115 anni per Lo Sciuto e gli altri. Le richieste di Artemisia
Si avvicina alle fasi finali il processo Artemisia, che si sta celebrando a Trapani e che ha portato alla luce un presunto sistema di corruzione e infiltrazioni massoniche segrete nelle istituzioni. La Procura ha chiesto complessivamente 115 anni di carcere per gli imputati, tra cui l’ex deputato regionale Giovanni Lo Sciuto, l’ex presidente dell’Anfe Paolo Genco e l’ex sindaco di Castelvetrano Felice Errante.
La requisitoria del pubblico ministero Sara Morri ha ricostruito nei dettagli il sistema che, secondo l’accusa, ha condizionato la vita politica e amministrativa del territorio, con un meccanismo di “attivazione remota” dei referenti, che avrebbero ricevuto ordini per pilotare nomine, finanziamenti e decisioni pubbliche. Un sistema che il pm ha paragonato alla loggia massonica segreta Iside 2, scoperta a Trapani negli anni ’80.
Le richieste di condanna
La pena più alta, 14 anni, è stata richiesta per Giovanni Lo Sciuto, indicato come il regista del sistema di potere. Seguono:
- 9 anni per Paolo Genco, ex presidente dell’ente di formazione Anfe;
- 8 anni per Gaspare Magro;
- 6 anni per l’ex sindaco di Castelvetrano Felice Errante;
- 7 anni per Gaspare Angileri;
- 9 anni e 6 mesi per l’ex coordinatore INPS Rosario Orlando;
- 6 anni e 6 mesi per Isidoro Calcara;
- 6 anni per Tommaso Geraci;
- 2 anni e 6 mesi per Vincenzo Chiofalo, Gaspare Berlino e Luciano Perricone;
- 7 anni per Vincenzo Giammarinato.
Tre poliziotti tra gli imputati
Coinvolti nel processo anche tre appartenenti alle forze dell’ordine, per i quali la Procura ha chiesto:
- 8 anni per Vincenzo Passanante;
- 7 anni e 6 mesi per Salvatore Virgilio;
- 11 anni per Salvatore Giacobbe.
Una loggia segreta per controllare le istituzioni
Secondo l’accusa, il gruppo si sarebbe organizzato come una loggia massonica segreta, in grado di condizionare nomine pubbliche, concorsi, assegnazioni di fondi e persino le scelte amministrative del Comune di Castelvetrano. L’indagine Artemisia portò infatti allo scioglimento del Comune per infiltrazioni, con il sospetto che le decisioni venissero prese al di fuori delle sedi istituzionali.
La difesa minimizza il ruolo di Lo Sciuto
Dopo la requisitoria, hanno preso la parola gli avvocati difensori. La strategia scelta sembra essere quella di minimizzare il ruolo di Lo Sciuto, descritto dall’avvocato Tricoli come un “miles gloriosus”, più che un regista occulto.
Secondo la difesa, le attività contestate sarebbero normale attività politica e non corruzione, e le riunioni della presunta loggia erano semplici incontri tra amici. L’avvocato Tricoli ha citato anche Falcone, sostenendo che i processi senza prove non dovrebbero nemmeno arrivare in aula, mentre il collega Pantaleo ha definito Lo Sciuto un politico che millantava potere, senza realmente controllarlo.
Le prossime fasi
Il dibattimento proseguirà con le arringhe difensive degli altri imputati. La sentenza sarà determinante per capire se il tribunale confermerà il quadro delineato dalla Procura, che descrive un sistema radicato e pervasivo di corruzione e controllo del territorio, o se prevarranno le tesi difensive che parlano di una vicenda gonfiata senza reali fondamenti di reato.
Il processo Artemisia potrebbe rappresentare uno spartiacque per il territorio trapanese, dimostrando quanto le infiltrazioni nelle istituzioni possano condizionare la vita amministrativa e mettendo in discussione il confine tra politica e malaffare.
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