"La grande sete" alimenta il business dell'acqua. Dove si riforniscono i proprietari di autobotti?
La grande sete sta mettendo in ginocchio la Sicilia (in gennaio le ultime piogge di una certa consistenza), ma c’è chi l’acqua la trova ugualmente e la trasporta facendo affari d’oro. Sono i proprietari delle autobotti private. E anche a Marsala ce ne sono diversi. Dove si riforniscono? Ricordiamo che l’acqua, sia quella in superficie (ormai quasi scomparsa) che nel sottosuolo, è bene comune.
Rilevante, in tal senso, è una pronuncia del 2016 del TAR Molise in materia di gestione dell’acqua. La magistratura amministrativa molisana ha, infatti, ribadito che nel nostro Ordinamento l’acqua è un bene pubblico e come tale è fondamentalmente destinato all’uso collettivo.
E’ stato il regio decreto n. 1265/1934 e successive modifiche e integrazioni (Testo unico sulle leggi sanitarie) a istituire l’obbligo a carico dei Comuni di fornire a tutti i cittadini l’acqua potabile. In seguito la legge n. 36/1994 (la c.d. Legge Galli) ha confermato il carattere pubblico delle acque superficiali e sotterranee (art. 1) e attualmente l’art. 97 del decreto legislativo n. 152/2006 e s.m.i. (Codice dell’ambiente) riafferma il principio dell’acqua “bene pubblico”. Sebbene, quindi, possa esservi un utilizzo economico dell’acqua, l’uso collettivo, soprattutto in periodi di magra, prevale in ogni caso, come da giurisprudenza costante (Corte cost. n. 64/2014; Corte cost. n. 259/1996; Cons. Stato, Sez. III, 16 dicembre, n. 1837).
E’ pur vero che a Marsala, come altrove in Sicilia, il proprietario dell’autobotte sostiene di farsi pagare per il trasporto dell’acqua, non per l’acqua. Ma, di fatto, questo è un escamotage… E’ una questione di forma, ma la sostanza, in definitiva, è che si paga per avere l’acqua. E ne sanno qualcosa i condomini di Marsala ogni qualvolta, per varie ragioni (condotte dell’acquedotto comunale che scoppiano o furti di cavi di rame nelle stazioni di pompaggio dei pozzi di Sinubio o Sant’Anna), l’acqua non arriva più per diversi giorni. Alcuni decenni addietro, a Trapani, destò clamore e reazioni l’inchiesta avviata sull’affaire autobotti private dall’allora sostituto procuratore Francesco Taurisano.
E un’analoga indagine fu avviata a Marsala da Paolo Borsellino. E di recente a porsi l’interrogativo sul fenomeno (“Se non c’è acqua a sufficienza, questi signori delle autobotti dove la prendono?”) è stato Giuseppe Amato, responsabile risorse idriche per Legambiente in Sicilia. Una domanda che fa eco un po’ in tutta l’isola e che sta investendo le prefetture e le procure.
Che vi sia un mercato più o meno legale dell’acqua in Sicilia, d’altronde, è stato anche svelato da un’inchiesta della procura di Palermo, guidata da Maurizio De Lucia, che lo scorso gennaio ha portato all’arresto di 5 persone, tutte accusate di associazione mafiosa. E qual era il grande affare della famiglia mafiosa di Carini? Non era la droga, non le armi, né le estorsioni: attraverso una condotta idrica abusiva i vertici della famiglia mafiosa rifornivano d’acqua 115 famiglie. Succedeva ben prima dell’allarme siccità.
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