva sempre più il mio spazio”.
Il molestatore, un uomo sulla trentina, le ha rivolto commenti sessualmente espliciti, ha detto di volerla “sfondare”, ha insinuato che lei lo desiderasse e ha continuato anche dopo che lei gli ha chiaramente detto di smetterla. Linda lo aveva avvisato di stare registrando la conversazione. “Ma non gli importava”.
"Se qualcosa di grave fosse successo, volevo esistesse una prova che gli avevo detto no. Anche se poi – chiaramente – avrebbero contato i secondi che ci avevo messo a dirglielo".
Nessuno è intervenuto. E nessuno interviene mai.
Il racconto si fa ancora più amaro quando la giornalista riflette sul fallimento sistemico di chi dovrebbe intervenire, prevenire, proteggere. “Se mi avesse attaccata all’aeroporto, il riassunto sarebbe stato: ‘Donna attaccata da uomo appena conosciuto. Non aveva chiesto aiuto’”.
E anticipando l’obiezione più comune – “ma qualcuno sarebbe intervenuto” – Caglioni risponde raccontando un altro episodio vissuto in prima persona: una ragazza aggredita verbalmente in aeroporto, mentre decine di persone guardavano senza muovere un dito.
L’audio: la prova della molestia
Nel suo blog, la giornalista ha pubblicato anche l’audio dell’aggressione, modificando la voce dell’uomo per tutelarne la privacy. Perché, aggiunge con amara ironia, “dopo essere stata molestata non vorrei anche essere querelata”.
La registrazione, secondo Caglioni, ha svelato un bisogno profondo: quello di dimostrare di essersi comportata bene. Di non aver “dato corda”, di non aver sottovalutato. Una reazione che, scrive, rivela il condizionamento radicato a cui sono sottoposte le donne: “A volte siamo anche noi disposte a credere che l’esito sia nelle nostre mani, perché responsabilizzarci ci fa illudere di essere in controllo”.
Un racconto che diventa atto politico
Il pezzo è diventato virale. Perché mostra, senza filtri e senza retorica, cosa vuol dire essere donna, viaggiare da sole, essere considerate prede solo per il fatto di esistere. “La sopravvivenza era dietro l’angolo – scrive ancora – bastava rientrare prima, parlare di meno, chiedere aiuto meglio”.
Un racconto che arriva pochi giorni dopo l’ennesimo femminicidio e in un contesto in cui le vittime continuano a finire sul banco degli imputati, analizzate, giudicate, sezionate nei comportamenti.
Ecco perché Linda Caglioni, giornalista, ha deciso di raccontare tutto. Perché, come conclude lei stessa: “A volte, il nostro unico sgarbo è esistere”.
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