Processo all'ex vescovo di Trapani Miccichè: la difesa contesta le accuse di peculato
Si è tenuta una nuova udienza del processo all’ex vescovo di Trapani Francesco Miccichè, accusato di peculato per aver distratto fondi dell’8 per mille destinati a opere di carità e assistenza al clero. Nell’aula del tribunale di Trapani, presieduta dal giudice Franco Messia, l’avvocato difensore Mario Caputo ha svolto un’arringa durata quasi tre ore, chiedendo l’assoluzione per il vescovo emerito.
La Procura, nei mesi scorsi, ha chiesto una condanna a quattro anni e sei mesi di reclusione per Miccichè, mentre la difesa ha puntato a dimostrare che nessuna somma avrebbe avuto destinazioni diverse da quelle previste.
La linea della difesa
L’avvocato Caputo ha contestato l’impianto accusatorio, sostenendo che la Procura non avrebbe effettuato gli accertamenti necessari, come l’accesso al computer utilizzato dall’economo della Diocesi, dove sarebbero emersi ulteriori riscontri sui movimenti finanziari. Secondo la difesa, i fondi dell’8 per mille erano stati regolarmente impiegati per fini caritatevoli e per il sostegno al clero, mentre l’unico errore sarebbe stato quello di “riversare il denaro nel conto corrente della Curia”.
Caputo ha inoltre rimesso in discussione la campagna mediatica che avrebbe travolto l’ex vescovo, partita da alcune segnalazioni relative a presunti ammanchi dalle fondazioni diocesane Auxilium e Campanile. “I rendiconti presentati alla Conferenza Episcopale Italiana – ha dichiarato l’avvocato – sono stati sempre approvati”, sottolineando l’assenza di prove concrete di un uso illecito delle somme.
Le accuse della Procura
Diversa la ricostruzione della Procura, che punta il dito su un trasferimento irregolare di circa 400 mila euro destinati alla Caritas e tratti dall’8 per mille. Secondo l’accusa, tra il 2009 e il 2012, tali fondi sarebbero passati dai conti dedicati a quelli della Curia e, in parte, su conti personali dell’ex vescovo.
Le indagini della Guardia di Finanza avrebbero documentato un utilizzo non tracciato delle somme, escluse dai rendiconti ufficiali inviati alla Cei, e uno stile di vita caratterizzato da sfarzo e investimenti significativi. Si parla infatti di un consistente portafoglio titoli e proprietà immobiliari di pregio a Palermo e Monreale, che avrebbero beneficiato anche familiari dell’alto prelato.
Il contesto e le prossime tappe
La vicenda risale al 2012, quando Miccichè venne rimosso dalla guida della Diocesi di Trapani da Papa Benedetto XVI, in seguito all’ispezione disposta dal Vaticano sui conti della Curia. Da allora, il caso ha alimentato polemiche e suscitato grande attenzione mediatica.
Con l’udienza di lunedì la difesa ha concluso la propria arringa, ma la Corte dovrà ora valutare nel merito le argomentazioni di entrambe le parti. La sentenza è attesa nelle prossime settimane.
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