Periodicamente a Trapani si torna a parlare di Villa Rosina, quartiere con 7mila abitanti che sorge in periferia. Arrivando a Trapani dall'autostrada A29 Palermo - Mazara del Vallo è proprio il primo quartiere che si incontra. Il biglietto da visita della città.
Costruito tra gli anni ‘70 e ‘80 Villa Rosina è un quartiere progettato male, senza servizi, senza opere di urbanizzazione primaria, dove gli abitanti sono costretti a lottare, in pratica, per i loro diritti elementari.
Villa Rosina nacque negli anni Settanta e Ottanta come risposta alla crescente domanda abitativa di Trapani. Racconta Mario Cassisa in “C’era una volta Trapani”: “Col piano regolatore, con l'abbattimento degli edifici del centro storico del rione San Pietro, la scomparsa della via Tardia, via Serraglio San Pietro, del Cortigliazzo e tutti i cortili di queste vie, le popolazioni che abitavano lì sono state trasferite nei nuovi rioni costruiti fuori la città, in periferia, come il rione Palme, il rione San Giuliano e Villa Rosina”.
Memoria storica è l’associazione “Insieme per Villa Rosina”, della quale fanno parte alcuni tra i primi residenti del quartiere, che toccarono con mano cosa comporta vivere in un quartiere, in pratica, abusivo. Hanno asfaltato, negli anni, di tasca loro molte strade, si sono tassati per acquistare il terreno dove oggi sorge la chiesa, hanno lottato per le opere di urbanizzazione, il sistema fognario, il diritto ad una vita dignitosa.
Racconta il presidente dell'associazione, Salvatore Daidone: "Avevo nove anni quando la mia famiglia si trasferiva nel quartiere adesso ne ho cinquantaquattro e la situazione su gran parte del quartiere è immutata . Nessuno si deve permettere di definirci "abusivi" perché non lo siamo, abbiamo sanato già trent’anni fa, molti di noi con regolare concessione edilizia hanno costruito "pagando per le opere di urbanizzazione che da parte delle diverse amministrazioni comunali non sono state realizzate"
Come avvenuto nella costruzione di altri quartieri residenziali in provincia di Trapani,dietro la facciata di apparente sviluppo e modernità di Villa Rosina, si celava una rete intricata di interessi mafiosi e speculativi. L’urbanizzazione di quest’area venne incentivata da politiche edilizie permissive e da un sistema di connivenze tra politica, imprenditoria e mafia.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. All'interno del quartiere ci sono circa dieci chilometri di strade, ma solo metà del quartiere ha i servizi essenziali. L'altra metà aspetta interventi pubblici e fa come può. C'è chi è attaccato regolarmente alla rete idrica, ad esempio, chi no. E mentre la situazione di Villa Rosina è ancora non sanata, al Comune continuano a rilasciare concessioni edilizie.
La mafia trapanese, capillarmente radicata nel territorio, vide nell’espansione urbanistica un’opportunità di arricchimento e di controllo sociale. Come emerge dalle indagini e dai processi, i clan di Cosa Nostra utilizzarono Villa Rosina come laboratorio per consolidare il loro potere economico, infiltrandosi nei settori edilizio e dei lavori pubblici.
Soprattutto negli anni Ottanta, il quartiere divenne il fulcro di una febbrile attività edilizia. Terreni agricoli furono trasformati in lotti edificabili grazie a variazioni di piano regolatore spesso ottenute attraverso pressioni politiche e corruzione. Le imprese coinvolte nella costruzione delle nuove abitazioni erano frequentemente legate a esponenti mafiosi o operavano sotto la loro protezione.
E i finanziamenti pubblici destinati a migliorare le infrastrutture della zona venivano sistematicamente dirottati attraverso appalti pilotati. I "comitati di affari", composti da politici, imprenditori e mafiosi, decidevano quali imprese avrebbero ottenuto i contratti, assicurandosi che una parte dei fondi venisse canalizzata verso le casse di Cosa Nostra. Questo sistema di spartizione, esteso dappertuttto, e noto come "metodo Siino", garantiva il predominio mafioso sull’economia locale.
Un elemento chiave del dominio mafioso a Villa Rosina fu il controllo delle forniture di materiali da costruzione. Molti cementifici della provincia di Trapani erano direttamente o indirettamente gestiti da cosche mafiose, che imponevano alle imprese edili l’acquisto dei loro prodotti. Questo meccanismo non solo assicurava profitti elevati, ma consolidava il controllo territoriale.
Un altro strumento di influenza era rappresentato dall’imposizione della manodopera. Le famiglie mafiose decidevano chi dovesse essere assunto nei cantieri, garantendo posti di lavoro a persone legate ai clan. Questo sistema alimentava il consenso sociale e rafforzava la presenza mafiosa nel quartiere.

Negli anni le operazioni delle forze dell’ordine iniziarono a scardinare il sistema mafioso che aveva plasmato Villa Rosina. L’arresto di figure chiave come Vincenzo Virga e il sequestro di beni appartenenti a imprenditori collusi indebolirono significativamente le reti di potere locali. Tuttavia, il quartiere portava già i segni di uno sviluppo distorto: infrastrutture carenti, edifici di scarsa qualità e una comunità frammentata.
La storia di Villa Rosina è un esempio lampante di come la speculazione edilizia, quando alimentata da interessi criminali, possa compromettere irreparabilmente il tessuto sociale ed economico di un territorio. Oggi, il quartiere si confronta con la sfida di rigenerarsi, costruendo un futuro basato sulla trasparenza e sulla partecipazione dei cittadini.
Raccontare questa storia non è solo un esercizio di memoria, ma un invito a vigilare affincheÌ errori simili non si ripetano altrove.
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