
Trapani, il caso Villa Rosina / 3: un intero quartiere, un corpo di reato
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La storia di Villa Rosina che stiamo raccontando in questo giorni, è un caso che fa scuola. Un intero quartiere che è un corpo di reato, potremmo dire. Perchè quando mafia, comitati d'affari e politica corrotta si mettono insieme, il risultato è questo: quartieri abusivi, costruiti senza regole, con una bassa qualità della vita, in un contesto criminogeno, che genera a sua volta altri disagi.
La speculazione, nel quartiere di Villa Rosina, avviene nell’ambito di un progetto di edilizia cooperativa che prevedeva, inizialmente, la costruzione di 600 appartamenti e di un centro commerciale. In quel contesto si è inserito il coinvolgimento della cosca mafiosa locale di Trapani, reso possibile grazie all’intervento di professionisti e politici.
Uno dei protagonisti principali del grande affare di Villa Rosina è l'imprenditore mafioso Nino Birrittella. Opera per conto del boss Francesco Pace e del mandamento trapanese. Con loro poi viene coinvolta una serie di personaggi eterogenei quanto a provenienza e ambito professionale. Tra questi, una figura di spicco – che ha contribuito a dare rilevanza pubblica all’intera vicenda – è quella di Bartolo Pellegrino, all’epoca assessore regionale al Territorio e Ambiente e leader del movimento politico Nuova Sicilia. Scomparso nel 2019, Bartolo Pellegrino è stato una delle figure più note e controverse della politica trapanese. E' stato anche vice presidente della Regione. Pellegrino fu arrestato nel 2007 con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, ma venne assolto in tutti i gradi di giudizio.
Gli altri personaggi chiave della vicenda sono Franco Mastrorilli, ingegnere a cui da anni il Comune di Trapani aveva affidato il progetto per un nuovo piano regolatore; l’architetto Giuseppe Todaro, presidente di una delle cooperative interessate al programma edilizio; Leonardo Barbara e Mario Buscaino, professionisti incaricati di redigere i progetti di edilizia privata. Nella vicenda sono coinvolti anche imprenditori riconducibili alla famiglia Ruggirello-Augugliaro. Il ruolo di quest’ultima era legato a quello di Pellegrino, in virtù di rapporti di lunga data. Secondo la procura, Giuseppe Ruggirello, influente banchiere trapanese (patron della Banca industriale siciliana negli anni '70 e imprenditore che investe anche nell'aeroporto di Birgi) e guida politica di Pellegrino, ne avrebbe favorito l’ascesa politica nelle elezioni regionali del 1991. In seguito al successo elettorale, i due avrebbero raggiunto un’intesa per condizionare la struttura del piano regolatore di Trapani, in modo da rendere edificabili alcune aree di proprietà della stessa famiglia Ruggirello. L’esistenza di questo legame, per le indagini, trovava conferma nella partecipazione di Paolo Ruggirello, figlio di Giuseppe, alle attività della segreteria politica di Pellegrino e nel suo ruolo attivo nel partito politico Nuova Sicilia. Gli stessi soggetti furono coinvolti in un'altra indagine per un altro tentativo di speculazione edilizia cooperativa a Trapani, a cui avrebbero partecipato Pace, Birrittella e lo stesso Pellegrino. Ricordiamo che Paolo Ruggirello ha cominciato come segretario di Bartolo Pellegrino, per poi diventare anche lui un campione di preferenze. Nel 2006 viene eletto per la prima volta all'Ars con l'Mpa di Raffaele Lombardo con 10.400 voti. Nel 2008 viene rieletto, sempre con l'Mpa, raccogliendo 10.300 voti. Attualmente su di lui pende una richiesta di condanna, in Appello, per associazione mafiosa, per 15 anni, a seguito dell'operazione antimafia "Scrigno" (in primo grado è stato condannato a 12 anni).
Secondo la ricostruzione dei magistrati, alla fine del 2001 venne raggiunto l’accordo per la speculazione edilizia a Villa Rosina tra il boss Ciccio Pace e Bartolo Pellegrino. Pellegrino incontra Pace quando quest’ultimo era sottoposto a sorveglianza speciale (aveva l'obbligo di soggiorno a Trapani) in quanto sospettato di far parte dell’associazione mafiosa trapanese. Pace, infatti, era stato già arrestato con l’accusa di associazione mafiosa e di altri reati nell’ambito dei processi Petrov e Halloween. Francesco Pace, oggi 83 anni, originario di Paceco è stato a capo del mandamento di Trapani dal 2001, quando venne arrestato Vincenzo Virga. Fu Matteo Messina Denaro a indicare Pace, quale sostituto di Virga alla guida della consorteria trapanese.
Sotto la sua guida Cosa nostra trapanese tornò nel silenzio e nella sommersione con una strategia opposta rispetto a quella dell'era Virga. Non si verificano attentati né estorsioni durante la sua reggenza. Riesce invece ad infiltrarsi negli pubblici appalti imponendo le forniture. La figura del boss Francesco Pace è legata anche alla vicenda della Calcestruzzi Ericina che, una volta confiscata a Virga, fu oggetto dell'interesse dello stesso Pace che cercò di appropriarsene. Provò infatti a farla fallire per poi ricomprarla con pochi euro, cercando di toglierle i clienti e suggerendo loro di rivolgersi ad altre aziende per il calcestruzzo. Pace voleva fare "terra bruciata" attorno alla Calcestruzzi Ericina facendo in modo che tutti i suoi clienti storici la lasciassero per rivolgersi ad altre imprese del settore (imprese che, secondo Birrittella, formavano una sorta di "cartello" costituito nel trapanese, il cui collante erano i collegamenti con Cosa Nostra). Il piano di Pace, però, fallì grazie all'intervento dell'ex prefetto di Trapani Fulvio Sodano. La vicenda della Calcestruzzi Ericina entra anche nel processo che poi ha portato alla condanna dell'ex vice ministro degli Interni Antonio D'Alì (ne parliamo qui). D'Alì è attualmente in carcere. Pace è invece tornato in libertà nel 2022.
Su quello che accadde a Villa Rosina, ne parliamo domani.

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