Femminicidi, le storie di Elisa e Annalisa
Il 10 gennaio 2024 Elisa Scavone è stata accoltellata, a Torino, dal marito. Aveva 65 anni, il marito Lorenzo Sofia 71, decine i fendenti sferrati, raggiunta al cuore e al torace, alla schiena e all’addome. E’ stata operata ma nonostante i tentativi dei medici è deceduta.
Quando sono arrivati i soccorsi Lorenzo avrebbe detto detto: “Sono anni che lo pensavo e oggi l’ho fatto”.
Storia di efferato delitto, storia di una vita spezzata, l’ennesimo dramma consumato all’interno delle mura domestiche. Due vite distrutte e una quotidianità che arriva quasi ogni giorno, in attesa del prossimo femminicidio, della prossima donna che non potrà raccontare i giorni della sua vita.
La disarmante regolarità con cui accadono le “tragedie annunciate” è sorprendente. E poi le domande su come si è arrivati a questo punto, quali segnali sono stati sottovalutati o ignorati?
Non si tratta più di un “raptus”, non è una esplosione di follia, questa violenza omicida non esplode all’improvviso, semmai viene ignorata da tutti, familiari compresi.
Il 22 gennaio dello stesso anno a perdere la vita per mano del marito è stata Annalisa Rizzo di 43 anni. Il delitto si è consumato ad Agropoli, in provincia di Salerno. Si è trattato di un omicidio-suicidio. Vincenzo Carnicelli di 63 anni l’avrebbe prima uccisa con un’arma da taglio e poi si è suicidato. Nella stanza accanto la figlia minorenne.
La coppia era in via di separazione, apparentemente erano tranquilli, raccontano in paese. Una adolescente che è vittima e testimone di una tragedia consumata a pochi passi da lei.
La prevenzione è l’unica strada, è lì che bisogna insistere non facendo finta di niente, nemmeno normalizzando la cronaca. Ci si salva finanziando in mondo continuativo i centri antiviolenza, realtà eroiche che spesso operano in assoluta precarietà.
Ci si salva formando avvocati, magistrati, giudici, agenti, medici.
Ci si salva parlando, confrontandosi, andando in tv, nelle radio, con la presenza sui social, responsabile e seria.
Ci si salva con la piena consapevolezza della situazione, non facendo le eroine, non dando alcuna altra possibilità di avvicinamento, di dialogo a chi mostra segni persecutori, di violenza, di ossessione, di controllo.
Ci si salva denunciando. Perchè non c’è nulla di eroico nel soffrire per amore.
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